Argomentare è il Nostro Pane

Modigliani Dice Molte cose Giuste MA Sbaglia nel Dividere Conservatori e progressisti

Vittorio Boschelli

Di seguito vi propongo un articolo di Sergio Di Gori Modigliani, dove ci sono tante verità oggettive, che almeno Modigliani ha il coraggio di dire a Sinistra secondo lui (Progressisti) a Destra secondo lui (Conservatori) mi risultano zero coraggiosi tranne NOI del FRONTE in questo devo dare ragione a Modigliani, mio malgrado. Quello che IO e NOI del FRONTE contestiamo a Modigliani in questo Articolo è accumunare NOI con una certa Destra Italiana ed Etichettare TUTTA la Destra come “Conservatore” io e il FRONTE siamo la dimostrazione vivente di Destra assolutamente NON CONSERVATORE. Io non ho mai difeso il Capitalismo, mi sono sempre schierato con il CETO MEDIO-BASSO, non ho mai difeso l’EURO e UNIONE EUROPEA, ho sempre argomentato e accusato la Destra Italiana come Miope e Funzionale al Sistema, ho sempre argomentato è sostenuto che non basta uscire dall’EURO e non basta la Sovranità, parola abusata da molti a Destra Oggi, fino ad un anno fa Impronunciabile. Ho sempre sostenuto che le colpe dell’EURO non erano TUTTE di Berlusconi e Prodi, ma il progetto nasceva da lontano e non c’èra differenza tra “Conservatori” e “Progressisti” come dice lo stesso Modigliani, ho sempre sostenuto che il progetto del FRONTE andava Oltre le Etichette e Oltre le Ideologie, quindi anche oltre le Etichette con il quale Modigliani divide la Politica tra “Conservatori” e “Progressisti” ma ho sempre voluto tenere il timone del dibattito su Ideali, Idee, Progetti, Onestà Intellettuale e Divulgazione della Virità Oggettiva, anche questa verità veniva detta da chi politicamente è distante dal mio pensiero e quello del FRONTE, senza mai sottrarmi al confronto serio sugli argomenti vitali per il popolo e la nazione, e senza avere paura o soffrire della sindrome d’inferiorità nei confronti di intellettuali di Sinistra che scrivevano tante cose giuste, l’ho dimostrato con Alberto Bagnai quando non lo conosceva nessuno, neanche a Sinistra “Progressista” e come in questo caso, centrando non l’analisi o le etichette, ma i fatti e il Vero Problema del Popolo Italiano che è l’Incompatibilità tra EURO e EUROPA quindi parliamo di Valori, Ideali e Principi di Libertà, Dignità e Democrazia che in Europa Esistevano. Detto questo da umile ignorante rispetto a Modigliani, non posso contestare alla sua analisi divisoria, che come lui stesso scrive in articoli precedenti, a proposito di Brasile, Argentina e Giappone, come il SISTEMA non parla di questi Paesi o se ne parla, lo fa in modo menzognero, lui stesso afferma che il SISTEMA sta facendo di TUTTO per Piegare e Annientare questi Paesi per dimostrare che le loro Politiche Keynesiane sono un Fallimento. Allora con rispetto dico a Modigliani che il sottoscritto ha sempre visto e argomentato oltre le etichette scrivendo a suo tempo la divisione reale che c’è oggi nel mondo, che non è tra “Conservatori” e “Progressisti” ma è tra Keynes e Friedman, tra chi è Protezionista e chi è Iper-Liberista, tra chi è per la Libera circolazione di Capitali e Merci e chi li Vuole Regolamentare, chi vuole la supremazia della Finanza e chi vuole quella della Politica, chi vuole uno STATO FORTE e Indipendente da qualunque vincolo esterno e chi vuole abdigare alle proprie responsabilità facendo decidere strutture SOVRANAZIONALI, chi pensa che non esiste crescita senza debito pubblico capace di investire nella Scuola Pubblica, Ricerca, Innovazione Tecnologica e Energie Naturali in ordine di molti punti di Pil, e chi invece è illuso che ci può essere crescita attraverso Austerità e Tagliando i Punti cruciali per cui una Nazione può diventare Grande. Tutto questo, i miei articoli di Anni in particolare “Keynes o Friedman”, il Programma del Fronte, dimostra che non esiste solo una “Destra Conservatrice” ma esiste una Destra che in Italia è Sconosciuta, in Francia al contrario è conosciutissima, non a caso io ho sempre sostenuto di voler costruire una Destra che non c’è. A Sinistra dal punto di vista delle intelligenze il confronto è iniziato, ma dal punto di vista politico di “Progressista” non c’è NULLA c’è il Deserto, vedo solo Iper-Liberismo a difesa di Euro, Unione Europea, Capitalismo, Fondo Monetario Internazionale, Libera Circolazione di Capitali, Merci e Persone e lo Schiavismo delle Masse Operaie che proprio i “Progressisti” dicono di difendere, io dico che più Ipocrisia di questa è difficile immaginare, e sempre da umile ignorante dico che noi del FRONTE siamo l’unica forza oggi in Italia a difendere questa classe, perchè combattiamo da Anni chi ha permesso la loro SCHIAVITU’, Sinistra, Destra, Centro, Sindacati, accettando il vincolo esterno, una moneta unica a cambio fisso per garantire i CAPITALISTI, e un Unione Impossibile, l’abbandono di keynes sostituendolo con Friedman.

Ecco l’articolo di Modigliani buona lettura.

Rimanere nell’euro o uscirne? Qual è la differenza tra conservatori e progressisti?

di Sergio Di Cori Modigliani

L’euro l’euro l’euro.

Non si parla d’altro.  E nella sbobba omologata mediatica, l’euro ha finito per essere omologato all’Europa, dando per scontato che “l’Euro è l’Europa” (ideale iper-liberista) e quindi, automaticamente, viene scartata ogni possibilità di poter parlare dell’Europa, del suo Senso, delle sue prospettive, del suo significato. Oggi, infatti, ormai dovunque (altrimenti non sarebbe un pensiero omologato di massa) non è possibile parlare di nient’altro che riguardi l’Europa se non si parla di soldi, mercati, e l’euro.
 Ma l’euro e l’Europa sono due concetti ben distinti, e su questo gioca il populismo mistificatore della destra (grande nemico storico dell’Europa da almeno 300 anni) che è riuscita a raggiungere il primo grande obiettivo strategico in campo culturale: l’appiattimento del pensiero, il suo riduzionismo a una serie di parole d’ordine di stampo prettamente mussoliniano,  ponendo il seme fertile di una idea mercatista della vita, di una riduzione dell’esistenza vissuta come scontro tra sovranisti ed europeisti (ideale di base del pensiero nazista europeo) con una generale omologazione del dibattito verso il basso, nel nome di una serie di principi, parole d’ordine, slogan e argomentazioni, che provengono tutte (nessuna esclusa) dalla tradizione storica italiana del fascismo.
Non avendo mai goduto della libertà di dibattito sulla vera essenza e natura del fascismo italiano (la Democrazia Cristiana e il PCI erano pieni di ex fascisti riciclati il 26 aprile del 1945) si è venuto a creare un vuoto culturale sulle proprie tradizioni storiche (ed esistenziali) trasformando il proprio recente passato centenario in un dato incomprensibile. E questa è una modalità, purtroppo, tutta italiana. Il comunismo, il potere democristiano, il fascismo, il berlusconismo, sono diventate delle locuzioni inutili perché è stato sottratto loro il “Senso della Storia” e quindi gli italiani vivono come se dal 1922 al 2012 non fosse accaduto nulla, oppure tante cose ma tutte sovrapponibili, per noi oggi irrilevanti. Non c’era un fascista a pagarlo a peso d’oro nell’Italia del 1946, non c’era neppure un comunista nell’Italia del 1990, non esistevano democristiani nel 1993, non esistono ormai i berlusconiani dall’ottobre del 2011. Operando in tal modo perverso, l’immaginario collettivo degli italiani –quando si rivolge al passato-  ha finito per incorporare un’idea molto vaga, tutta ideologizzata, come se tutto ciò che è accaduto in Italia dal 1912 al 2012 fosse una specie di nebbia che non ha prodotto nessuna domanda, nessun problema da risolvere, nessun lascito. Soprattutto (ed è l’aspetto più tragico) nessuna lezione dalla quale apprendere per poter essere in grado di costruirsi, da liberi, i necessari anticorpi per immunizzarsi. Oggi si assiste sui social networks e sui blog a uno spettacolo sociologicamente davvero interessante; la maggior parte di brave persone che oggi pensano di star investendo energie, passione civile e protesta organizzata per “combattere la truffa dell’euro” in verità non sanno che stanno semplicemente lavorando (a loro totale insaputa) per gli inventori dell’euro, i sostenitori dell’euro, i propugnatori dell’euro, dato che seguitano a usare frasi fatte e pochi sanno come sia nato l’euro, quando, perché, a quale scopo, con quali finalità. Poiché nel 2001 si viveva già sotto la cappa mefitica dell’omologazione berlusconiana (con i comunisti italiani in totale accordo consociativo e la destra storica al seguito pur di fare soldi facili) nessuno si è interrogato allora sulla natura dell’euro, sul suo impatto, sulle sue conseguenze. Nella miglior tradizione italiota venne consentito, allora, agli italiani, di gettarsi a capofitto in una sarabanda stupida di micro-speculazioni artificiose che consentirono guadagni facili e immediati e così la popolazione ha incorporato l’idea e il concetto che “comunque vada ci stiamo guadagnando qualcosa”. Un anno fa, all’improvviso, dalla notte al mattino, hanno scoperto che l’euro esisteva, che l’euro era una truffa, che esistevano le banche, che le banche italiane altro non erano che uffici di rappresentanza di una consorteria corrotta partitica per alimentare una salda burocrazia clientelare. Ma soprattutto hanno scoperto con undici anni di ritardo che la Bce non esisteva come banca reale, bensì come banca virtuale a disposizione dei grandi colossi finanziari dell’oligarchia speculativa. Non c’è stata nessuna personalità politica della sinistra, della destra, del centro, che si sia rivolta alla propria compagine politica di appartenenza, chiedendo ragguagli con argomentazioni elementari e dirette, del tipo: “vogliamo sapere con esattezza documentata perché nel 2000 non ci avete spiegato di che cosa si trattava, e adesso pretendiamo che ci spieghiate la posta in gioco”. La reazione (unanime) è stata di tipo italiano trasversale: a sinistra si è stabilito che il berlusconismo aveva prodotto questo sfacelo (ma senza mai spiegare il perché) mentre a destra si è stabilito che la colpa e la responsabilità erano tutte di Romano Prodi che aveva voluto l’euro (ma senza mai spiegare il perché). Quest’atteggiamento di contrapposizione frontale tra guelfi e ghibellini ha prodotto la nascita di una nuova consorteria truffaldina nel nome del nuovo pensiero omologato, sintetizzato dal concetto “non esistono più né la destra né la sinistra”, il che ha autorizzato gruppi, movimenti, associazioni, a unirsi nel nome dell’anti-montismo come se si trattasse di un’aggregazione solida o sensata. Mentre era (e tuttora è) completamente fuorviante: Mario Monti è il figlio di Berlusconi che era il figlio di Romano Prodi: tutti e tre (secondo le loro rispettive modalità) sono stati utili impiegati, efficaci ed efficienti, appartenenti allo stesso identico quadro internazionale di riferimento. Non sono persone potenti, sono semplici impiegati adibiti a mansioni di ragionieri, il cui còmpito –tra l’altro- consiste nel farsi odiare, farsi contestare, e coagulare su di sé l’attenzione per non farla concentrare sui manovratori. E’ come aggredire il bigliettaio del treno perché il veicolo sta andando da un’altra parte. Può essere sostituito in qualunque momento. E’ come con i boss della ‘ndrangheta. Ne metti in galera uno al mattino, è stata già preparata la sua successione al pomeriggio. Ma se tagli i fili del collegamento (per quanto riguarda la criminalità organizzata) allora il quadro cambia. Tant’è vero che nel 2011 sono stati arrestati 8 pericolosi boss della ‘ndrangheta e non è accaduto nulla. Nei primi sei mesi del 2012, arrestati quattro: non è accaduto nulla. Hanno arrestato un modesto assessore della regione Lombardia con prove documentate dell’esistenza di rapporti tra classe politica e ‘ndrangheta ed è esplosa in due ore l’intera regione. Sono tutti burattini. Ciò che conta è tagliare i fili. Nel nostro caso serve ed è utile sapere se non altro chi è il puparo delle manovre internazionali. Ma anche qui non si tratta di complotti orditi dagli ebrei, dai massoni, dai mussulmani, dai cattolici, o chi vi piace metterci. Si tratta di capire che cosa è davvero l’euro e perché è necessario uscirne. Ma anche in questo caso, capire e cogliere le differenze: la Destra Storica vuole uscirne per abbattere l’Europa e avere finalmente il semaforo verde per ricostituire il Fascismo Storico nel nome dell’applicazione dei principii nazionalsocialisti e la Sinistra Storica vuole assolutamente uscirne per andare a costruire, invece, gli Stati Uniti Socialisti d’Europa. Due prospettive diversissime. Due prospettive antagoniste. Perché una presuppone l’idea di avere “la nazione” al centro e quindi ripostulare codici, simboli, significati di natura astratta che finiscono per garantire il necessario collante per l’oligarchia. Nell’altro caso, invece, al centro ci sono “le esistenze delle persone in quanto esseri umani” laddove viene abbattuto il principio di popolo come civiltà, di nazione come idea, di autonomia come equivalenza dell’indipendenza, perché si afferma il principio cardine del socialismo europeo basato sulla struttura operativa dello stato welfare: lo Stato (o gli Stati) hanno il dovere di occuparsi delle persone. Per la Destra, invece, lo Stato (o gli Stati) non devono intervenire (e così vince sempre il più forte, cioè il ricco); inoltre, lo Stato diventa un’idea astratta da salvaguardare nel nome di principii eterni e inalienabili (la nazione, il popolo, la sovranità, l’ente, l’onore etnico, la difesa di una civiltà) e i simboli e i codici di aggregazione (e tutto ciò che li rappresenta) diventano più importanti della esistenza delle persone che li compongono. “Si muore per la bandiera” è uno slogan classico della Destra Italiana (che poi sia l’ ampolla del Po, il Fascio Littorio, o la testa della Merkel, o una teoria economica, è irrilevante, è la stessa cosa). Un progressista non si batte per nessuna bandiera e per nessun ideale astratto. Si batte e combatte per la libertà di persone fisiche in carne e ossa che incarnano esigenze e bisogni concreti, pragmatici, specifici, basati sulla natura dell’essere umano come cittadino e come membro operativo del consorzio civile. Per la Destra Storica, al centro c’è l’Idea (qualunque sia la teoria da salvaguardare, il simbolo o il principio, è irrilevante). Per la Sinistra Storica, al centro, ci sono i bisogni concreti di una comunità ben definita, identificabile, circoscritta. E se quella specifica comunità è composta da bianchi o neri, maschi o femmine, credenti o laici, cattolici, ebrei o mussulmani, per la Sinistra è irrilevante: contano le Persone nella loro individualità di cittadini civili. Per la Destra, invece, le Persone sono sempre e soltanto “strumenti dell’Idea”. Per un sindaco leghista è fondamentale sostituire (come fanno) sulla porta del Comune la fotografia di Napolitano con quella di Alberto da Giussano, perché il loro collante è essenzialmente extra-etico e non è mai sostanziale, è sempre e soltanto simbolico. Per un sindaco progressista, dovrebbe essere irrilevante se sul muro c’è la fotografia di Napolitano, di Marilyn Monroe, di Angela Merkel o di Francesco Totti, ciò che conta è che amministri il bene pubblico nel nome dell’interesse collettivo.
Questa distinzione di totale severità civica è la discriminante necessaria per definire una volta per tutti “l’idea concreta della corruzione” ristabilendo il Senso dello status symbol civico: chi appartiene al fronte progressista risponde alla collettività, e non a una idea, a un partito, a una teoria, a un principio, a un simbolo. Il che non vuol dire che non possano esserci dei sindaci conservatori di Destra per bene, ci mancherebbe. In tal caso, sono dei progressisti a loro insaputa. Perché, per quanto possano tirarla per le lunghe, prima o poi, dovranno scegliere tra le esigenze e i bisogni di chi rappresenta “l’idea” (il vescovo, la banca, l’industriale, lo speculatore, il funzionario, la Norma) e i bisogni collettivi delle persone.
Sono discriminanti banali ed elementari. Ma che io ritengo essenziali. I “conservatori” infatti si chiamano così perché il loro fine consiste nel “conservare” soprattutto le ricchezze accumulate nei secoli dalle dinastie oligarchiche, impedendone la redistribuzione; i progressisti fondano la propria idea del mondo sul fatto che non esistono persone migliori di altre, soltanto per il fatto che sono nate nella famiglia giusta o hanno il cognome giusto o veicolano presupposte sapienze millenarie garantite nei secoli, bensì esistono soltanto cittadini meritevoli. Chi fa di più, chi opera di più, chi prevale sulla massa piatta perché ha un merito e una competenza tecnica tale da arricchire l’intera collettività, merita il riconoscimento e adeguata ricompensa.
Considerandolo secondo quest’ottica, è fuor di dubbio che “l’euro è un’idea dei conservatori”.
L’idea stessa di un’astrazione è un elemento che pone l’euro al di fuori di qualunque possibilità di poter essere difesa (come moneta reale) dal fronte progressista.
Per un progressista, se domani invece dell’euro venisse adottata la corona svedese o il dollaro australiano, ma i risultati ottenuti risolvono il problema del mercato del lavoro, della disoccupazione, e del disagio sociale, dovrebbe andare benissimo. Per un conservatore, mai. Senza adeguati simboli, senza icone, senza teorie settarie ed elitarie, senza aggregazione retorica nel nome di astrazioni, qualunque cambiamento diventa inaccettabile.
La discriminante oggi, quindi, non è tra chi ama l’euro e chi lo odia; chi sostiene che bisogna uscire dall’euro o chi sostiene, invece, che bisogna rimanerci: è una distinzione falsa. La discriminante è tra chi vuole cambiare quadro di riferimento e chi, invece, non lo vuole cambiare. Ovvero, tra chi crede che gli Stati Uniti d’Europa rappresentino una grande utopia, un grande progetto, e una battaglia per l’affermazione dei diritti sociali di eguaglianza e progresso di tutte le nazioni che lo compongono (da una parte) e coloro che puntano, invece, a uscire dall’Europa nel nome di un presupposto ritrovato senso della sovranità nazionale, autonoma e indipendente per salvaguardare delle oligarchie territoriali frutto di antiche dinastie minacciate (dall’altra parte).
Tra chi sostiene che bisogna uscire dall’euro ma non dall’Europa, e chi, invece, sostiene che bisogna uscire dall’euro e, quindi, dall’Europa.
Tra coloro che sostengono che “l’euro è l’Europa” e coloro, invece, che sostengono “l’euro non è l’Europa”.
Tra chi sostiene il rispetto “dei mercati” (entità astratta) e chi sostiene, invece, il “rispetto dello specifico mercato del lavoro”.
Tra chi sostiene l’equazione della identificazione “tra Lavoro e Valore” e chi sostiene, invece, l’attribuzione di “Valore al Lavoro a seconda della specifica mansione”. Nel primo caso si costruisce e si vuole una società in cui qualunque forma di lavoro, anche il più umile, deve essere retribuito per Legge sulla base del rispetto della libertà del mercato basato sulla relazione domanda-offerta; nel secondo caso, si attribuisce al Lavoro un Valore che viene stabilito sulla base di logiche astratte, al di fuori del mercato, basate su “principii inalienabili astratti che si riferiscono a codici simbolici o di appartenenza sociale”.
Sono decisamente contro l’euro.
Lo ero anche nel 1995, quando appresi perché e come lo stavano costruendo. Ma allora capii che non si poteva fare nulla; la condizione storica ce lo imponeva. La classe politica italiana si porterà sempre addosso la responsabilità del proprio senso di colpa civico per aver rinunciato a “spiegare” alla gente le ragioni, le motivazioni, le caratteristiche di questa “assoluta e inderogabile necessità”. I progressisti italiani, allora (nessuno escluso, ma proprio nessuno, neppure quelli dell’estrema sinistra che oggi sostengono demagogicamente di essere contro Monti) scelsero la strada della nebbia, della copertura della Verità, della complicità nella truffa ben congegnata. Se l’avessero spiegato, l’avremmo avuto uguale, ma essendo a conoscenza degli esatti parametri di riferimento, e di ciò che comportava, avremmo potuto dispiegare il meglio della creatività nazionale per adattarci in maniera vincente alla nuova situazione che si era creata.
Siamo stati vittime di un inganno.
Oggi, c’è molta confusione perché altri inganni si profilano all’orizzonte, mescolando le carte in tavola e facendo credere fischi per fiaschi.
Essere contro Monti non basta. Essere contro le banche non basta. Essere contro l’euro non basta.
Ci vuole una spiegazione dettagliata delle motivazioni, delle ragioni, degli obiettivi.
Jean Paul Sartre tornò dall’Urss nel 1948 e insieme a Raymond Aron e Andrè Maulraux , si assunse la responsabilità collettiva di sostenere che “il comunismo è un grande inganno”. Anche Giorgio Almirante sosteneva la stessa cosa, ma le motivazioni erano diverse. E la diversità sta proprio nella qualità argomentativa delle motivazioni. Quelle.
Oggi, costruire una battaglia politica e culturale vincente contro l’euro è possibile.
E’ ciò che a me interessa.
Ma voglio scegliermi i compagni di cordata, perché voglio che le motivazioni, le argomentazioni, la comprensione sia molto chiara e netta. Per me lo è. Il che mi consente la serenità di ascoltare l’on. Mario Borghezio, quando parla di andare contro le banche, contro i Bilderbeg, contro la Germania, contro l’euro, e riconoscere immediatamente i perché e i come di un’idea anti-euro che è fondamentalmente un’idea anti-europea, anti-progressista, anti-umana.
Per me non esistono alleanze tattiche.
Per me, il principio “il nemico del mio nemico è un mio amico” è un pericoloso Falso.
Per chi scrive, la differenza tra conservatori e progressisti è molto chiara e netta, e la mia scelta è chiara e dichiarata, perché voglio un cambiamento, voglio la mia Europa socialista e la voglio subito, e voglio abbattere l’euro non perché toglie sovranità, bensì perché è un meccanismo diabolico e perverso inventato dall’oligarchia del privilegio per mantenere il privilegio e schiavizzare le persone. Oggi, la Destra protesta perché, in questa fase, è stata messa in secondo piano non essendo utile momentaneamente: tenta di rientrare dalla finestra usando il frasario del disagio collettivo. Non facciamoci ingannare.
Oggi è davvero possibile vincere la battaglia contro l’euro e uscirne fuori.
Perchè il quadro internazionale è cambiato, molto, ma molto di più di quanto non si pensi.
Non siamo più nel febbraio del 1990 quando venne presa la decisione.
E’ davvero una bellissima notizia.
Perché le condizioni per far crollare l’architettura dei conservatori oligarchi ci sono.
A Mario Monti, personalmente mi vien da dire “anche a noi ce lo chiede l’Europa”.
Il punto è questo: quale Europa? Per andare dove? E con chi?
La Storia ci fornisce elementi gustosi per comprenderne il significato e la traccia.
Basta andare a leggerla.
Su come è nata l’Europa. Su ciò che è accaduto. Per ricordare i secoli precedenti e riprendere le fila di un bellissimo quanto esaltante percorso progressista che ci consenta di andare a costruire un’alternativa esistenziale valida per tutti, nessuno escluso. Perché soltanto questo è ciò che conta: avere una vita che ci piaccia vivere. Ma se non sappiamo che cosa è successo, come sono andate le cose, quali sono i precedenti, non possiamo sapere come andare a costruirci il futuro prossimo venturo.
Per il momento, dunque “Che Dio stramaledica l’euro” ma allo stesso tempo ci aggiungo”Che Dio benedica l’Europa”.
Per me sono davvero due strade incompatibili e molto ma molto diverse.

Completamente antagoniste.

Il Costo Della Politica è un Diversivo per gli Italioti

IL COSTO DELLA POLITICA E I PRIVILEGI DELLA CASTA NON SONO “IL PROBLEMA” DELL’ITALIA

Vittorio Boschelli

Come abbiamo Sempre Affermato Noi Del Fronte il Costo della Politica non è IL PROBLEMA DEGLI ITALIANI, ma è uno dei tanti problemi al pari di tanti altri, che l’Italia ha e certamente va risolto, ma fondare su questo la fortuna di tanti “Nuovi Movimenti” non solo è deleterio per la POLITICA con la P maiuscola, ma è Demagogico e Funzionale al Sistema Finanziario, a tal punto che vi toccherà il Monti Bis, senza capire IL VERO PROBLEMA del Popolo e della Nazione, e i veri costi della Politica che non sono gli Stipendi ma sono Le SCELTE o NON SCELTE dei Politici, ad esempio la Scelta di Rimanere nell’EURO e Unione Europea, questo è il VERO COSTO per il Popolo e la Nazione, altro che stipendi. Questo NOI lo abbiamo sempre sostenuto anche risultando fuori dal coro e impopolari, ma come dimostra questo articolo, con il tempo, tutti i nodi vengono al pettine e la Verità Trionfa sempre. Il compito di chi è responsabile di un Partito o Movimento che pretende di Cambiare e Governare l’Italia, non è quello di camminare con i sondaggi in tasca e cavalcare le mode, ma quello di affrontare i veri problemi per priorità, dicendo la verità e non depistando l’attenzione del Popolo su falsi Problemi o Secondari problemi, che certamente vanno risolti tagliando tutti i privilegi dei politici, ma se non si affronta il problema principale, il resto non conta e non si può affrontare nemmeno il secondario, perchè sarebbe inutile economicamente, utile simbolicamente. Oggi in Italia come ieri c’è un solo problema ASSOLUTO che si chiama EURO e UNIONE EUROPEA, LIBERA CIRCOLAZIONE DI CAPITALI, MERCI e PERSONE, MONDIALISMO e NEO-LIBERISMO, il resto sono BALLE per Ingannare e Depistare il Popolo e fare gli Iteressi del SISTEMA. E chi in questi anni non ne ha parlato, preso posizione e non ha cercato di far capire il Popolo sul Disastro che avrebbe provocato una Moneta Unica a Cambio Fisso e l’Unione Europea assieme alla Libera Circolazione di Capitali e al Mondialismo Liberista, non può essere in buona fede e il danno di Milioni di Euro degli Sprechi e Privilegi della Casta è poca cosa rispetto al Danno di Miliardi di Euro della Scelta di Fare l’Euro e di Continuare a Sostenerlo, quindi chi si definisce NUOVO in realtà è Vecchio e Riciclato come la Storia Insegna.

Articolo Tratto dalla Tempesta Perfetta

Suppongo che vi sarete già accorti che in queste ultime settimane l’attenzione mediatica e giudiziaria è tutta puntata sulla famelica casta della politica italiana, che nonostante il clima ostile nei suoi confronti continua sfacciatamente le ruberie, infilandosi in uno scandalo dopo l’altro. Le regioni, dalla Sicilia al Lazio, alla Lombardia, Liguria e Trentino per adesso sono nel mirino della Magistratura e della Guardia di Finanza, ma non è escluso che fra qualche giorno si passerà alle province, ai comuni, alle aree metropolitane, fino a rientrare di nuovo nel parlamento per scovare altri Lusi, BelsitoScilipoti, Razzi. Lavoro da fare ce n’è tanto, perché non ci vuole molto a capire che il migliore della nostra attuale classe politica e dirigente ha la rogna. Basta guardarli in faccia e sentirli parlare per capire quale sia il loro spessore politico, etico o culturale e gli studi di Lombroso e Freud potrebbero aiutare non poco in questa analisi psico-fisiognomica. Ma lasciarsi trascinare dal clima di caccia alle streghe e credere che tutti i problemi dell’Italia derivino soltanto dai soldi pubblici sottratti dai politici alle casse dello stato è un errore di leggerezza e superficialità colossale, che serve a sviare l’attenzione degli italiani dalle faccende realmente importanti e cruciali per il destino del nostro paese.

Per carità, un po’ di pulizia ci voleva e ci vuole sempre sia in tempo di crisi che di abbondanza, perché dei vari Fiorito, Zambetti, Lombardo, Maruccio non sentiremo mai la mancanza ed è giusto che paghino per le loro colpe, ma le questioni in ballo in questo momento per l’Italia non sono nell’ordine dei milioni di euro rubati a destra e a manca dai faccendieri d’accatto infiltrati nella politica, ma dei miliardi di euro, che giorno dopo giorno vengono sottratti alla gestione ordinaria della spesa pubblica e convogliati sotto silenzio verso altre destinazioni, i cui maggiori beneficiari sono quasi sempre le grandi lobbies finanziarie europee e internazionali. La sproporzione informativa fra i fiumi di parole spesi per denunciare i crimini indegni ma contabilmente irrilevanti dei vari politicanti corrotti e il silenzio che regna intorno alle grandi manovre finanziarie di proporzioni ciclopiche, dal salvataggio pubblico di Banca Monte Paschi di Siena alla chiusura dei contratti derivati con Morgan Stanley, dalle quote di partecipazione al Meccanismo Europeo di Stabilità al Fiscal Compact, è la prova più convincente del fatto che in Italia ormai si è instaurato un possente regime totalitario autoreferenziale, che vive e prospera sul legame stretto fra i centri privati di potere nazionali e internazionali e gli organi di informazione asserviti. Snoccioliamo subito alcuni numeri per capire di quali dimensioni stiamo parlando.

Nei primi sette mesi del 2012 il debito pubblico italiano è aumentato di quasi €70 miliardi, di cui oltre €27 miliardi sono riferiti alle sole quote di partecipazione versate prima al fondo salvastati EFSF (European Financial Stability Facility) e poi al Meccanismo Europeo di Stabilità MES: quindi quasi il 40% dell’aumento complessivo del debito pubblico è dovuto ad uscite che non c’entrano nulla con la spesa pubblica, gli sprechi, la corruzione (vedi tabella sotto, con le varie scadenze di pagamento). Altri €6 miliardi circa sono causati dal solito meccanismo di aumento della quota interessi da pagare perché mediamente il rimborso e rinnovo dei titoli pubblici in scadenza avviene con l’emissione di nuovi titoli pubblici che hanno un rendimento più alto: quindi questa somma in buona sostanza evapora per il solo scarto di interesse fra nuovi e vecchi titoli (quello che comunemente chiamiamo spread). Solo alla Morgan Stanley sono stati versati a gennaio €2,6 miliardi per la chiusura di contratti derivati, ma non sappiamo se intanto il Ministero del Tesoro abbia provveduto a chiudere altre posizioni in derivati aperte con le maggiori banche d’affari internazionali, come Goldman Sachs o JP Morgan, perché queste operazioni sono strettamente riservate e mantenute fuori bilancio. Abbiamo poi i €3,9 miliardi stanziati per il salvataggio della Banca Monte Paschi di Siena, attraverso l’acquisto delle sue obbligazioni spazzatura che impediscono di fatto allo stato di nazionalizzare e controllare l’istituto, il cui valore patrimoniale è oggi pari a poco più di €2,6 miliardi. Abbiamo i buchi di bilancio delle amministrazioni locali, regioni, province e comuni, dovuti spesso ad uso dissennato dell’indebitamento bancario e ad utilizzo troppo superficiale di strumenti derivati, di cui daremo conto nei prossimi articoli. Un fiume straripante di miliardi di euro che dalle casse dello stato, e in ultima istanza dalle tasche dei cittadini, si sposta in massa e a senso unico nei conti di deposito degli oligopoli bancari e finanziari

Data

Debito pubblico

Prestiti all’EFSF/MES

31/12/2011

1.897,88

3,11

31/01/2012

1.934,82

3,97

31/07/2012

1.967,48

20,1

Fonte: Banca d’Italia, “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” n. 47 del 13 settembre 2012.

Alla fine, dopo che tutto questo flusso ininterrotto di miliardi di euro ha sfamato e saziato la voracissima Idra della finanza, abbiamo dulcis in fundo, come ciliegina sulla torta di questo quadro agghiacciante, le ruberie, le truffe, i raggiri dei faccendieri prestati alla politica e i costi eccessivi, gli sprechi, i privilegi della casta. Risvolto quest’ultimo sicuramente disdicevole e ripugnante che crea legittima indignazione e rabbia nell’opinione pubblica, perché alla luce del sole e amplificato oltremisura dalla stampa, ma pur sempre una briciola di qualche milione di euro se confrontato con le vagonate stracolme di miliardi di euro che nel silenzio più assoluto vengono sottratti alla gestione del bene comune e riservati alla soddisfazione di una ristretta cerchia di interessi privati. Per avere un termine di paragone siamo nell’ordine di grandezza di 1:1000: per ogni milione di euro rubato da Fiorito, ce ne sono 1000 milioni di euro portati via senza colpo ferire e fare rumore alcuno da Unicredit, Monte Paschi e compagnia bella. Un abisso di differenza in termini strettamente contabili e se Fiorito viene giustamente accusato di essere un criminale, come dovremmo chiamare sciacalli professionisti come Profumo, Mussari, Passera e i dirigenti delle lobbies finanziarie internazionali?

Con questo non voglio giustificare la corruzione o il malaffare politico, per carità, me ne guarderei bene, ma solo ribadire con assoluta chiarezza e schiettezza che esiste una precisa scala gerarchica del ladrocinio nazionale, e in questa piramide il Fiorito di turno rappresenta soltanto l’ultima ruota del carro, mentre ben altri godono dei maggiori frutti del furto che si perpetua senza sosta, la quale a sua volta deriva dalla scelta scellerata di subordinare la capacità di azione politica e lo stato sociale di una democrazia ai finanziamenti delle banche e dei mercati privati dei capitali. Per capire meglio il dramma facciamo un ragionamento per assurdo: dalla relazione della Corte dei Conti sul bilancio dello stato risulta che i “redditi da lavoro dipendente” ammontano per il 2012 a circa €170 miliardi. Immaginiamo di tagliare questi costi con la scure di €85 miliardi, dimezzando il numero dei parlamentari, riducendo gli stipendi di politici e funzionari pubblici, licenziando impiegati, chiudendo uffici ed ospedali: una vera e propria mattanza di proporzioni bibliche, che i curatori fallimentari del governo Monti al soldo della grande finanza riuscirebbero a stento a vagheggiare nei loro sogni più belli. Considerando che lo stato italiano paga ogni anno €90 miliardi circa di interessi sul debito pubblico, questi soldi andrebbero quindi a rimborsare soltanto le cedole e gli interessi sul debito senza ridurre di un centesimo la quota capitale, che dovrebbe essere intaccata imponendo altri tagli draconiani alla spesa dello stato, fino a raggiungere l’agognato pareggio o surplus di bilancio. Se guardiamo sotto la distribuzione del debito pubblico tra i vari creditori nazionali e internazionali, possiamo notare chi intascherebbe i soldi ricavati da questo ipotetico taglio massiccio della spesa corrente.

Secondo i dati aggiornati a luglio 2011 della Banca d’Italia solo il 14% del debito pubblico italiano è posseduto da privati residenti in Italia, il 26,8% è nelle mani di “istituzioni finanziarie monetarie” (banche, fondi comuni), il 13,5% da assicurazioni e fondi pensione, il 3,65% direttamente dalla Banca d’Italia e il 43% è nelle mani di soggetti non residenti, cioè all’estero, presumibilmente grandi istituzioni finanziarie. Dalle analisi ricognitive più recenti di Banca d’Italia sappiamo che la quota di debito pubblico detenuta all’estero è crollata drasticamente al 31,7%, perché grazie agli aiuti LTRO della BCE le banche italiane sono state costrette a ricomprarsi i titoli di stato posseduti dalle società finanziarie straniere, in particolare tedesche e francesi. Tuttavia, a parte questo passaggio di consegne tra banche, la quota di debito in mano ai residenti privati, famiglie e aziende non finanziarie, è rimasta pressoché costante. Questo è il punto. Solo una quota minima di tutti i soldi che vengono rastrellati dal governo per rimborsare il debito pubblico rimangono in Italia, nelle mani di soggetti che poi quei soldi “potrebbero” spenderli e investirli nell’economia reale, mentre tutto il resto va ad ingrossare le riserve delle banche nazionali ed estere, che sappiamo benissimo come  vengono utilizzate: rimborsare i debiti contratti, acquistare titoli finanziari, rinforzare il deposito precauzionale presso la banca centrale, limitare al massimo i prestiti ad aziende e famiglie, soprattutto in questo periodo di recessione e di incertezza diffusa.       

E’ evidente che una tale redistribuzione viziosa dei redditi dal basso verso alto  sia la causa principale del calo generalizzato della domanda aggregata (consumi, investimenti, spesa pubblica) che ha automaticamente fatto diminuire il prodotto interno lordo PIL di circa -2,5% nel 2012, aggravando non poco gli effetti recessivi in corso e fornendo poche prospettive di ripresa per i prossimi anni. Un salto nel buio, che prima o dopo, quando i risparmi degli italiani saranno stati prosciugati, ci condurrà all’instabilità sociale, alle rivolte di piazza, all’ingovernabilità, come sempre è accaduto nella storia quando si è venuta a creare una simile disparità cronica di ricchezze e diritti. Questo è il percorso a cui andiamo incontro perseguendo a testa bassa la lotta cieca ai costi della politica e ai privilegi della casta, senza avere chiaro il quadro generale d’insieme. Il vero problema dell’Italia non sono affatto gli sperperi e gli sprechi della politica, ma come questi soldi eventualmente risparmiati o chiesti ai soliti contribuenti vengono poi utilizzati ad esclusivo vantaggio dei gruppi finanziari internazionali.

Paradossalmente, come ha già fatto notare qualcuno, quando diamo un alto stipendio ad un politico, almeno siamo certi che in una qualche misura l’arraffone in questione spenderà questi soldi in vestiti, ristoranti, case, viaggi, auto di lusso, gioielli, feste, teatri, facendo girare bene o male l’economia, mentre trasferendo  questi soldi dagli emolumenti dei parlamentari per darli alla finanza sappiamo già per certo che andranno definitivamente persi nei circuiti interbancari e finanziari, senza mettere in moto praticamente nulla, a parte i finanziamenti diretti forniti alle grandi aziende e multinazionali (società spesso imparentate in qualche modo con le stesse banche creditrici). Non dobbiamo quindi stupirci se, come si evince dal grafico riportato sotto, tutti gli ultimisforzi richiesti ai cittadini e le manovre di bilancio adottate dalgoverno per ridurre a monte il deficit pubblico, con continui aumenti di tasse e tagli alla spesa, si riflettano poi a valle in un ulteriore peggioramento del rapporto debito pubblico/PIL, che è passato in un solo anno di governo Monti dal 123% al 127%. Trattandosi di un rapporto, se il denominatore tende a diminuire più rapidamente del numeratore, il risultato finale nel complesso non può che aumentare: questa è algebra da scuole elementari e non serve una laurea alla Bocconi per afferrare i semplici meccanismi descritti (per questo motivo possiamo dire con certezza che gli esimi professori del governo tecnico sono in malafede, mentono pur sapendo di mentire, e il loro scopo ultimo è solo quello di arraffare più soldi possibile agli italiani per rimborsare i grandi creditori nazionali e internazionali, prima che tutto crolli).

Ripeto, con questo non voglio dire che sia corretto lasciare gli stipendi alti a politici e funzionari pubblici, per consentire loro di continuare a vivere una vita da nababbi mentre i cittadini sono costretti a stringere la cinghia e fare sacrifici, ma ponderare bene come e dove verranno veicolati i soldi eventualmente risparmiati: meglio i vitalizi dei politici o i bonus dei dirigenti di banca? O ancora peggio, togliere soldi alla spesa pubblica per depositarli sui conti di riserve delle banche, privando cittadini e imprese dei mezzi di pagamento necessari. Il vero problema dell’Italia quindi, e lo si capirà meglio vedendo le dimensioni finanziarie in gioco (dell’ordine di milioni di euro e non di miliardi di euro), non sono gli sprechi, gli sperperi, gli abusi, la corruzione della politica (fenomeni questi distorsivi e devianti dell’illegalità diffusa che vanno comunque aspramente combattuti), ma il fatto che la politica non ha più gli indispensabili strumenti fiscali e monetari per agire attivamente nell’economia e invertire il declino in corso, avendo delegato tutte le proprie sovranità ad istituzioni sovranazionali come la BCE e l’Unione Europea che hanno le idee molto chiare su come utilizzare i poteri acquisiti: salvaguardare i privilegi della finanza privata, le rendite di investitori e speculatori, gli interessi di grandi gruppi industriali e multinazionali a costo di affamare i cittadini e distruggere lo stato sociale.

Il vero problema dell’Italia è la costrizione imposta a tutta l’economia di rimanere agganciata ad una moneta unica forte come l’euro che sta annientando la competitività del tessuto produttivo nazionale, salassando i salari dei lavoratori, amplificando gli squilibri interni ed esterni del paese con il resto degli stati europei. Il vero problema dell’Italia è che continuando su questa strada apriremo le porte ad una progressiva ma inesorabile colonizzazione dei grandi gruppi industriali e finanziari stranieri, rinunciando all’autonomia produttiva e peggiorando anno dopo anno la dipendenza dagli investimenti esteri e il tasso di indebitamento con il resto del mondo. Il vero problema dell’Italia è la selezione della classe dirigente, che viene scelta con cura in base alla scarsa competenza e capacità decisionale o alla facilità con cui si lascia manipolare o corrompere da agenti esterni alla politica. Il vero problema dell’Italia è il continuo attacco della propaganda che tende ad assottigliare e ridimensionare le istituzioni democratiche dello stato in favore di interessi e controlli privatistici della politica. In confronto a questi problemi cruciali, i vitalizi dei parlamentari sono il classico fumo negli occhi che serve ad annebbiare la vista, perché a quel punto, quando la nazione sarà priva di qualsiasi capacità di reazione, non ci sarà più bisogno della politica, del parlamento, della democrazia, in quanto vivremo in una sorta di dittatura finanziaria e industriale eterodiretta in cui le decisioni verranno prese altrove e i residenti non avranno più alcuna voce in capitolo non solo per far valere le proprie legittime istanze di  giustizia ed equità sociale, ma anche per rivendicare gli essenziali diritti democratici che stanno alla base della pacifica convivenza civile (non ultimo il diritto di voto). Inutile ricordare che da trenta anni a questa parte, con l’adesione totale e convinta ai programmi oligarchici e totalitari dell’Unione Europea, il processo di espropriazione di potere, di ricchezza, di democrazia è già abbondantemente in corso e sotto gli occhi di tutti.

L'Effetto che Facciamo ai Sud Americani

L’Effetto che NOI Italiani Facciamo ai Sud Americani è Scioccante.

Un Articolo sul Guardian descrive come ci vedono e giudicano dall’America Latina, e sono attoniti a vedere come NOI che eravamo il Modello del Welfare nel Mondo, stiamo accettando tutto questo…………..

Paesi come l’Argentina sanno tutto sulle crisi finanziarie. Ma i Sudamericani sono scioccati per la dimensione assunta dai problemi dell’Europa.


L’America Latina non è estranea alle crisi finanziarie. Ma ciononostante, il continente è turbato dal calvario dell’Europa. Non solo i disordini, ma le risposte: il fatto che gli europei sembrano accettare che siano i membri più deboli della società a dover portare il peso maggiore della crisi economica.

La Presidenta Cristine Dichiarava tempo fa: “l’Italia farà la nostra stessa fine il copione è lo stesso e gli errori pure”


Uno dei più notevoli critici del predominio dei mercati sulla politica è Roberto Lavagna, ministro dell’economia subito dopo la crisi del debito Argentino. Lavagna è d’accordo nell’affermare che il resto dell’Europa sta facendo male a cercar di soddisfare le richieste della Germania e del Fondo Monetario Internazionale.


“I tagli che distruggono il potere d’acquisto della gente sono recessivi e non portano risultati in termini di riequilibrio fiscale”, dice. “La Germania ha diretto queste politiche, sostenuta peraltro da un governo dell’Unione europea a Bruxelles, che non ha potere né influenza, e dal Fondo Monetario Internazionale che ha sempre sostenuto questo progetto. E’ proprio lo stesso progetto che hanno offerto all’Argentina, e che abbiamo respinto nel 2002.


Ha poi aggiunto: “Sono sbalordito dalle enormi somme di denaro che danno alle banche, e mi chiedo: perché non aiutare i consumatori indebitati? perché aiutandoli, rinegoziando i prestiti, riducendo i loro tassi di interesse, ecc., alla fine si aiuterebbero i consumatori a recuperare un po’ di fiducia, si sosterrebbe la domanda e si farebbe funzionare l’economia.” osservate che lavagna non parla di aiutare lo Stato Indebitato, ma i “consumatori indebitati” questo è un passaggio importante che agli Italiani non entra, convinti che il problema è il debito pubblico, invece il problema, come sanno benissimo in Argentina è Il Debito Privato Estero di Famiglie e Imprese. Ma questo nessuno lo dice in Italia, e molti altri dicono che il debito pubblico è un’invenzione, che è possibile non pagare nulla che il debito non esiste, questa tesi è smentita proprio dall’Argentina, con uno stato sovrano il debito non esiste, infatti con la Lira si, che era un’invenzione che se non entravamo nell’Euro eravamo falliti, con una moneta unica e un unione europea, il Debito Esiste eccome ma non è il pubblico, anche se l’Argentina il 50% lo ha dovuto pagare fino all’ultimo Dollaro, altrimenti c’era l’Embargo, ma è quello privato il problema che farà crollare gli STATI e L’EURO, e naturalmente Famiglie e Imprese, perchè è da pagare TUTTO fino all’ultimo EURO, il problema è, che più si aspetta e più cresce, capito cari demagoghi?


Il filosofo Argentino Ricardo Forster, un sostenitore del governo di Cristina Fernández, ricorda che negli anni ’90 in Argentina gli economisti ortodossi (alias omodossi, ndt) dominavano il panorama politico – e il pensiero dominante allora era “è inevitabile”. Le peggiori misure di austerità sembravano inevitabili. Eppure l’Argentina non viveva la selvaggia svalutazione salariale che è in corso in Spagna, Grecia, Portogallo, e in Italia.

“Ero in Spagna di recente e alcuni professori amici miei mi hanno raccontato come sono stati privati della tredicesima e della quattordicesima. Cosa che non è mai successa in Argentina, neanche nei giorni peggiori della crisi. “


Per molti di noi Latino-Americani, l’Europa rimane uno specchio in cui osservarci. Ma quello specchio appare sempre più nebuloso e remoto.

“Una crisi finanziaria (o diverse crisi insieme, con i loro rispettivi contesti sociali) non possono cancellare secoli di sviluppo culturale”, afferma Dante Trujillo, il fondatore Peruviano della rivista letteraria MalPensante. Ma in considerazione del declino dell’Europa, in contrasto con lo “sviluppo economico e culturale del Sud America”, Trujillo riflette: “chi è il buon selvaggio ora?”.


Lo scrittore Uruguayano Mauricio Rosencof vede un’Europa esitante “che vuole, ma non può”, un’Europa in cui i bidoni della spazzatura, in Spagna, ad esempio, a volte sono chiusi a lucchetto per impedire alla gente di cercare cibo avariato tra i rifiuti. “Questo, in teoria, dovrebbe essere lasciato all’America”, dice.


“Per un ristretto gruppo di intellettuali, artisti, accademici e gente con un sacco di soldi, l’Europa resta il continente della cultura. Berlino, per coloro che sanno, è il centro culturale del mondo. E’ all’avanguardia nell’arte, nella musica, nel design, nell’architettura … Ma niente di tutto questo è di una qualche importanza nella vita di tutti i giorni del Peruviano medio. In ogni caso, non ci è sfuggito il numero di europei che vengono a stare nel nostro paese; sappiamo che non stanno andando molto bene laggiù. E sappiamo come ci si sente a non andare bene. “


Questa consapevolezza che l’Europa sta attraversando un periodo molto difficile può anche alimentare la sfiducia degli investitori. Horacio A Losoviz, il presidente Argentino di Indra (società spagnola IT e difesa) a Buenos Aires, ritiene che la crisi ha ridotto “la credibilità sulle possibilità di ricevere investimenti da quei paesi”. E la mancanza di credibilità “fa sorgere l’idea che cercheranno di portare più profitti e capitali nella ‘madre patria’, per coprire le perdite correnti nei loro rispettivi mercati”. Capito chi non accetterà tutto questo e chi farà crollare Euro e Eurolandia? Non il Popolo che continua imperterrito come i muli a votare PD,PDL, UDC, SEL, IDV, LEGA e Company.


Alcuni intellettuali deplorano che lo specchio non solo è diventato remoto e appannato, ma è proprio andato in frantumi. L’avvocato Cileno Carlos Peña, presidente della Diego Portales University di Santiago e giornalista politico per il quotidiano El Mercurio, ricorda che per molti anni “non di meno che durante la prima metà del 20° secolo”, il modello da emulare per l’élite intellettuale e politica del Cile era quello europeo, considerato “uno stato di diritti universali in espansione”. Tuttavia, “il crollo della democrazia – il golpe del 1973 – è stato il fallimento finale di questo tentativo di emulazione. La dittatura ha sostituito il sogno Europeo con il sogno Americano.”

Ma negli ultimi anni, i Cileni hanno cominciato a lamentarsi delle eccessive privatizzazioni: “E le elite hanno ricominciato a guardare all’Europa.”

I Cileni domandavano più diritti nei settori dell’educazione e della sanità. . “Ma in quella fase si sono scontrati col fatto che l’Europa era in crisi e che un’estensione dei diritti per tutti era apparentemente impossibile. Questo è il significato della crisi europea per il Cile: che tutti i sogni sembrano essere stati distrutti” conclude Peña.


Peña non è l’unico a pensare che prima o poi i problemi dell’Europa influenzeranno l’America Latina. “Negli ultimi 20 anni, l’Europa ha raggiunto degli standard di democrazia, trasparenza e pluralismo, di tutela delle minoranze, di cultura e di equità sociale senza rivali in qualsiasi altra parte del mondo”, dice il giornalista e scrittore Argentino Jorge Fernández Diaz.


“E’ stata un modello e un punto di riferimento per molti paesi. E così, la sua attuale crisi sta avendo un impatto negativo sugli stessi paesi emergenti, dove i nuovi problemi dell’Europa vengono utilizzati come alibi per violare le regole della democrazia.


“Per i conservatori nei nostri paesi, la crisi è da imputare ad un ‘eccessivo’ welfare state. Per quelli di sinistra, è dovuta alla uniforme attuazione del neoliberismo. A mio modesto parere, è stato sufficientemente dimostrato che lasciare degli avvoltoi impazziti liberi nel mercato e, allo stesso tempo, controllare rigidamente il tasso di cambio, sono state le vere ragioni di questo crollo.”


In mezzo a tanta frustrazione, Liniers, uno dei più noti vignettisti Argentini, cerca di trarre una conclusione ottimistica: “Voi Europei non siete abituati ai cicli di 10 anni. Qui, i tempi sono quasi sempre stati così. Nel 2001 hanno rubato i nostri soldi. Come oggi stanno rubando i vostri. Ricordo che negli anni ’80, quando ero un ragazzo, un ladro rubò il mio Walkman in una stazione ferroviaria. Il ladro venne da me e mi disse, ‘se non me lo dai, ti ammazzo.’ Mi sentivo furioso e umiliato. Ma quando arrivai a casa i miei genitori mi consolarono. E ben presto mi resi conto che le persone oneste ci sono sempre. In Europa oggi rubano gli walkman, ma le persone creative sono ancora lì. Non spariscono. Ora, se hanno portato via Cervantes, Velazquez e Caravaggio … beh, allora ci potrebbero spennare tutti. “

Vittorio Boschelli

La Crisi ed Effetti

La Crisi avanza Inesorabile, solo Monti e i Partiti vedono la Luce il Popolo vede NERO

Monti e i Partiti di Governo

La crisi è viva e, nonostante le rassicurazioni di Monti circa un suo prossimo superamento, si fa sentire, eccome. Dagli ultimi dati raccolti da Infocamere emerge che il numero dei cittadini italiani che non rispettano le scadenze dei pagamenti è in continua ascesa. Nei primi sei mesi del 2012, i protesti sono aumentati del 2,4% rispetto allo stesso periodo del 2011, toccando la cifra dei 670 mila, per un totale di 1,642 miliardi di euro. Il valore medio dei titoli protestati è pari a 2.446 euro.

Nello specifico, è cresciuto il numero delle cambiali protestate (5,1%), mentre è calato quello degli assegni e delle tratte, i cui protesti sono diminuiti rispettivamente del 4,6% e dell’11,6%. Le maggiori difficoltà a rispettare le scadenze sono avvertite nel Meridione, dove i protesti di titoli di credito hanno fatto registrare nel primo semestre dell’anno in corso un aumento del 6% rispetto ai  dati del 2011.

In particolare, il numero complessivo dei protesti si è impennato vertiginosamente in Molise (+22,8%), che presenta anche il più alto ammontare medio dei titoli protestati (3.039 euro, +40% in un anno). Seguono a ruota l’Abruzzo, che con il suo +22,4% si mantiene incollato al Molise non solo dal punto di vista topografico, ma anche in questo primato negativo, e la Sardegna (+15,7%).

La regione del Meridione che ha avuto l’aumento più contenuto è la Calabria, con il suo +0,6% di titoli di credito protestati. Il tutto è aggravato dall’aumento dell’importo complessivo dei valori contestati nelle regioni meridionali, che nei primi sei mesi del 2012 è aumentato dello 0,3% rispetto allo stesso periodo del 2011.

Situazione diversa invece al Settentrione, dove il fenomeno è praticamente stabile nel Nord-Est (-0,1%) e addirittura in miglioramento nel Nord-Ovest (-0,4%). Tra le regioni del Centro Italia, invece, i più refrattari al rispetto delle scadenze sono gli abitanti delle Marche (+7,8%) e dell’Umbria (+4,1%), mentre Lazio e Toscana hanno toccato cifre considerevolmente inferiori, seppur comunque in aumento (rispettivamente +2,3% e +2,1%).

Analizzando i dati che riguardano le singole province della nostra penisola, si può constatare che nelle province di Milano, Napoli e Roma si concentra il maggior numero di protesti, per una cifra complessiva che supera di oltre un quarto (26,1%) tutto l’insoluto nazionale nel periodo preso in considerazione.

A Belluno e Gorizia, invece, va la palma di meno indebitati, mentre ad Arezzo e Parma è stato registrato il valore medio dei titoli protestati più alto (oltre 4 mila euro).
Giuseppe Ferrara
20 ottobre 2012