Cercasi Italiani Degni

Cercasi Italiani Degni e non Assoldati dal Sistema…Draghi e Renzi

 

la leva del cambio_fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

Cerchiamo italiani degni che non sono assoldati dal sistema, per una rinascita dalle ceneri che l’asceranno gli indegni alle leve di comando.

Mentre scrivo ascolto la pattumiera della TV e sento che Renzi dichiara, approposito dell’inutile dibattito sull’articolo 18 (ricordo il ministro di Berlusconi, Monti, Letta e oggi Renzi, qualcuno ancora crede che ci sia differenza tra di loro, poveri noi) “le aziende devono poter licenziare” e tutti a battere le mani al “Bugiardo”, Marchionne in prima fila, (mai nessuno aveva osato così tanto come Renzi, noi vi avevamo avvisati cari amice “de sinistra” “il colore del sangue del popolo stona meno sul grembiulino rosso”, ma non ci credevate, peccato per voi), ma vi dirà tra qualche giorno che i “poteri forti gli hanno impedito di fare le “riforme”, come se fossero UTILI per voi e non per i “poteri forti” amici suoi.

Abbiamo sempre sostenuto che l’articolo 18 NON SERVE ALLE AZIENDE ITALIANE, (fatto da piccole e medie imprese), ma a quelle estere (tedesche, ecc), che dopo averci comprato (l’euro doveva proteggerci), possono licenziarvi e schiavizzarvi, portando gli UTILI nei loro paesi, ma a molti imprenditori non entra ancora in testa.

Poi noi abbiamo bisogno di crescere, tutti i giorni da anni vi bombardano, con questa parolina magica, ed è vero, abbiamo una disoccupazione a dir poco allarmante (creata ad arte), se questo è vero a cosa serve il POTER LICENZIARE ANCORA? Forse ci perdiamo qualche cosa che voi fans renzini o berlusconini, non vi siete persi…ma…sarà…?

La natura è stata matrigna con tanti italiani, che ancora venerano i propri aguzzini, cosa ci volete fare non è colpa vostra.

Chiusa parentesi articolo 18, (doverosa), passiamo al VERO PROBLEMA, quello di esserci privati dall’unico strumento che ha uno stato (assieme alla leva fiscale), per poter superare squilibri strutturali e “CRISI”, senza i quali c’è la RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO o FALLIMENTO se preferite, per quelli di bocca buona.

Altro che “castacorrruuuuzzzzziiiooonnnee”, “debitopubblicobrutto” “svalutazionechecirendecechi” “andremoafarelaspesaconlacariola” “saràunbagnodisangueconlasvalutazionedel50%” “dobbiamodiventarecomeibravitedeschilorohannogliocchiblù” “abbiamovissutooltrelenostrepossibilitàecolpanostradelfollettoedimagomerlino”,  tutti luoghicomuni(sti) per la maggiore, (a “destra” non hanno fatto di meno), che abbiamo sfatato e smentito puntualmente ogni giorno con FATTI e DATI, ma non è bastato, visto i danni celebrali causati in 50 anni, sottoposti alla “macchina delle cozze” TV e Quotidiani.

L’italiano Governatore Draghi e L’Incantatore si serpenti Renzi (ne conosco almeno altri quattro al suo livello), sanno benissimo cosa fanno, anche perchè anno un certo ascendente (diciamo così per evitare querele) verso i paesi CREDITORI, è il popolo che non ha capito un fico secco, e non per colpa loro.

Vi lascio all’articolo, sui VERI COSTI DELLA POLITICA CHE SONO LE SCELTE, come quella che ha fatto la germania (svalutazione salariale e debito pubblico) tradendo trattati e il significato di UNIONE, certo sono stati “bravi” a nostre spese, e non potevano esserlo senza “l’ascendente” dei nostri mercenari politicanti, imprenditori, giornalisti, sindacati, ecco perchè il PIU’ EUROPA è solo uno specchietto per le allodole che non servirà a nulla, come non servirà a nulla batterei pugni (che non si hanno), se tutto questo vi piace continuate pure è nostro dovere civico informarvi, ammesso che serva a farvi riflettere, visto che se siamo noi a dirlo, serve a poco.

 

Su Pieria, Robin Fransman riassume il principale problema dell’eurozona

 

Quattro anni di crisi dell’eurozona, e finalmente i suoi veri difetti vengono affrontati. Tranne uno.

 
Draghi ne ha nominati un paio nel suo discorso al Jackson’s hole, la mancanza di un bilancio a livello UE e la mancanza di un prestatore di ultima istanza. Ma il suo discorso, per quanto incoraggiante, è viziato da una lampante omissione: la totale asimmetria del coordinamento economico europeo, la cosiddetta “Excessive Imbalance Procedure” o EIP, che ormai fa parte del Patto di Stabilità e di Crescita.
 

L’EIP consente alla Commissione Europea di fare raccomandazioni vincolanti agli stati membri quando la loro economia entra in uno stato di squilibrio rispetto a una serie di indicatori. In linea di principio questo è uno strumento utilissimo in una zona valutaria che manca di un meccanismo formale di trasferimenti fiscali.

Purtroppo, la maniera in cui tale strumento è calibrato non risolve gli squilibri, li esaspera. Nella migliore delle ipotesi, li trasforma da squilibri interni all’eurozona a squilibri su scala globale.

 
Utilizzando l’EIP, la Commissione può costringere all’austerità i paesi quando i deficit e i debit pubblici sono troppo alti, ma non può imporre stimoli o diminuzioni di tassazione quando sono alti i surplus. Essa può costringere gli stati alla moderazione salariale e al declino dei salari reali quando il costo del lavoro unitario sale troppo rapidamente, ma non può nulla quando i salari crescono troppo lentamente. L’EIP entra in azione quando un paese ha una posizione patrimoniale sull’estero negativa oltre il -35%, ma una posizione fortemente positiva non viene nemmeno notata.  La procedura entra in gioco quando l’inflazione è troppo alta, ma non fa nulla quando l’inflazione è troppo bassa. Tutti gli indicatori della EIP sono condizionati in questo senso. L’unico indicatore che abbia un minimo di equità è l’indicatore delle partite correnti: un deficit superiore al -4% suona un campanello di allarme, così come lo suona un surplus superiore al 6%. Ma anche in questo caso c’è semplicemente un’asimmetria evidente. (E in ogni caso la Germania se ne infischia e sfora il 6% a suo piacimento senza alcuna sanzione, NdVdE).
 
Questo sistema non tende a un equilibrio desiderabile. Questa non è una Procedura di Squilibrio Eccessivo (in inglese “Excessive Imbalance Procedure”, ndVdE). E’ un generatore di deflazione. Spinge l’economia a un perenne surplus delle partite correnti e deprime la domanda interna (ve lo ricordate “abbiamo distrutto la domanda interna” di Monti, vero? NdVdE), facendo in modo che l’export sia l’unica possibile fonte di crescita, mettendo il tasso di cambio dell’Euro in costante pressione al rialzo.
 
Per un’economia grande come quella dell’eurozona questo non può essere un modello sostenibile. Il valore aggiunto dell’exportammonta a circa il 15% del PIL dell’eurozona. Una crescita dell’export dell’eurozona  in linea con la crescita del commercio internazionale e dell’economia mondiale contribuisce solo dello 0,5% alla crescita del PIL. E questo senza considerare gli effetti sugli investimenti, ossia una parte importante della domanda interna. In un regime di politiche economiche esclusivamente orientate all’export, i settori che intercettano la domanda interna hanno pochi incentivi ad investire. Senza prospettive di crescita, senza crescita dei salari reali, le società pensano a massimizzare iflussi di cassa e limitano i loro investimenti a pure sostituzioni delle attrezzature. Senza un aumento del costo del lavoro, gli investimenti per aumentare la produttività e minimizzare il lavoro diventano controproducenti. Significa che l’85% dell’economia non investe perché il mercato e la domanda interna non crescono. Questo è quello a cui si riferiva Patrick Polman, CEO di Unilever, quando ha dichiarato in agosto che senza un aumento dei salari reali, Unilever non aveva altra scelta che tagliare ulteriormente i costi e ridurre gli investimenti.
 
Perfino in paesi che dovrebbero essere “molto competitivi” e hanno ottimi punteggi EIP, come la Germania e l’Olanda, gli investimenti delle società sono bassi e sono in discesa. Ora è il settore delle grandi compagnie che è in modalità “risparmio al massimo”, i loro profitti non vengono reinvestiti, o vengono reinvestiti altrove. Nel solo ultimo anno, le società europee hanno aggiunto altri 50 miliardi alla loro montagna di liquidità di 1000 miliardi. Sono i surplus delle società che sostengono la maggior parte delle partite correnti europee, che sono in continua crescita. Con un’inflazione bassa, sacche di deflazione e nessuna crescita, la liquidità diventa il migliore investimento.
 
L’EIP non è una buona politica economica, ma uno strumento moralizzatore. I debiti e i deficit sono brutti,  i crediti finanziari e i surplus sono belli. I salari alti sono brutti, i salari da fame sono belli. La moneta forte è bella, una moneta che svaluta è brutta. Questo strumento non riconosce che debiti e crediti, surplus e deficit sono gemelli, sono due facce della stessa medaglia. Non riconosce che un surplus o un deficit non è solo il risultato di differenti competitività, ma anche il risultato di diversi percorsi di risparmio e investimento. Considerata da una prospettiva economica, si tratta semplicemente di un’assurdità. Poiché le economie devono trovare un loro equilibrio, non esiste un livello dei prezzi intrinsecamente “bello” o “brutto”: al contrario, esiste un livello ottimale che può essere alto o basso, in crescita o in diminuzione. Senza l’euro, le valute nazionali fluttuanti sarebbero determinanti nel riportare l’equilibrio, e questo significherebbe SEMPRE sia una crescita che una diminuzione dei prezzi relativi tra diversi paesi. All’interno dell’eurozona, il raggiungimento di un equilibrio deve seguire lo stesso percorso, o essa alla fine salterà per aria. Con livelli di debito alti e crescenti, essere intrappolata in un generatore di deflazione la ucciderà, prima o poi.  Otterremmo così finalmente il nostro meccanismo di trasferimenti all’interno dell’eurozona,attraverso vari default e il conseguente ritorno alle monete nazionali, ma sarà molto, molto doloroso.
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L’EIP è il nuovo Gold Standard. Costringe gli stati membri a periodici tagli salariali competitivi. E’ l’attuazione del mercantilismo attraverso la svalutazione dei salari anziché la svalutazione delle valute.
 
Mr. Draghi, la preghiamo di prestare attenzione ai commenti del suo collega Jens Weidmann della Bundesbank quando ha richiesto aumenti salariali in Germania nel luglio 2014. Un fondo di investimenti a livello europeo non rilancerà la crescita, non riporterà l’inflazione al livello desiderato. Solo aumenti salariali nominali di almeno il 2,25% annuo per l’eurozona nel suo complesso riporteranno l’inflazione dove dovrebbe essere. E solo una crescita dei salari reali ci riporterà a una crescita sostenibile. Se possiamo costringere i paesi ad abbassare i salari, come abbiamo fatto con successo in Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia, di certo possiamo trovare una maniera di aumentarli nei paesi del centro.
 
Cambiate l’EIP ora. Riportate simmetria. Senza di essa, nessun buon equilibrio può essere raggiunto.

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