Perchè…TTIP e Guerra

Perchè nessun partito italiano si oppone seriamente al TTIP e alla Guerra che serve agli Stati Uniti.

 

ttip e guerra_fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

Abbiamo spiegato più volte il perchè della Guerra in Ucraina cioè in Europa, Medio Oriente, e perchè la forze politiche al posto di parlare di corruzione dovevano opporsi al TTIP come dovevano opporsi all’euro e costringere il Governo Renzi a non firmare quel trattato che è peggio dell’euro stesso, praticamente l’uscita dall’euro è ininfluente, l’europa diventa colonia degli Stati Uniti, così hanno deciso i nostri leader europei e i nostri politicanti mezze calzette…ecco perchè non risparmiamo nessuno.

Il commento di un amico mi ha fatto riflettere e i commenti pro e contro Putin mi hanno fatto capire che non si è capito da che parte stare e perchè…quindi è necessario ribadire alcune cose.

Diciamo da subito che il popolo italiano ancora si schiera a difesa dei politicanti criminali a seconda della fazione di appartenenza, non avendo capito che vi stanno facendo, ci sarebbe da stare in milioni sotto al parlamento ad oltranza fino a quando non si dimettono tutti i massa, altro che fate ancora il tifo per questa gente.

Purtroppo i mantra sono onestà e corruzione, destra e sinistra, mentre il sistema tutto, procede verso il punto di non ritorno che pagherete sulla vostra pelle con la svalutazione del lavoro infinita e una guerra, ma questo ancora oggi non si riesce a comprendere.

Perchè gli Stati Uniti hanno bisogno di una guerra in europa e hanno bisogno vitale del TTIP?

I dati sulla bilancia dei pagamenti (importazioni/esportazioni) degli Stati Uniti avrebbero fatto fallire qualunque stato “normale” perchè insostenibile il debito accumulato, a differenza gli di altri stati, loro riescono a sostenere questo squilibrio grazie al SIGNORAGGIO DEL DOLLARO SUI MERCATI MONDIALI COME MONETA DI RIFERIMENTO PER OGNI SCAMBIO (ecco perchè ci fa ridere chi parla dell’altro signoraggio).

Chi minaccia il signoraggio del dollaro?

Cina e Russia, ecco perchè si deve indebolire Mosca e Pechino, ed ecco perchè gli USA si devono accaparrarsi L’Europa come mercato di sbocco a loro servizio, perchè prima o poi il signoraggio del dollaro finirà e senza, gli Stati Uniti falliscono il secondo giorno, perdendo la leadership di potenza dominante, i cinesi ormai consumano più materie prime degli americani e hanno già iniziato a sostituire il dollaro in alcuni scambi, esempio con la Germania e con la Russia, quindi la conquista della colonia europa è vitale, come è vitale una guerra ed è vitale il TTIP, senza il quale il piano fallisce, ecco perchè i vostri politicanti vi parlano d’altro, semplicemente perchè non dovete capire per tempo, come con l’euro.

Perchè la Guerra a Putin e all’Europa?

Putin si oppone al TTIP rivendica la Sovranità di ogni Nazione, compresa la sua, infatti la Russia non ha mai voluto L’Euro (a differenza di quello che crede qualche stolto), perchè sapeva che era l’anticamera di guerra e di conquista dell’europa da parte degli Stati Uniti, esattamente come lo sapevamo noi, ed è il motivo del nostro accanimento contro l’euro e il TTIP, ma questo ancora oggi non si vuole capire da un popolo ipnotizzato, al posto di sostenerci e combattere loro, si combatte noi, mettendo una seria ipoteca al suicidio.

Quindi la guerra in medio oriente e quella in ucraina servono ad indebolire e destabilizzare attraverso l’invasione migratoria e militare l’Europa e la Russia con riflesso Cina, (capito cari buonisti…) un europa dilaniata dalla “crisi” economica e poi successivamente dal crollo dell’euro ha bisogno necessariamente dei dollari americani perchè non si radi al suolo e scoppi una guerra civile, ecco perchè l’euro è stato fatto per crollare dopo il TTIP, perchè anche senza euro gli stati europei saranno legati mani e piedi alle multinazionali americane, perdendo ogni sovranità è democrazia, decideranno loro la vostra economia e non più i vostri politicanti o il vostro stato, il mantra del TTIP è identico a quello dell’euro, LA STABILITIA’ DEI PREZZI quindi la SVALUTAZIONE DEL LAVORO e DEI DIRITTI, ergo destinati ad essere colonia diventando i cinesi d’europa, dopo che le multinazionali americane avranno preso il bottino del SISTEMA PENSIONISTICO E DELLA SANITA’ ITALIANA, proprio come negli stati uniti, tutto nelle loro mani private.

Non a caso tutti i Nobel dell’economia del mondo compreso Stigliz che non è certo un post-keinesiano, ha lanciato l’intimazione agli stati europei di non firmare il TTIP, “SAREBBE UN GRAVE ERRORE” poi i politicanti e la gente dirà che gli economisti non hanno detto nulla, quando in realtà nessuno li ascolta, come nessuno (o pochi) ascolta noi, dove si leggono le bufale e non si leggono le cose importanti, che condizioneranno la vostra vita futura e anche quella presente, leggere e sforzarsi di capire costa fatica, meglio seguire i politicanti di turno.

Quindi mentre altri “salvatori” vi mentono ogni giorno e voi abboccate come le carpe, tenendovi occupati su problemi EFFETTO e non CAUSA, o addirittura su cose inutili come ONESTA’ e CORRUZIONE, credendo che sia CAUSA quando è EFFETTO, avallando l’avanzare del progetto criminale, nascondendo le cause, che avanza inesorabile con l’accordo di tutti, prima Euro e oggi TTIP, domani il governo unico mondiale nelle mani dei vincitori, noi siamo impegnati assieme ad altri ad offrirvi la conoscenza, che se di massa, impedirà il successo del sistema e la vostra schiavitù, se noi falliremo difronte alla vostra cecità, perderemo come voi e la causa sarete voi stessi e la vostra narcosi che vi hanno trasmesso attraverso il lavaggio mediatico per decenni.

Troppa gente non ha ancora capito, e il tempo a nostra disposizione è quasi finito, non possiamo più cambiare la storia, dobbiamo solo sperare in un crollo finanziario negli Stati Uniti nei prossimi giorni che bloccherà il TTIP e farà crollare l’euro, questa è l’ultima speranza rimasta, i popoli non si uniranno e non capiranno mai per tempo, in modo da impedire questo processo, purtroppo sono ipnotizzati dai “salvatori” di turno che il sistema gli offre e gli impedisce di capire l’intero progetto criminale e le sue CAUSE.

Chiedete ai vostri politicanti di riferimento di portarvi d’avanti il parlamento ad OLTRANZA fino a quando non si dimettano tutti e chiedete loro di fare battaglia feroce contro il TTIP oltre che contro l’Euro e UE, per il ripristino della nostra COSTITUZIONE e i DIRITTI sanciti in essa, solo così potrete capire chi fa sul serio e chi vi usa per concedere al sistema il tempo necessario di portare a termine il piano criminale (faremo il referendum….cambieremo i trattati….).

Spero che questa volta sia più chiaro e spero di leggere altri commenti…..meno da tifosi e meno demenziali, vi offro un pezzo di articolo di Orizzonte48, per quelli più tecnici che vogliono approfondire.

  1. Un paradigma da rigettare 

Quante volte abbiamo udito levarsi lamentazioni e lagnanze sulla presunta inattualità dello “Stato imprenditore”, ricettacolo di corruzione e malaffare ; non c’è settore della vita pubblica  (pensioni, sanità, utenze domestiche, security, ecc.) nel quale la furia iconoclasta delle avanguardie mediatiche delle corporations non si sia abbattuta, e tutto per avvalorare l’idea che una “delega in bianco” a multinazionali e rentiers sia per noi vantaggiosa a prescinderein termini diefficienza e “moralità”eliminando sprechi e corruzione che inibiscono potenzialità inespresse e, in ultima analisi, provocano l’aumento delle tariffe e del debito pubblico in generale.

Risulta allora di difficile comprensione – sia detto in termini puramente retorici, va da sé –  il declino irreversibile del modello economico americano, dove la privatizzazione pressoché totale della società non ha – come abbiamo visto –“mantenuto le promesse” di efficienza, moralità e costi contenuti decantate dai suoi apologeti mentre, viceversa, ha portato alla creazione di oligopoli sempre più grandi e potenti, dove scandali, corruzione e aumento ingiustificato di costi e tariffe (in assenza di investimenti apprezzabili) hanno punteggiato le cronache di questi ultimi anni, dalle quali i cittadini emergono – more solito –  sempre “cornuti e mazziati”.

  1. Se le città falliscono: il caso di Detroit

Pensiamo soltanto alla vicenda di Detroit patria della General Motors - la cuibancarotta del luglio 2013 è la palese espressione della crisi e della decadenza del capitalismo americano, una  metropoli ridimensionata ed immiserita, dove un terzo degli edifici e della superficie metropolitana è abbandonata e in decadimento, catalogata come “food desert”, ovvero uno di quei luoghi dove la popolazione ha scarso accesso ad alimenti freschi; come sono lontani i bei tempi di William Crapo Durant e Pierre du Pont, quando la città del Michigan si avviava a diventare il simbolo dell’industria automobilistica e della potenza economica americane, segnata in seguito da anni di delocalizzazioni che hanno portato – poco a poco – allo smantellamento del tessuto industriale, arrivato all’acme con la firma delNAFTA (North American Free Trade Agreement): tra il 1972 e il 2007, Detroit ha perso l’80% della sua produzione e decine di migliaia di posti di lavoro.

“Counterpunch”  riporta gli sviluppi post-fallimento e le “nuove idee” dell’”Emergency Manager” Kevyn Orr, colui a cui spetta il compito di gestire la fase intermedia che si è aperta dopo l’adesione al “Chapter 9″, la parte della legge fallimentare statunitense che permette alle amministrazioni pubbliche di ristrutturare il loro debito quando si trovano in dissesto finanziario.

La grande pensata del “liquidatore metropolitano” è fare cassa svendendo leutilities cittadine – quelle che danno profitti certi a rischio zero – alla consueta torma di grassatori in giacca e cravatta: la vendita potenziale del “Detroit Water and Sewerage Department” (DWSD) è un altro sviluppo dell’idea che l’acqua, come per qualsiasi merce, esiste per produrre un profitto privato piuttosto che per essere una necessità pubblica.

Nonostante Detroit sia oggi una delle città più povere degli Stati Uniti, le tariffe del “carbone bianco” sono più che raddoppiate negli ultimi dieci anni – come riporta il “Left Labor Reporter” – e nel giugno dello scorso anno sono state ritoccate di un ulteriore +8,7%, giungendo a doppiare i costi rispetto al resto del paese, fino a 150-200 dollari a famiglia.

  1. L‘acqua  è un bene comune, non una merce

L’escalation delle tariffe è iniziata nel 2013, quando l’amministrazione comunale ha dichiarato bancarotta ed ha aperto il vaso di Pandora dei processi di privatizzazione e svendita di tutto il patrimonio pubblico, arrivando –  tra marzo e giugno 2014 – a sospendere il servizio a circa 12.500 utenze che non riuscivano a pagare le bollette, una strategia di recupero crediti che il DWSD ha lanciato per presentare la società in una veste più attraente agli occhi degli investitori privati, rendendo però impossibile alla metà degli utenti la regolarità nei pagamenti; attualmente, circa 17.000 abitanti di Detroit non fruiscono più di acqua corrente (i residenti possono vedersi privati dell’erogazione anche per non più di 150 dollari di debito), una scelta disparitaria poiché ha risparmiato i grandiutenti aziendali, responsabili di circa la metà delle morosità, dove solo 40 trasgressori hanno – secondo il Dipartimento – conti scaduti che vanno da circa 35.000 a più di 430.000 dollari.

 

L’evidente insostenibilità della situazione ha spinto la popolazione – supportata dagli attivisti locali della “Detroit People’s Water Bord” e dalle organizzazioni americane e canadesi “Food and Water Watch” e “Blue Planet Project”  – a richiedere l’intervento delle Nazioni Unite; la risposta della Special Rapporteur per il diritto all’acqua, Catarina de Albuquerque, non si è fatta attendere: in un comunicato, la Albuquerque ha dichiarato che “i distacchi dovuti a mancati pagamenti per mancanza di risorse economiche costituiscono una violazione del diritto umano all’acqua. Essi sono infatti ammissibili solo se può essere dimostrata la solvibilità dell’utente. In altre parole se l’impossibilità di pagare è oggettiva il distacco costituisce una violazione dei diritti umani.”

 

Il DWSD fornisce circa 600 milioni di galloni di acqua al giorno a Detroit e a 127 comunità suburbane in 7 contee, fatturando circa 1 miliardo di dollari all’anno con un favorevole rapporto costi-ricavi ; se il sistema idrico fosse privatizzato, il bilancio della città di Detroit riceverebbe un piccolo sollievo temporaneo ma rinuncerebbe ai futuri ricavi, perdendo altresì il controllo di un bene pubblico costruito con denaro pubblico, ed è appena il caso di ricordare che la cessione dei servizi idrici – a domanda anelastica, gestiti necessariamente in regime di monopolio naturale – alle multinazionali dell’acqua reca sempre in dote aumenti considerevoli nelle tariffe, come hanno recentemente sperimentato 5 città della Pennsylvania, dove le bollette sono arrivate a più che triplicarsi.

 

  1. Derivati alla deriva

Una delle concause nella caduta di Detroit è da ricondursi anche alla sottoscrizionedi complicati strumenti finanziari come i derivati legati alle obbligazioni municipali, e vi è il fondato sospetto che il DWSD abbia pagato alle banche 537 milioni di dollari in penali per uscire dai suoi “interest-rate default swaps”;  invece di limitarsi a vendere obbligazioni “plain vanilla” – corrispondendo ai detentori un importo stabilito e pianificato nel tempo  – Detroit  (come molte altre amministrazioni) si è impelagata in questi contratti, ritenendoli una forma di assicurazione a copertura del rialzo dei tassi di interesse: la loro prevedibile discesa  – per effetto della politica monetaria della banca centrale, tipica in una recessione – ha invece lasciato l’amministrazione scoperta per grandi somme di denaro, e il “Financial Times”  riporta che ciò costerà a Detroit 2,7 miliardi di dollari per ripagare 1,4 miliardi di dollari di prestiti ricevuti, inclusi 502 milioni di dollari in pagamenti di interessi e 770 milioni di dollari come costo sui derivati: tra l’altro, i 537 milioni di dollari versati dal DWSD alle banche, per cessare i pagamenti extra a copertura degli swaps, sono più di quattro volte l’intera bolletta dell’acqua scaduta, sia residenziale che commerciale.

  1. Anche Chicago è in difficoltà

Negli ultimi anni diverse città americane hanno dichiarato fallimento, molte inCaliforniaStockton, San Bernardino, Vallejo, per citarne solo alcune  –  mentre altre sembrano sul punto di aggiungersi al club e, tra queste, Chicago sembra quella messa peggio; lo scorso febbraio, Moody’s  ne ha declassato il rating a Baa2 - a due passi sopra il livello “spazzatura” – e ciò potrebbe innescare la cessazione immediata di quattro accordi di “interest-rate swaps”  (ancora loro) – un onere di circa 58 milioni di dollari – avvertendo che il giudizio potrebbe peggiorare ulteriormente, e portare a costi più elevati in futuro, se le banche decidessero di interrompere altre operazioni di copertura sui tassi di interesse contro le fluttuazioni degli stessi.

Tali “pizzini” sono del tutto conformi alla consolidata prassi che vede i banchieri diWall Street  “dettare la linea” sulle opzioni di spesa delle amministrazioni pubbliche; l’oggetto del contendere è qui rappresentato dai fondi pensione – troppo generosi, a loro dire – e pertanto si minaccia un declassamento “a cascata” – cheesporrebbe Chicago a dei  pagamenti immediati e a sensibili variazioni nei tassi di interesse (e alla probabile insolvenza) – se il vulnus non verrà sanato: Chicago detiene contratti swap relativi a 2,67 miliardi dollari di debiti, e l’articolo di “Reuters” illustra diversi scenari in proposito, tutti estremamente sfavorevoli, che dimostrano come le grandi banche d’affari e le agenzie di rating (che sono, in effetti, entità sovrapponibili) tengano in pugno la metropoli dell’Illinois: la stessa Standard & Poor’s  ha paventato un possibile downgrade multiplo se quest’anno la città non presenterà un piano sostenibile per far fronte ai propri crescenti contributi pensionistici.

  1. La fabbrica del consenso reloaded: numeri in allegria

Quanto fin qui esposto dovrebbe rendere abbastanza evidente che l’economia americana non è affatto – e non può essere – quella “locomotiva mondiale”  di cui si favoleggia nella “catena di montaggio” della “fabbrica del consenso”, e gli stessi dati (e successive revisioni) del PIL,  che dovrebbero suffragare tale asserzione, scontano una certa qual dose di aleatorietà   derivante da numeri aggiustati e adattati, aggregati e disaggregati alla bisogna, da farli ritenere poco attendibili; una pratica che ricorda la stessa maestria e disinvoltura di un sarto nell’atto di confezionare un abito per un cliente fisicamente poco proporzionato.
Aveva fatto gridare al miracolo la revisione del “Bureau of Economic Analysis”,secondo il quale la crescita del 3° trimestre 2014 era arrivata a toccare addirittura il 5% , ma “Zero Hedge”  ha scoperto cose assai interessanti sul “taglia e cuci” dei sarti della “maison Obama”: analizzando – a fine giugno – la revisione definitiva del 1° trimestre 2014 (Q1), Tyler Durden si è accorto che il BEA aveva rimosso i pagamenti diObamaCare dai risultati già deludenti di quel trimestre, un fattore sospetto che lo aveva portato a scommettere sulla loro riutilizzazione in uno dei trimestri successivi.

Questo è esattamente quello che è successo nel Q3, dove i 2/3 della “spinta” del consumo personale provengono dallo stesso ObamaCare che inizialmente avrebbe dovuto incrementare proprio il PIL del Q1, fino a quando i pessimi numeri di quest’ultimo hanno “suggerito” al BEA di estrarre i circa 40 miliardi di dollari in PCE(Personal Consumption Expenditures) da quel trimestre oramai compromesso e riutilizzarli in un altro, nella fattispecie il 3°: del resto, sarebbe bastato dare un’occhiata alla rilevazione dello stesso periodo dell’anno precedente (2,7%) per rendersi conto che la situazione economica generale non poteva giustificare un simile miglioramento nell’arco di 12 mesi.

E infatti il successivo Q4 del 2014  secondo l’ultima (?) revisione di qualche giorno fa – è ritornato ad attestarsi intorno al 2,2%, ben sotto il trimestre precedente e le aspettative degli stessi analisti; e non va meglio con le previsioni del 1° trimestre del 2015: la FED di Atlanta ha rivisto le proiezioni già diverse volte, passando dal quasi 2,5% di febbraio fino allo 0,2% di fine marzo.

  1. Vendite al dettaglio in affanno 

I dati che arrivano dall’economia reale lasciano poco spazio per voli pindarici; le vendite al dettaglio collassano, e focalizzando la nostra attenzione solo nel recente passato abbiamo il flop del “Thanksgiving Day” e del “BlackFriday” -  ilweekend lungo del Giorno del  Ringraziamento, dedicato tradizionalmente alloshopping - con un calo dell’11% (negozi e web) , e la serie negativa (dicembre: – 09% ;gennaio: – 0,8% ; febbraio: – 0,6%) più lunga dal crash Lehman.

E che dire del simbolo per antonomasia del consumismo americano, lo shopping mall?

In tutta l’America, grandi centri commerciali un tempo rutilanti ed affollati sono ora in fase declinante e in disfacimento; famose catene di negozi ad alto richiamo come Sears e JCPenney stanno chiudendo i loro punti vendita e i proprietari dei centri commerciali stanno avendo difficoltà nel trovare dei rivenditori abbastanza grandi per sostituirli; con una nuova ondata di chiusure all’orizzonte, circa il 15% dei centri commerciali statunitensi fallirà o sarà trasformato in spazio non-retail entro i prossimi 10 anni.
Dal 2010, più di due dozzine di grandi spazi commerciali sono stati chiusi mentre altri 60 sono in bilico, e con la disuguaglianza di reddito che continua ad allargarsi solo gli shopping malls di fascia alta riescono a mantenere un accettabile livello di vendite, a differenza di quelli frequentati dalla middle class e dal proletariato.

 

  1. Nuvole nere all’orizzonte

L’indice PMI (Purchasing Managers Index) della “Kansas City Fed” – che monitora la salute economica del settore manifatturiero riferito a: nuovi ordini, livelli di magazzino, produzione, consegne dei fornitori e ambiente di lavoro – è precipitato di un - 4 a marzo (contro le aspettative di + 1), un livello toccato nel febbraio 2013; l’indice ha ormai perso  6 punti degli ultimi 8 mesi e il rapporto è un disastro su tutta la linea: i nuovi ordini sono crollati a - 20 (2° registrazione più bassa dal crash Lehman), portafoglio ordini inevasi imploso, la settimana lavorativa media è crollata a-17 (valore più basso post Lehman), e le aspettative future del capex (investimenti in conto capitale per l’acquisto di beni durevoli, come ad esempio i macchinari) sonoscese al minimo da cinque anni
Uno degli intervistati ha osservato:  non vediamo l’economia forte come viene dipinta nei rapporti dei media nazionali”.

 

E come se non bastasse, c’è il crollo del settore dello scisto – le cui conseguenze stanno appena emergendo – a far vacillare anche “Lady Liberty”; il 13 gennaio, la FEDdi Dallas prevedeva che nel solo Texas 140.000 posti di lavoro potrebbero essere eliminati e la Schlumberger”  – prima società di servizi petroliferi del mondo – taglierà 9.000 posti di lavoro, dopo che l’utile netto del quarto trimestre 2014 è sprofondato dell’81% a causa di svalutazioni da 1,6 miliardi di dollari delle attività produttive in Texas.

Come scrive William Engdahl “[…] il boom del petrolio di scisto negli Stati Uniti era una bolla di Wall Street, come già abbiamo notato, alimentato dalla Federal Reserve con tassi di interesse a zero e banche di Wall Street alla disperata ricerca di prestiti dopo il crollo della bolla immobiliare nel 2008. Hanno fatto grassi profitti sottoscrivendo ‘junk bonds’ per le compagnie petrolifere dello scisto, molte delle quali di piccole e medie dimensioni che ora scompariranno (…) fino a quando i tassi d’interesse negli Stati Uniti erano bassi, negli ultimi sei anni, e il prezzo del petrolio era oltre i 100 dollari al barile, le compagnie petrolifere potevano accollarsi il rischio e le banche prestare con liberalità. Ora avviene una brusca frenata mentre i proventi del petrolio crollano del 40-50%, negli ultimi sette mesi. Fintanto che i prezzi erano alti, le compagnie petrolifere dello scisto potevano avere prestiti come se non ci fosse un domani […]”.

 

  1. Una volta  Francis Fukuyama mi disse che…

L’élite finanziaria americana e i suoi “political puppets” sono sicuramente coscienti della  insostenibilità economica e sociale interna, e di quanto l’accelerazione del declino del dollaro – ad opera, soprattutto, di Russia e Cina – come valuta di riserva e strumento internazionale di pagamento, ponga lorodei problemi quasi insolubili ; gli Stati Uniti, venendo meno il loro diritto di signoraggio, sarebbero ora obbligati a compiere drastici aggiustamenti strutturali, poiché non potrebbero più permettersi di aprire un passivo della bilancia commerciale in condizioni di totale impunità.

Invece di prendere atto dell’inevitabilità del crepuscolo, rassegnandosi alla fine della“fine della storia”  e adoperandosi per una gestione multipolare e più equilibrata della politica mondiale – convocando, ad esempio, una sorta di Bretton Wood  IIper definire un nuovo assetto monetario mondialeWashington, come al solito, pensa di risolvere i suoi problemi scaricandoli sui presunti “preziosi alleati”.
E’ da vedersi in quest’ottica la fretta con cui Wall Street e Corporate America vogliono arrivare alla firma di trattati come TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e TTP  (Trans-Pacific Partnership), due cavalli di Troia attraverso i quali le corporations d’oltreoceano mirano a rafforzare, in maniera definitiva, il controllo economico su due macroaree strategiche a ridosso di Russia e Cina nel tentativo di impedirne lo sviluppo e che, nel caso del TTIP  arriverebbero nel Vecchio Continente  “[…] per riversarsi sui pochi settori industriali ancora in vita e sul vecchio e, specialmente, nuovo settore dei servizi; quest’ultimo verrà creatoprivatizzando pensioni e sanità, da devolvere a soggetti finanziari stranieri cui si aprirebbe un ghiotto mercato in Europa […]”, dove le eventuali controversie tra stati e multinazionali verrebbero definite “[…] mediante diritto internazionale autoapplicativo, enforced da arbitri privati pagati dalle multinazionali […]”,come scrive il giurista Luciano Barra Caracciolo.

 

  1. “Gli Stati Uniti hanno bisogno di una guerra”

Diversi commentatori e politologi, come ad esempio Paul Craig Roberts, ritengono che   Washington stia cercando uno scontro armato – magari anche una “guerra per procura”, con gli europei nel ruolo degli “utili idioti” – per risolvere tutti i propri problemi economici, avendo bene in mente che i semi della destabilizzazione in Medio Oriente e soprattutto i venti di guerra che spirano ai confini della Russia, dove USA e NATO stanno ammassando truppe e armamenti pesanti,  sono due facce della stessa medaglia; Sergei Glaziev, economista e consigliere di Putin, ha sviluppato un’analisi molto lucida degli odierni accadimenti, come capita ormai raramente di ascoltare, specie in Italia : 
“[…] Ora gli Stati Uniti vogliono ancora mantenere la loro leadership a spese dell’Europa. 

Questo processo è minacciato da una Cina in rapida espansione. Il mondo oggi sta slittando su un altro ciclo, questa volta politico. Questi cicli hanno una durata di secoli e sono associati con le istituzioni globali che regolano l’economia. Oggi stiamo passando dal ciclo americano dell’accumulo del capitale a un ciclo asiatico. 

Questa è un’altra crisi che sta sfidando l’egemonia americana. Gli americani, per mantenere la loro posizione di egemonia di fronte alla competizione con la Cina e con altre nazioni asiatiche emergenti, stanno iniziando una guerra in Europa. Vogliono indebolire l’Europa, spezzare la Russia e soggiogare l’intero continente europeo. E così, invece della zona di sviluppo da Lisbona a Vladivostok offerta dal presidente Putin, gli Stati Uniti vogliono iniziare una guerra caotica su questo territorio, coinvolgere l’Europa in questa guerra, svalutare il capitale europeo, cancellare il proprio debito pubblico, sotto il cui fardello gli Stati Uniti stanno già cominciando a crollare, annullare i debiti che hanno con la Russia e con l’Europa, soggiogare i nostri spazi economici e stabilire il controllo sulle risorse del gigantesco territorio eurasiatico. Credono che questa sia la loro unica maniera per mantenere l’egemonia nel mondo e superare la Cina […]”.

11.Requiem

In conclusione, tanto per ricordare chi comanda negli Stati Uniti, è sintomatico il modo con il quale le banche di Wall Street continuano a giocare al“Casino Royalesenza alcun ritegno, ben sapendo che – in caso di necessità –  i contribuenti saranno nuovamente forzati a salvare loro i glutei; lo scorso dicembre, durante le discussioni e le votazioni al Congresso sul nuovo piano di spesa del governo, è accaduto che Citigroup (e JPMorgan Chase) sia riuscita a farinserire furtivamente la sua legislazione di deregolamentazione sui derivati nel “Cromnibus”, il piano di spesa da 1.1 trilioni di dollari che vincolerà il budget governativo fino al prossimo settembre  (si chiama Cromnibusperché è la “Continuing Resolution” (CR) del piano di spesa omnibus).
Citigroup, con la partecipazione volontaria del Congresso e di Obama, ha impostato il paese verso il prossimo crollo finanziario in cui appare destinata a giocare un altro ruolo da protagonista, visto che la legislazione appena approvata dal Congressopermette a Citigroup e ad altre banche di Wall Street di mantenere i loroassets più rischiosiinterest rate swap e altri derivati - nell’unità bancaria che è supportata dall’assicurazione federale sui depositi FDIC (Federal Deposit Insurance Corp.), che è – a sua volta – supportata dai contribuenti americani, assicurandosi così un altro piano di salvataggio se il bubbone dei derivati dovesse scoppiare ancora una volta.
Secondo i dati di Bloomberg, negli ultimi cinque anni – quando si supponeva che la riforma finanziaria Dodd-Frank avrebbe reso più sicure queste mega banche -Citigroup ha aumentato il valore nozionale dei derivati nei propri libri contabili del 69%: lo scorso giugno, secondo Bloomberg, Citigroup aveva 62 trilioni di dollari in contratti aperti, contro i 37 trilioni di dollari del giugno 2009.

La “Sabbia del Tempo” nella clessidra è ormai agli sgoccioli…

“Prima o poi verrà un crollo, e sarà forse terribile”.   (Roger Babson, settembre 1929)                                                                                  

 

 

 

 

 

 

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