Renzi in Linea Con Bundesbank e F.M.I

Renzi in Perfetta Sintonia e Sincronismo con la Bundesbank per Sferrare L’Ultimo Attacco ai Risparmi Del Popolo.

 

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Vittorio Boschelli

Il “Nuovo” Renzi figlio del Liberal Capitalismo e servo del partito unico dell’euro, qualche giorno fa nella trasmissione Virus, su Rai 2, ci offre il meglio di se stesso e conferma una volontà politica impartita a livello Europeo e Mondialista, quella di ESPROPRIARE i risparmi delle Famiglie (quelle fortunate che posseggono ancora qualcosa) attraverso il trasferimento ottenuto per Tassazione Patrimoniale e Prelievo Forzoso sui conti correnti, a favore della èlite della Finanza.

Renzi dimentica, anzi finge di dimenticare, assieme a tutti i Politicanti, che attualmente esiste una Patrimoniale che il Popolo già paga (molti inconsapevolmente) con un’aliquota dello 0,20%… certo è poca cosa rispetto a quello che hanno in mente… ovvero innalzare la tassazione delle rendite fino al 28%.

In soldoni non è affatto quel poco che già oggi costituisce gabella, figuriamoci con percentuali a due cifre accadrà in Italia e non in Grecia… giusto per chi era illuso “che noi non eravamo la Grecia” come se l’Euro e L’Unione erano solo in Grecia e i Tedeschi erano “cattivi” solo con i Greci.

Cerchiamo di capire cosa implica la SCELTA POLITICA di Renzi e gli ordini dell’Unione Europea… (forse batteremo i pugni… non certo faremo applausi). Se si dispone di 100 mila euro investiti in obbligazioni che, ad essere generosi, offrono una cedola del 3% all’anno, ci si porta a casa 3 mila euro all’anno lordi, ai quali va tolta la ritenuta fiscale…

Siccome Renzi dice che vorrebbe alzare al 28% la Tassazione Patrimoniale… ciò significa che la cedola annua lorda subirà una tassazione di circa un terzo ed esattamente una tassazione pari ad 840 euro. La rendita patrimoniale si ridurrebbe secondo il piano Renzi… da circa 3.000 euro a 2.160 euro.

Ma non finisce qui. Perché il patrimonio finanziario di cui si dispone subisce una ulteriore aggressione fiscale per via dell’imposta di bollo calcolata sui 100 mila euro, che da quest’anno è stata elevata allo 0,20%, strutturalmente, salvo ulteriori inasprimenti. Quindi altri 200 euro che riducono la rendita dell’investimento annuo a circa 1.960 euro netti… ai quali va aggiunta, ad esser buoni, l’inflazione.

Eccettuato l’ultimo anno, mediamente, l’inflazione, in Italia, negli ultimi 10 anni, è oscillata intorno al 2,5% circa. Quindi al di sopra del target della Bce fissato al 2%.

Ipotizziamo quindi che, nel medio periodo, il livello di inflazione sia simile a quello subito nel decennio passato: quindi il 2,5% annuo, anche se la dinamica potrebbe essere addirittura peggiore. Ciò significa che al montante costituito dal patrimonio maggiorato della rendita netta (cioè 100.000+1.960= 101.960 euro) si dovranno sottrarre altri 2.600 euro circa.

Ecco quindi che, a fine anno, si sarà ottenuto un rendimento reale negativo, che andrà ad erodere il patrimonio di circa 600 euro all’anno.

A questo si dovranno aggiungere anche i costi di intermediazione della banca, gli oneri riferibili alla tenuta dossier titoli e le commissioni di gestione del conto corrente agganciato al dossier.

Ancora una volta in soldoni va rilevato come il rischio sia costituito dalla circostanza che i 100.000 euro di patrimonio finanziario, a fine anno, diventino quasi 99.000 euro reali, con una perdita reale di valore di circa 1.000 euro. E questo se si capitalizzasse la cedola netta ricevuta, cioè se non la si spendesse. Perché, altrimenti, il saldo sarebbe anche peggiore…

C’è da aggiungere che il patrimonio risparmiato (100.000 euro) magari è stato accumulato in età lavorativa grazie ai flussi di reddito, sui quali sono state pagate le relative tasse ai livelli stratosferici a tutti noti. Se non lo si fosse sufficientemente compreso… per il momento lobby finanziarie e lobby politiche, criminalmente alleate, sono riuscite a distruggere l’impresa e il lavoro…

Era rimasto in piedi l’ultimo baluardo… che adesso si intende distruggere per completare il processo espropriativo (già oltre) della intera nazione e dei suoi patrimoni e risorse… i risparmi degli italiani… Come sostenevamo in tempi non sospetti, mentre tutti pensavano al “Fogno” Europeo, compresi quelli che oggi si sono risvegliati Anti-Euro e hanno FIRMATO, VOTATO e PERMESSO tutto questo, quelli che ci piace chiamare gli “Anti Euro della Domenica” o “Sovranisti alle Vongole” progettavano in uno con questi criminali l’espropriazione della nazione… impresa… lavoro… risparmio…

Riassumendo possiamo ricordare un manifesto fatto prima delle elezioni politiche dove sostenevamo il NON VOTO, spiegando che chiunque avrebbe vinto avrebbe dovuto attuare 10 Punti strategici (per loro) tutti atti ALL’ESPROPRIAZIONE della LIBERTA’, della DIGNITA’, della RICCHEZZA e della DEMOCRAZIA, partendo dalla Svalutazione Salariale, passando per la Legge Elettorale e finendo con il TRASFERIMENTO DELLA RICCHEZZA DALLE NOSTRE TASCHE VERSO LE LORO TASCHE E QUELLE DELL’ALTA FINANZA NAZIONALE ED INTERNAZIONALE.

Come sempre, il tempo non mente, gli Uomini SI… e “peccato e vergogna non restano nascosti a lungo”… e noi aspettiamo il susseguirsi degli eventi sempre più fiduciosi… CERTI CHE ALLA FINE… IL POPOLO BUE SMETTERA’ DI MUGGIRE OBBEDIENTE AL PADRONE DI TURNO…

Dopo Il F.M.I ecco La Bundesbank

Dopo Il Rapporto del F.M.I ecco il Rapporto Ufficiale Della Bundesbank che conferma la necessità del Prelievo Forzoso Nella zona Euro.

 

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Vittorio Boschelli

Dopo il rapporto del F.M.I pubblicato da noi, dove si ammetteva il censimento dei conti correnti e lo studio fatto da alcuni economisti (loro) dove affermavano che con un prelievo forzoso del 10% si ristabilivano gli squilibri nella zona euro dei paesi “porci” e spreconi, ecco che arriva puntuale l’eco ufficiale della Bundesbank, dove confermano la necessità di un prelievo di capitale una tantum nei Paesi “porci” vista l’appetibile capacità di RISPARMIO e il tesoretto privato che hanno i “porci” Italiani.

Da questo blog abbiamo sempre indicato che l’ultima fase del piano criminale Dell’EURO (dopo la svalutazione salariale e la chiusura delle aziende) era proprio il nostro tesoretto PRIVATO che ha differenza dei “Bravi” tedeschi in Italia c’è, ed è tra i più alti al Mondo, naturalmente il grosso appartenente a Politicanti, Fondi Avvoltoio e Industrialotti ha già spiccato il volo tanti anni fa, come abbiamo più volte ricordato (vedi spread), a rimanere nelle banche e nelle poste, sono i risparmi di una vita del Popolo ignaro delle intenzioni malefiche e vigliacche dei nostri politicanti da 30 denari e del perchè hanno fatto l’euro e continuano a sostenerlo.

Con la bolla esplosiva della deflazione in Europa, voluta ad arte, con la conseguente insostenibilità del debito PRIVATO, saranno LEGITTIMATI agli occhi del Popolo Ignaro a mettere le mani sui Capitali (anche quelli degli Industrialotti attaccati con le unghie al SISTEMA illudendosi di salvarsi)

Da anni affermiamo che sanno benissimo quello che fanno, purtroppo è il Popolo a non sapere cosa bisogna fare per fermarli e con chi…Renzi ha riesumato Berlusconi non ha caso…altrimenti dovevano parlarvi di cose più serie e c’èra la possibilità di capire qualche cosa in più per sbatterli fuori tutti quelli che oggi sono in parlamento, quello composto da coloro che si fanno chiamare “Onorevoli” che a vederli mentre sono a “lavoro” nella sede appropriata in Mondovisione, c’è da nascondersi anche in casa propria dalla VERGOGNA.

Potere Trovare Qui il comunicato Ufficiale nel sito della Bundesbank, vi auguro buona lettura e un fegato nuovo..!

Ecco A Cosa Serviva L’Articolo 18 e L’Euro

Ecco a cosa Serviva L’Articolo 18 e La Moneta Unica di nome Euro

 

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Vittorio Boschelli

Circa due anni fa spiegavo a chi serviva l’abolizione dell’articolo 18 (non alle aziende Italiane medie e piccole) dello statuto dei Lavoratori, e a cosa serviva realmente dopo la svendita delle aziende italiane.

Notizia di oggi di Elettrolux emblematica per capire sulla prova dei fatti, comprensibile anche a chi si ostina ancora oggi a difendere il proprio suicidio in nome del “Fogno” Europeo, della COMPETIZIONE e della SVALUTAZIONE SALARIALE, roba da fare rivoltare nella tomba chi era di “Sinistra” molti anni fa, mentre chi era di una certa “Destra Sociale” sarà sicuramente orgoglioso del lavoro che abbiamo fatto noi in questi anni, trovando non poche ostruzioni e critiche dai “Falsi Amici”, incapaci di analizzare il presente vivendo solo di ricordi nostalgici e stereotipi.

Ecco che io personalmente ( e il Movimento che rappresento successivamente), mi sono schierato contro chi voleva e vuole ridurre la Piccola e Media Impresa a brandelli e i loro operai disoccupati o SCHIAVI NOMADI senza dignità, a vantaggio esclusivo delle Multinazionali e delle Lobby Finanziarie che tengono sotto scacco gli Stati.

Notizia fresca Elettrolux vuole DIMEZZARE i Salari.

Stipendi che passano da 1400 euro netti al mese a 700/800. Un taglio dei salari drastico cui potrebbero andare presto incontro i lavoratori di Electrolux.

La multinazionale svedese degli elettrodomestici è pronta infatti a presentare un piano di riduzione dei costi per poter mantenere in vita i suoi quattro stabilimenti attivi in Italia: a Susegana, Porcia, Solaro e Forlì. Una scelta obbligata secondo il gruppo, che punta ad adeguare il costo del lavoro italiano a quello più basso degli stabilimenti in Polonia, dove i lavoratori percepiscono 7 euro l’ora anziché i 24 dei colleghi italiani. Il piano prevede la riduzione degli stipendi fino al 50%, il taglio dell’80% dei 2.700 euro di premio aziendale, la riduzione delle ore lavorative e il blocco dei pagamenti delle festività. Stop anche agli scatti di anzianità. Gli operai avranno una giornata lavorativa di sei ore con riduzione delle pause e permessi sindacali dimezzati.

 

Condizioni inaccettabili per i lavoratori, che hanno già convocato un’assemblea per martedì e minacciano scioperi. Per Electrolux se il piano non dovesse essere accettato verrebbero bloccati tutti gli investimenti che il gruppo avrebbe intenzione di fare in Italia.

L’azienda però nega che i tagli proposti siano così consistenti. Stipendi più bassi solo dell’8%, fa sapere Electrolux, circa 130 euro al mese.

Spero che sia chiaro a TUTTI a cosa serve l’Euro e L’Unione Europea, il Liberismo e la Competizione, spero che sia chiaro a Tutti che una Moneta Unica non potendo usufruire della LEVA DEL CAMBIO FLUTTUANTE (svalutazione), si deve per forza SVALUTARE I SALARI, questo è stato accettato da tutti, ma la cosa scandalosa che è stato accettato da chi si erge a paladino dei lavoratori storicamente, come la “sinistra” e i Sindacati.

Questo noi affermavamo nel lontano 2009 e affermiamo oggi, contro ogni ipocrisia e menzogna di un SISTEMA dove TUTTI sapevano da “destra” a “sinistra” ma nessuno ha mosso un dito e noi venivamo additati come “Sognatori”, “Matti” o “Populisti” e loro stanno in Parlamento con i voti di chi pagherà un prezzo altissimo, non sapendo che è complice dei propri aguzzini.

Ma in Italia non c’è gloria e non c’è spazio, per chi non ha il DENARO, se al contrario ne possiedi in quantità, sei bello, intelligente, colto, e puoi fare politica prendendo per il culo tutto il Popolo…tutto si può fare, ma noi da sognatori lotteremo perchè questo cambi e si dia credito e merito a chi è realmente con il Popolo degli “Ultimi”.

 

 

 

 

 

 

La Fine Del Capitalismo Crescente

Ecco la fine della crescita e del capitalismo mondialista

 

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di Vittorio Boschelli

Ho trovato un articolo di Mauro Bonaiuti, che senza dubbio merita di essere letto con una certa attenzione… Ritengo il contenuto di questo articolo di notevole interesse per tutti… anche per chi non condivide. Il fatto inconfutabile che ritengo importante è che il Liberismo Mondialista del “Capitalismo Casinò” è finito… la macchina si è inceppata perchè il mero profitto che cresce all’infinito non è possibile, senza distruggere L’UOMO e L’AMBIENTE che lo circonda, annullare interi popoli, rendendoli schiavi del lavoro e consumatori voraci di tutto ciò che è divenuto la miseria della sopravvivenza… Tutto ciò ha annullato la Dignità e la Libertà dell’Essere Umano, fino al crollo totale ed assoluto dei valori , sino alla perdita della pace interiore… portando l’uomo ad essere IMPRODUTTIVO, MALATO e senza CERTEZZE, incapace di avere stimoli per VIVERE il presente in funzione e prospettiva del futuro. L’UOMO è solo un numero… un essere senza anoma… deprivato dello spirito… non rappresenta più il principio cardine di una società organica… avendo perduto definitivamente la sua natura di “Animale Sociale” lasciando il posto in modo passivo ad egoismi e avidità personali che hanno distrutto il primo anello di una società sana, la FAMIGLIA, colpendo e falcidiando tutto intorno ad esso… l’istruzione, l’ambiente e la dignità…

L’essere umano è stato così profondamente trasformato e mutato che altro non è, in questa attualità degenerata che uno SCHIAVO della SOPRAVVIVENZA assoggettato al SISTEMA. Solo ristabilendo i Valori TRADIZIONALI un Popolo Consapevole e Libero POTREBBE trovare la strada che conduce ad una RISTABILITA SCALA di VALORI, ove, finalmente, il denaro occuperà il posto che gli spetta… NON PRIMARIO ma semplicemente con un fine di SCOPO… Liberandoci dal DIO DENARO potremo al fine riscoprire quei valori essenziali della vita che ci permetteranno di VIVERE SERENI e LIBERI, non ossessionati e vittime del Tempo, ma PADRONI del Tempo e delle nostre VITE.

 

 
Mauro Bonaiuti
Il fatto

Il 14 novembre scorso – davanti alla platea degli esperti del Fondo Monetario Internazionale, riunito per la sua 14 riunione annuale, – Larry Summers, uno dei più scaltri e influenti economisti americani, ex Segretario del Tesoro, ha pronunciato un discorso per molti versi eccezionale in cui, per la prima volta in contesto ufficiale, si è parlato esplicitamente di “stagnazione secolare” o come qualcuno l’ha ribattezzata di “Grande stagnazione”: a cinque anni dalla Grande Recessione – dice Summers – nonostante il panico si sia dissolto e i mercati finanziari abbiano ripreso a salire, non c’è alcuna evidenza di una ripresa della crescita in Occidente. Il discorso di Summers è stato ripreso da varie testate economiche (Financial Times, Forbs, e in Italia da Micromega e la Repubblica) oltre che dal premio Nobel Paul Krugman, che già da qualche tempo andava sostenendo tesi assai simili dal suo blog sul New York Times.

 

Nonostante il discorso di Summers e la conferma di Krugman abbiano ovviamente provocato molte reazioni, le loro affermazioni non hanno ricevuto sostanziali smentite, soprattutto da parte dei responsabili delle istituzioni economiche americane e occidentali. Insomma, la notizia è ufficiale: l’età della crescita potrebbe essere davvero finita e parlarne non è più eresia. Come ex-eretico, dunque, sento l’urgenza di intervenire su un tema che avevo anticipato nel mio ultimo libro La grande transizione seppure partendo da premesse molto diverse da quelle di Summers e Krugman.

 

L’analisi del problema

 

Chiariamo per cominciare come Summers e Krugman giungono alle loro conclusioni. Va detto innanzitutto che, nonostante qualche cenno al rallentamento dell’innovazione e della crescita demografica, le ragioni profonde del declino delle economie occidentali avanzate restano sullo sfondo. Il punto di partenza di Summers è pragmatico. Poichè i flussi finanziari rappresentano ormai le interconnessioni indispensabili al funzionamento del sistema economico, il collasso della finanza del 2007 ha comportato una sostanziale paralisi del sistema. È un po come se, argomenta Summers, in un sistema urbano venisse d’improvviso a mancare l’80% della corrente elettrica. Tutte le attività ne risulterebbero paralizzate. Quando tuttavia la corrente elettrica viene ripristinata, ci si aspetterebbe un ripresa dell’attività economica su livelli maggiori di quelli anteriori alla crisi: questa ripresa non c’è stata. Come si spiega questa ripresa deludente? Secondo Summers e Krugman, le trasformazioni strutturali del sistema hanno portato il tasso di interesse naturale, cioè il tasso che mantiene in equilibrio i mercati finanziari e garantisce condizioni prossime alla piena occupazione, a divenire stabilmente negativo. Per quanto incredibile possa sembrare, i due grandi economisti ci stanno dicendo che, per convincere le imprese ad investire in misura sufficiente da garantire la piena occupazione, bisognerà non solo offrire loro denaro a costo zero, ma addirittura far sì che possano renderne meno di quanto è stato prestato.

 

In altre parole, dunque, Summers e Krugman ci stanno dicendo che le condizioni strutturali del sistema economico sono tali per cui le imprese si aspettano mediamente che il valore di ciò che viene prodotto e venduto sia inferiore al costo di produzione (una volta dedotto una sorta di profitto normale). Naturalmente questo potrebbe sembrare un problema innanzitutto delle imprese, se non fosse che viviamo ormai in una “società di mercato” e dunque i redditi nelle loro diverse forme, e con essi la nostra vita materiale in quasi ogni sua forma, dipendono ormai interamente dalla possibilità che la macchina economica continui a funzionare.

 

La tentazione tecnocratica

 

Anche il non economista potrà a questo punto intuire che qualcosa di potenzialmente molto pericoloso si intravede in questa rappresentazione del prossimo futuro. La possibilità di realizzare investimenti profittevoli è infatti la molla fondamentale dell’attività capitalistica e dire che per convincere gli imprenditori ad investire sarà necessario offrire loro tassi di interesse negativi, sostenendo inoltre che questo non è uno spiacevole e temporaneo inconveniente ma “un inibitore sistemico dell’attività economica”, significa riconoscere implicitamente che il capitalismo è ormai un sistema entrato nel reparto geriatrico e che per mantenerlo attivo è necessario offrirgli dosi di droga finanziaria almeno costanti (ma di fatto crescenti).

 

Su questo ultimo punto Krugman è esplicito: “Ora sappiamo che l’espansione del 2003-2007 era sostenuta da una bolla speculativa. Lo stesso si può dire della crescita della fine degli anni ’90 (legata alla bolla della new-economy). Nello stesso modo anche la crescita degli ultimi anni dell’Amministrazione Reagan fu guidata da una ampia bolla nel mercato immobiliare privato”. La conclusione è chiara: “no buble no growth” cioè senza speculazione finanziaria non c’è più crescita, e lo stesso Summers avverte che i provvedimenti presi per regolamentare i mercati finanziari potrebbero essere controproduttivi, rendendo ancora più alti i costi di finanziamento per le imprese.

 

Naturalmente Krugman e Summers si guardano bene dal trarre conclusioni pessimistiche sulla salute di lungo termine del capitalismo, come evitano con cura di allargare l’analisi sulle cause del malessere economico fino a comprendere tutti quei costi sociali ed ambientali che non rientrano nel calcolo degli indicatori economici tradizionali.
Tuttavia, anche limitando l’analisi a questi aspetti economici, lo scenario presentato è estremante serio e foriero di conseguenze. Questo quadro si chiarisce ulteriormente analizzando le proposte di intervento pensate dai due economisti, che indicano come sarebbe concretamente possibile rianimare un’economia nelle nuove condizioni di tasso di interesse naturale stabilmente negativo.

 

La prima proposta suona come una revisione in salsa tecnocratica dei tradizionali incentivi keynesianialla spesa. Secondo Krugman si potrebbe decidere, ad esempio, di dotare tutti gli impiegati di Google Glass (una sorta di occhiale multimediale) e altri strumenti che consentono di essere perennemente connessi ad internet. Anche se poi ci si accorgesse che si tratta di una spesa inutile, questa decisione politica sarebbe comunque positiva in quanto costringerebbe le imprese ad investire… Ovviamente sarebbero preferibili spese “produttive”, ma nello scenario attuale non si può andare tanto per il sottile: anche spese improduttive sono meglio di niente.

 

Ma questo evidentemente non può bastare. Di fronte a un tasso di interesse naturale stabilmente negativo occorre spingersi oltre. Per Krugman un modo ci sarebbe: “si potrebbe ricostruire l’intero sistema monetario, eliminare la cartamoneta e pagare tassi di interesse negativi sui depositi.” Traducendo per i non economisti questo significherebbe niente meno che togliere la possibilità ai cittadini di comprare e vendere attraverso la moneta cartacea (che per definizione non costa nulla) e rendere forzose la transazioni con carta di credito, appoggiata necessariamente su conti correnti sui quali sarebbe tecnicamente possibile un prelievo forzoso di alcuni punti percentuali l’anno. In questo modo si costringerebbe la gente a spendere di più (la ricchezza infatti si deprezza restando immobilizzata su un conto in cui si paga un interesse invece di riceverlo) consentendo inoltre di allettare, con il ricavato, le imprese recalcitranti ad effettuare nuovi investimenti. Un’altra soluzione proposta prevede di alimentare un tasso di inflazione crescente che porterebbe agli stessi risultati, riducendo progressivamente il potere di acquisto dei cittadini in modo ancora più subdolo e surrettizio.

 

Se queste sono le idee che sorgono alla “coscienza di un liberale” (per riprendere il titolo della rubrica di Krugman) per far fronte all’incapacità ormai cronica del capitalismo di crescere, non è difficile immaginare cosa, a partire dalla stessa lettura della realtà, potrebbe venire in mente a chi, per tradizione, ha sempre auspicato risposte tecnocratiche e autoritarie alle crisi del capitalismo. E’ evidente che, una volta imbracciata questa logica, tutto si giustifica, e anche le normali libertà, come quella di decidere come e dove impiegare i propri risparmi, divengono sacrificabili sull’altare di qualche punto percentuale di PIL. La prospettiva è chiara: tutti, volenti o nolenti, credendoci o meno, si dovrà partecipare al nutrimento forzoso – per via finanziaria – della macchina capitalista.

 

Quanto detto è sufficiente a capire su quale sentiero si potrebbe incamminare il “riformismo neo-keynesiano” (con l’appoggio degli ex neoliberisti alla Summers) nell’era dei rendimenti decrescenti. Il tutto è tanto più serio in quanto ci troviamo di fronte non ad una crisi congiunturale, per quanto grave, ma ad un processo di rallentamento strutturale e, sopratutto, progressivo. E qui veniamo al secondo punto fondamentale.

 

Rendimenti decrescenti e l’impossibile ritorno al passato

 

Anche se si decidesse che il funzionamento della macchina economica è l’interesse supremo cui tutto è sacrificabile, dove ci porterebbe questa scelta? Cosa dire della base materiale ed energetica su cui fondare il rilancio della crescita? Su questo naturalmente i due economisti non spendono una sola parola. Perché è evidente che per quanto affidato alla finanza, un ritorno della crescita significa nuove risorse naturali da utilizzare, prodotti da vendere per poi gettare rapidamente, tutto per tenere in movimento – da una bolla speculativa all’altra – la macchina economica globale.

 

Qui si evidenzia la differenza incolmabile tra il keynesismo terminale di Krugman e il rilancio del sistema industriale immaginato, (peraltro con ben altre finalità) negli anni Trenta da Keynes. Quello che gli economisti tardo keynesiani sembrano non capire è quanto il contesto sia completamente mutato rispetto all’età della crescita: dove possiamo oggi costruire case o infrastrutture per rilanciare occupazione e consumi, dove trovare nuove risorse energetiche e materie prime a buon mercato, come creare nuovi consumatori offrendo loro modelli di vita capaci di trasformare in pochi anni intere società?

 

Se, come credo, le economie capitalistiche avanzate sono entrate già da quaranta anni in una fase di rendimenti decrescenti questo non dipende solo dalla riduzione nella produttività degli investimenti delle multinazionali. Siamo di fronte ad un fenomeno di ben più vasta portata che comprende la riduzione della produttività dell’energia (EROEI), dell’estrazione mineraria, dell’innovazione, delle rese agricole, dell’efficienza dell’attività della pubblica amministrazione (sanità, ricerca, istruzione), oltre che di una sostanziale riduzione della produttività legata al passaggio da un’economia industriale a una fondata sostanzialmente sui servizi. E sopratutto, cosa che manca completamente nell’analisi di Summers e Krugman, si tratta di un fenomeno evolutivo e dunque incrementale.

 

I rendimenti decrescenti, inoltre, non comportano solo una riduzione dei rendimenti dell’attività economica quanto, piuttosto, un generale aumento del malessere sociale, e questo a causa dell’aumento di svariati costi, di natura sociale ed ambientale, legati sopratutto alla crescente complessità della megamacchina tecnoeconomica, che ricadono come “esternalità” sulle famiglie e sulle comunità e che non rientrano nel calcolo degli indici economici. Occorrerà dunque ragionare in termini ben più ampi, non solo in termini di PIL, ma della capacità delle politiche di generare benessere e occupazione stabili (e in condizioni di sostenibilità ecologica e non solo economica).

 

In conclusione, benché sia un fatto di per sé eccezionale che i sostenitori dello status quo (sia di ispirazione neoliberista che keynesiana) siano disposti ad ammettere, pragmaticamente, la “fine della crescita”, questi non sono disposti a riconoscere che le loro proposte per tenere in vita il sistema sono ormai entrate in rotta di collisione con la libertà democratica (oltre che, da tempo, con la sostenibilità ecologica). Insomma dove il capitalismo è una cosa seria, come negli Stati Uniti, si riconoscere pragmaticamente il problema, e ci si attrezza per affrontarlo. Credo tuttavia che il problema dovrebbe cominciare ad interessare anche quelli che, nella vecchia Europa come in Italia (e sono moltissimi, a sinistra, ma anche nelle reti e nell’associazionismo di base) credono ancora alla possibilità di un capitalismo addomesticato, ad un modello di “mercato regolato” che dovrebbe produrre insieme occupazione, giustizia sociale e sostenibilità ambientale.

 

Dal nostro punto di vista il passaggio non traumatico dalla “grande stagnazione” ad una società sostenibile richiede un ripensamento ben più profondo e radicale dei valori e delle regole di funzionamento della nostra società, una “grande transizione” che si lasci alle spalle questo modello economico e i problemi – sociali, ecologici, economici – creati dall’ineliminabile dipendenza del capitalismo dalla crescita.