Renzi e l’Austerità “Espansiva”

Renzi L’Austerità “Espansiva” e il gioco delle tre carte.

 

renzi e il gioco delle tre carte_fronte popolare

 

 

di Vittorio Boschelli

L’annuncite di Renzi che mi ricorda quella di un altro e i servi dell’informazione che gli riconoscono meriti e virtù per la “crescita” italiana, altro non sono che il nulla, il becero tentativo di ignorare e trasformare la realtà, ritenendovi idioti.

Questo a noi da un fastidio particolare a cui non possiamo resistere e tacere.

Godere di una boccata d’ossigeno PROVVISORIA e non STRUTTURALE per cause esterne, consentendo al Jolly Renzi di fare una manovra di fine anno meno punitiva del previsto, ma punitiva, non significa che il governo italiano ha sposato l’espansione NON EURISTA.

Quindi se non c’è la riduzione delle tasse, tanto decantata da Renzi, significa che si opera come nel nell’antico gioco delle tre carte, si spostano solo le STESSE RISORSE, non nuove risorse, che pure dovrebbero esserci, vista la spesa inferiore degli interessi sul debito permessa dal QE di Draghi che ha drogato lo Spread…ma i tagli alla spesa pubblica in osservanza del Fiscal Compact e del Pareggio di Bilancio, hanno abbassato il PIL (capito cari “nuovi” “onesti”?), e quindi i benefici quasi annullati….elettroencefalogramma piatto, grazie anche ad un euro e il petrolio ad i minimi….dove il Jolly Renzi non centra un fico secco.

Ma non dovevano risolvere la disoccupazione è il mercato interno?

E perchè continuano a favorire la riduzione di domanda estera e interna creando chiusura di aziende e disoccupati a vantaggio delle esportazioni, grazie alla riduzione salariale e dei diritti?

Domanda che poniamo da anni ma nessuno ci risponde, tranne con argomenti poco educati, per usare un eufemismo, da parte dei futuri “salvatori” del vostro Paese.

La carta dell’IMU sulla prima casa, ad effetto per molti italiani, verrà compensata con gli interessi…statene certi, chiedere alle seconde case e alla sanità.

Vi posto un articolo in merito, di Orizzonte 48, vi consiglio di perdere 5 minuti, ne vale la pena, mentre grazie alla manovra “espansiva” del Jolly Renzi  amministratori locali come Chiamparino sono in rivolta, questo ci indica che il gioco delle tre carte è inevitabile e che i problemi sono solo rinviati al prossimo anno quando il quadro esterno, non sarà più così favorevole come oggi….aspettare per credere.

 

LA MANOVRA “ESPANSIVA” ALL’INTERNO DELL’AUSTERITA’ “ESPANSIVA”: PRESERVARE L’EURO

https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/912589/index.html?stampa=si&part=dossier_dossier1-sezione_sezione5-h1_h14

1. Per capire se la legge di stabilità sia espansiva ricorriamo alla nota di aggiornamento del DEF approvata il 18 settembre 2015. Da essa traiamo i dati essenziali rilevanti, che sono riportati nella seguente tabella riassuntiva:
Tavola I.1: indicatori di finanza pubblica (in percentuale del PIL) (1)
2014 2015 2016 2017 2018 2019
QUADRO PROGRAMMATICO
Indebitamento netto (1) -3,0 -2,6 -2,2 -1,1 -0,2 0,3
Saldo primario 1,6 1,7 2,0 3,0 3,9 4,3
Interessi 4,7 4,3 4,3 4,1 4,1 4,0
Indebitamento netto strutturale (2) -0,7 -0,3 -0,7 -0,3 0,0 0,0
Variazione strutturale 0,0 0,3 -0,4 0,4 0,3 0,0
Debito pubblico (lordo sostegni e debiti PA) (3) 132,1 132,8 131,4 127,9 123,7 119,8
Debito pubblico (netto sostegni) (3) 128,4 129,3 127,9 124,6 120,5 116,6
Debito pubblico (netto sostegni e debiti PA) (3) 126,2 126,8 125,5 122,3 118,3 114,6
Obiettivo per la regola del debito (4) 123,8
Proventi da privatizzazione programmati 0,4 0,5 0,5 0,5
QUADRO TENDENZIALE
Indebitamento netto -3,0 -2,6 -1,4 0,0 0,7 1,0
Saldo primario 1,6 1,7 2,9 4,1 4,8 5,0
Interessi 4,7 4,3 4,2 4,1 4,0 4,0
Indebitamento netto strutturale (2) -0,7 -0,4 0,1 0,8 1,0 0,9
2. E’ evidente, che in esecuzione degli obblighi di perseguimento del pareggio di bilancio, assunti col fiscal compact, prosegua il “consolidamento” fiscale, cioè la riduzione dell’indebitamento netto – cioè del deficit, destinato, in termini contabili, al pagamento degli interessi sul debito pubblico – e l’aumento del c.d. saldo primario, cioè della misura in cui le entrate superano le spese al netto dell’ammontare annuale degli stessi interessi sul debito pubblico.
Quello che, con evidenza, ha fatto il governo, nel corso del 2015, è ridurre l’indebitamento (deficit) di 0,4 punti di PIL (perlomeno come stima “ufficializzata” e, peraltro, da sottoporre alla verifica della Commissione UE), e mantenere il saldo primario più o meno allo stesso livello del 2014, con un lieve incremento di 0,1 punti (di PIL).
La legge di stabilità attualmente proposta, invece, segna un inasprimento del consolidamento stesso, dato che l’abbattimento del deficit nel 2016 sarà nella stessa misura dello 0,4%, mentre però il saldo primario passerà dall’1,7 al 2% del PIL a fronte di un onere per gli interessi sul debito pubblico INVARIATO tra il 2015 e il 2016: in entrambi gli anni è stimato al 4,3.(nonostante il debito pubblico lordo per il 2016 sia stimato in diminuzione dal 132,8 al 131,4 del PIL e nonostante, dunque, gli effetti sui tassi di collocamento dei titoli pubblici del QE della BCE, previsto anche per il 2016, allo stato).
L’aumento del saldo primario potrà pure essere dovuto a maggiori entrate determinate dalla relativa crescita del PIL, ma ciò, necessariamente, cioè aritmeticamente, implica che la pressione fiscale complessiva, sia invariata, se non in aumento.
Infatti, sempre in base del DEF, ecco le previsioni relative all’andamento delle entrate ed alla pressione fiscale (entrambi in aumento) :
http://www.unimpresa.it/wp-content/uploads/2015/04/tabella-tasse.png

3. Dunque si può senz’altro dire che:

a) la legge di stabilità avrà un effetto non espansivo, considerate le misure di cui è composto nel loro saldo complessivo e non selezionandone e isolandone alcune, di maggior “suggestione” (tipicamente l’abolizione della TASI sulle prime case e su altri immobili), ma riduttivo. Questo se alla manovra fiscale attribuiamo effetti sulla crescita del PIL, come nessuno nega, certamente non al governo (nonostante i media abbiano generato l’idea che solo le tasse abbiano effetto depressivo ma non anche i tagli della spesa pubblica);
b) questo effetto complessivo di “austerità” è indubbiamente minore di quello richiesto dall’applicazione del fiscal compact, cioè dai parametri europei quali fissati dalla Commissione in sede di monitoraggio dei conti pubblici italiani.
In sostanza, la manovra è “meno” depressiva di quanto avrebbe voluto imporci la Commissione, ma non per questo può considerarsi espansiva, cioè capace di generare crescita aggiuntiva di per sè. Questo obiettivo, come dovrebbe essere noto, è escluso in presenza del fiscal compact e del pareggio di bilancio stesso, ormai costituzionalizzato.
Questo articolo di Giorgio La Malfa rammenta questi elementari principi che la grancassa mediatico-televisiva nega senza alcun ritegno.
4. La Commissione (e con essa il governo italiano, che ha aderito prontamente al fiscal compact, ratificandolo nel 2012 e introducendone i principi in Costituzione),segue il paradigma, di correzione degli squilibri finanziari e commerciali conseguenti al funzionamento strutturale dell’euro, insito nel fiscal compact: perciò, ritiene che la crescita si ottenga attraverso la compressione della domanda interna, cui è funzionale la riduzione dell’indebitamento pubblico, da cui deriva, da un lato, la riduzione delle importazioni e, dall’altro, un’alta disoccupazione strutturale (conseguente) che avrebbe il “vantaggio” di ridurre il costo del lavoro (cioè il salario reale), stimolando le esportazioni.
Nel corso degli anni seguenti al 2011, anno di imposizione per via di diktat europei, – cioè la lettera BCE “estiva” e, successivamente, l’applicazione del six packs, culminante nel fiscal compact-, e fino a tutto il 2014, si è visto come tale paradigma di correzione sia sostanzialmente fallito, generando una costante recessione: almeno in Italia, essendo l’unico paese che tale correzione per via fiscale ha almeno tentato di rispettare, riducendo costantemente il deficit sotto il livello del 3% per (tentare di) adeguarsi ai vari parametri del fiscal compact.
Altri paesi, in testa la Francia e la Spagna, hanno ignorato qualsiasi approssimata applicazione dei parametri stessi, registrando sì una crescita, ma con deficit costantemente superiori non solo ai vari obiettivi intermedi di pareggio strutturale di bilancio, ma anche allo stesso 3% in precedenza applicabile all’eurozona.
5. Dunque, in termini di “ritorno alla crescita”, nessuna prova si può registrare nell’eurozona (incluso il caso dell’Irlanda) che l’austerità espansiva funzioni: chi era tornato alla crescita (appunto, Irlanda o Spagna o Portogallo, o, in diversa situazione, la Francia) lo aveva fatto e lo fa, tutt’ora, mediante forti deficit pubblici e mediante il costante peggioramento del rapporto debito PIL.
Quest’ultimo è notevolmente peggiorato anche in Italia, ma a causa del calo recessivo del PIL connesso alla drastica riduzione del deficit pubblico, che si è rivelato pro-ciclico e non espansivo (cosa che la Corte costituzionale, nella nota sentenza sulle pensioni, non è stata in grado di rilevare, limitandosi a censurare un mero difetto di motivazione della natura di “misure per la crescita” della riforma pensionistica “Fornero”).
6. Va peraltro detto che il ritorno alla crescita italiano nel corso del 2015, è dovuto essenzialmente a due fattori, uno principale e uno “secondario”.
Quello principale è il QE, che ha determinato, già con il suo mero annuncio nel corso del 2014, sia il deprezzamento relativo del corso dell’euro rispetto al dollaro (valuta principale degli scambi internazionali), – aumentando, anche in concorso col notorio calo dei prezzi petroliferi, la competitività di prezzo delle merci europee e, dunque, italiane-, sia la caduta dei c.d spread, facendo risparmiare l’Italia sull’ammontare degli interessi del debito publbico (pur aumentato in termini assoluti) e, così, consentendo al governo un certo margine di “minore” austerità, potendosi cioè rispettare l’obiettivo di deficit annuale concordato con la Commissione senza ricorrere a manovre correttive, aggiuntive e depressive, in corso d’anno.
7. In questa situazione “eccezionale” (cioè non strutturale e proprio dell’ordinario funzionamento del fiscal compact), il miglioramento del saldo delle partite correnti, dovuto non solo al calo delle importazioni ma anche all’aumento incrementale delle esportazioni, è stato maggiore dell’effetto depressivo della manovra fiscale 2015: nelle nostre previsioni, al netto degli effetti del QE, la crescita del 2015 sarebbe stata pari a 0 o su valori (anche negativi) prossimi ad esso.
Ma, allo stato, e finchè regge la capacità di assorbimento dei mercati extra-UE (e l’effetto positivo dei prezzi petroliferi), il QE ha funzionato come “svalutazione competitiva” e alleggerimento “relativo” della spesa per interessi e ha consentito all’Italia una crescita, senza investimenti, quale tipicamente legata a politiche monetarie “non convenzionali” (cioè non legate alla fissazione dei tassi, da parte della Banca centrale, già ai minimi storici e non utilmente manovrabili, specie in concomitanza di politiche fiscali, nell’eurozona, completamente contraddittorie con gli effetti sperati dei tassi “zero”).
8. Potremmo poi, irresponsabilmente, ritenere che gli effetti (valutari e fiscali), intrinsecamente transitori, del QE non siano decisivi e pensare di perseguire una politica fiscale espansiva “reale”. Ma questo, permanendosi nell’eurozona, non lo crede probabilmente nessuno in Italia.
Il jobs act, al netto della sua “droga” fiscale consistente nella defiscalizzazione dei nuovi assunti, è, e rimane, una riforma di precarizzazione ulteriore del lavoro e quindi di sua deflazione; il vero dato sulla disoccupazione, correttamente inclusiva di lavori a singhiozzo, scoraggiati, cassaintegrati, e part-time involontari, rimarrà strutturalmente molto elevato.
Quindi la domanda interna sarà caratterizzata da debolezza e, una volta che sia cessato il QE, da contrazione (dei consumi, per l’ampia disoccupazione e il calo dei redditi degli occupati…rimasti); i risparmi e gli investimenti nazionali rimarranno in fase negativa e il gettito fiscale, e quindi i conti pubblici, sono destinati a peggiorare, imponendosi, – sempre in un futuro “fisiologico” dell’eurozona una volta concluso il QE- la consueta rincorsa tra manovre di consolidamento fiscale, sempre più aspre e destabilizzanti, e il dato dei “conti che non tornano”.
9. Rimane il fatto che l’attuale manovra è obiettivamente depressiva: solo lo è in misura compromissoria al ribasso. Si cerca di non aggiustare i conti nella misura voluta dalla Commisione (per ogni anno, infatti, la riduzione del deficit era stata stabilita in 0,7 punti di PIL) e non nelle direzioni (deflattive) da essa indicate:questa linea consegue alla famosa flessibilità che la stessa Commissione consente a condizioni ampiamente discrezionali e di volta in volta da negoziare, in un continuo braccio di ferro tra i responsabili economici del governo e i tecnocrati €uropei, entrambi consapevoli, in un balletto grottesco, chemaggiore o minore che sia il consolidamento comunque perseguito, questo non funziona per la crescita.
10. La crescita non è proprio raggiungibile e stabilizzabile all’interno dell’euro eil sistema di correzione dell’austerità (non espansiva ma “competitiva-deflattiva” mediante alta disoccupazione strutturale), serve solo a mantenere in vita l’euro.
Al più, in questa ottica, si può traccheggiare invocando, appunto, qualche decimale di tolleranza sulla misura del consolidamento fiscale (e dello smantellamento del sistema del welfare), per via delle “riforme” (cioè della precarizzazione-deflazione definitiva del mondo del lavoro), degli “investimenti“, purchè si accompagnino al taglio della sanità e delle pensioni, e magari delle “spese per l’emergenza immigrati“, purchè, anch’essa, si risolva nella immissione di nuova forza lavoro che spinga verso la deflazione salariale. Cosa di cui i tedeschi si mostrano perfettamente coscienti, ma che in Italia una rigida censura mediatica tiene accuratamente nascosta.
Ma sempre implicando che queste debbano trovare copertura in pareggio di bilancio, cioè mediante l’introduzione di nuove o più pesanti imposte su altri soggetti, ovvero il taglio della spesa pensionistica e sanitaria (misure che in genere li vedono plaudenti).

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