Stress Test Bancario, La Menzogna Continua.

Stress Test bancario, una farsa che pagheranno i popoli europei.

 

stress test bancari_ fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

I tanto decantati Stress Test sulle banche europee, sono una farsa, un cumulo di menzogne e omissioni, per diffondere ottimismo tra i popoli europei (ma i mercati non sono il popolo della TV), come tutte le farse della galassia €urista e Liberista, prima o poi finirà, e il prezzo lo pagheranno come sempre, quella parte di popolo ignaro e indifeso.

Leggendo le ridicole considerazioni dei media di regime, dopo i Test, mi è venuta in mente la faccia di un amico, in una riunione politica tenutasi sulla costa tirrenica nella mia Calabria, dopo una mia frase che ripeto da anni quasi inutilmente, che è la seguente: “gli italiani si sveglieranno solo quando un sabato mattina troveranno i bancomat chiusi”, zigomi e labbra dell’amico, mi sono rimasti impresse nella memoria, il successivo sarcasmo dopo avermi garbatamente interrotto, mi ha fatto molto riflettere, anche perchè l’amico è persona intelligente e molto arguta, che salendo in cattedra mi dice: “nel frattempo che le banche chiudono cosa facciamo?”, a parte il tono sarcastico dell’amico (che saluto), non si può negare la bella domanda, sinonimo di praticità e intelligenza, alla quale ho risposto con un certo sconforto interiore, che mi ha fatto capire ancora una volta la difficoltà dell’impresa, direi disperata, dopo anni di divulgazione con tanti limiti, infatti non dovrei farlo io in un paese normale.

C’è ancora un mare di lavoro da fare, ma il tempo a nostra disposizione è finito da quel bel pezzo, ecco la risposta e la portata dell’impresa.

I Tress Test bancari, mi ricordano, non so il perchè, i bilanci comunali che da qualche mese studio (pensate come sono ridotto) avendo avuto modo di averne sotto mano alcuni, quasi tutti in perfetta positività, i conti quadrano, se non fosse per una vocina di bilancio, che si chiama RESIDUI ATTIVI, che non sono altro che crediti residui che i comuni mettono nelle POSITIVITA’ (entrate), per bilanciare le spese, ma che in realtà NON ESISTONO per intero o parziale, come ad esempio tributi NON RISCOSSI da anni e NON PIU’ ESIGIBILI, per prescrizione, vizi di forma o perchè il contribuente non possiede più nulla (lavoro e beni immobili), senza questa vocina di bilancio la stragrande maggioranza dei comuni italiani sarebbero in DISSESTO FINANZIARIO, ma i bilanci sulla carta affermano il contrario, cioè che sono virtuosi.

A questo punto, credo che ci siamo capiti, non aggiungo altro, solo un ultima cosa, dai Test bancari, sapete che due banche Italiane sono state bocciate, Monte dei Paschi e Carige, inutile ripetere che tra tutte le banche europee, proprio quelle italiane sono quelle messe meglio di tutte, al contrario di quello che si crede, ma non è questo il punto su cui focalizzare l’attenzione, ma piuttosto su quelle banche che sono già state “salvate” e sono escluse per SCELTA POLITICA EUROFRANCHISTA (i veri costi della politica) dai Stress Test, improvvisamente divenute virtuose, come ad esempio la Tedesca Commerzbank , ma noooo… in vece siiiii, pensate che nel quarto trimestre del 2012 vantava UN ROSSO di 720 Milioni di Eurini, pagati indovinate da chi? Non vi arrabbiate non fa bene alla salute!

In mio soccorso, come sempre, arriva qualcuno molto più autorevole di me, come sempre, nulla d’inventato, anche perchè l’amico che conosco da poco e che non ha letto il lavoro fatto in questi anni da me a da tutte le persone a me vicine (che ringrazio sempre), potrebbe pensare che farnetico, come in effetti ha pensato, non sapendo che per mia abitudine documento sempre quello che affermo e prima di affermare una qualsiasi cosa, lavoro tanto per capire, prima io per poi far capire altri come lui, nella speranza che un giorno saremo in tanti ad aver capito la gravità della situazione in cui ci troviamo da anni, nonostante il sarcasmo di molti che non meritano nulla.

Ecco l’articolo di Philippe Legrain che non lascia dubbi, sull’ottimismo dei media di regime e il ruolo dell’unione.

di Philippe Legrain, 26 ottobre 2014 

 

La valutazione “globale” della salute delle banche della zona euro -l’asset quality review (AQR) così tanto attesa della BCE sulle banche della zona euro e gli ultimi stress test della European Banking Authority (EBA) – concludono che le banche della zona euro avevano un deficit di capitale di soli 24,6 € miliardi a fine 2013 e al momento di solo € 9,5 miliardi. Questo è ridicolmente troppo ottimistico. Valutazioni indipendenti, per esempio del Professor Viral Acharya della Stern School of Business della New York Universitye di Sascha Steffen della European School of Management and Technology, riportano cifre molto più grandi.

 

Durante la crisi, la BCE ha omesso di agire in modo indipendente nei confronti delle banche della zona euro, in particolare verso quelle dei paesi politicamente potenti come la Germania, e i precedenti stress test dell’EBA sono stati tutti screditati nel giro di breve tempo. E data la loro cattura da parte delle banche sottoposte al loro controllo, le pressioni perché non vengano colpiti i governi potenti, e il loro desiderio di non suscitare panico nel mercato, quest’ultimo sforzo sembra proprio un’altra operazione di copertura. Inoltre, le autorità di vigilanza nazionali catturate, che tendono a vedere le banche locali come campioni nazionali, erano strettamente coinvolte nel processo e senza dubbio hanno avuto un ampio margine per nascondere i problemi, come del resto fanno le banche stesse, che sono sempre meglio informate dei loro cani da guardia. Come avevo previsto che sarebbe successo, la valutazione ha selezionato le banche di minore importanza nei paesi meno potenti politicamente e toglie dai guai le banche tedesche.

 

 

La premessa per l’unione bancaria era che, dato che le autorità di vigilanza nazionali non erano state molto oneste sui problemi delle banche nazionali, fosse necessario un supervisore indipendente dell’eurozona, più rigoroso. Ma, dato che l’AQR trova solo piccole discrepanze rispetto alle valutazioni delle banche e delle autorità di vigilanza nazionali – il valore contabile delle banche di 22.000 miliardi di € di attivi è aggiustato di solo 48 miliardi di €, mentre i crediti in sofferenza sono aumentati solo del 18% (€ 136 miliardi),da 879 miliardi di dollari – allora o le banche e le autorità di vigilanza nazionali erano già state oneste, cosa che, come sappiamo, non è, o nemmeno la BCE è stata onesta.

 

 

Anche se si prende in parola la BCE, comunque il test non è completo. L’AQR copre solo il 57% delle attività ponderate per il rischio di 130 banche che rappresentano l’81,6% degli attivi bancari della zona euro, vale a dire, meno della metà (46,5%) degli attivi bancari della zona euro. Alcune delle esclusioni sono importanti e significative: le casse di risparmio tedesche, le Sparkassen, che insieme hanno più di € 1.000 miliardi di attività, non fanno parte del test; la BCE accetta anche in buona fede che molte delle attività delle banche tedesche rappresentate dai mutui ipotecari residenziali siano correttamente valutate – in quanto si dice, perché dovrebbero avere interesse a mentire? Due delle banche tedesche politicamente potenti che sono sfuggite alla valutazione, la Commerzbank e la HSH Nordbank, a suo tempo soggette a salvataggio (presiedute dall’ex vice ministro delle finanze tedesco e presidente della BERS Thomas Mirow), sono tra quelle che beneficiano della buona fiducia della BCE.

 

 

Né si può dire che gli stress test siano particolarmente stressanti. Essi richiedono alle banche di avere almeno un Tier 1 capital ratio dell’8% nello scenario di base, e solo il 5,5% nello scenario avverso. Ma, come è stato sottolineato dal chief economist della Banca d’Inghilterra Andy Haldane e da molti altri, i rapporti delle attività ponderate al rischio sono facilmente manipolabili e non sono attendibili per misurare la forza di una banca. Dovrebbe per lo meno essere usato come misura di sicurezza un semplice, non sofisticato indice di leva finanziaria delle attività sulle passività. Come mostrano i calcoli di Acharya e Steffen, degli indici di questo tipo suggeriscono la presenza di problemi molto più grandi nelle banche della zona euro, rispetto alle pretese della BCE / EBA.

 

Lo scenario di base per gli stress test si basa sulla previsione per questo inverno della Commissione Europea, che durante la crisi è sempre stata troppo ottimista. Ad esempio, quando nel mese di aprile è stato pubblicato il mio libro European Spring: Why Our Economies and Politics are in a Mess – and How to Put Them Right , la Commissione aveva affermato che la ripresa della zona euro si stava “rafforzando”. Da allora è in fase di stallo. Lo scenario avverso è basato su una recessione della zona euro e di un nuovostress del mercato obbligazionario, ma non prevede la possibilità di una deflazione. In effetti, lo scenario avverso è basato su scenari di inflazione che in realtà sono ottimisti: 1,0% nel 2014 (attualmente 0,3%), 0,6% nel 2015 e 0,3% nel 2016. Dato che la deflazione sarebbe devastante per i bilanci delle banche, è chiaro che si tratta di una farsa.

 

 

Questa è solo una prima valutazione; dato l’enorme volume di informazioni fornite dalla BCE e dall’ABE, ho avuto solo il tempo di esaminarne alcune. Ma sono già sufficienti per capire che quest’ultimo test delle autorità bancarie dell’eurozona è un’altra operazione di copertura.

Le “Depressioni Senza Fine” Portano Guerre

Le “Depressioni Senza Fine” Portano Guerre o Rivoluzioni.

 

l'euro contro gli scogli_fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

Esattamente come quella che veniva chiamata “la grande depressione” quella del 1929, quella dell’euro (ancora più terribile della prima), porterà a disordini politici, guerra o rivoluzione.

Mi immagino già la faccia di qualche Piddino “de sinistra” o “de destra”, (boschelli è matto…), questa volta non sono io a dirlo o noi del Fronte Popolare, ma Frances Coppola, oltre che ha dirlo è la storia, quella che ci piace quando dobbiamo rispolverare qualche luogocomune  o nostalgismo e non ci piace quando, gli insegnamenti dovrebbero servire a NON COMMETTERE GLI STESSI ERRORI O ORRORI del passato.

A tutti gli Illusi del “Più Europa”, siete avvisati ancora una volta, andate pure avanti, ma come ho scritto qualche hanno fa, i responsabili di quello che accadrà, come afferma la storia, (politica e economica), sarete Voi e non chi “scriverà l’ultima pagina” da voi costretto.

Causa e Effetto non sono la stessa cosa, il secondo esiste, perchè esiste la prima e non il contrario.

Vi lascio alla “crisi cronica” (perciò non guaribile), dell’euro e all’articolo di F. Coppola, buon sonno a tutti i Piddini, “de sinistra” (grillini compresi) e “de destra”.

La Germania (il lupo perde il pelo ma non il vizio), presto capirà a proprie spese, i costi di una Guerra persa, (anche perchè i francesi scalpitano…) ogni 70 anni hanno bisogno di una rinfrescata.
 
Frances Coppola risponde all’articolo ‘Dove va l’Europa?’, scritto da Yanis Varoufakis e James Galbraith. La crisi dell’euro è finita, vero? Un attimo… si è semplicemente trasformata da acuta in cronica.
 
Tutto è tranquillo in Europa. L’inflazione è sotto controllo, ci sono segnali di ripresa in alcuni paesi periferici, la disoccupazione, anche se è ancora troppo alta, non cresce più. Le banche sono sotto il controllo della BCE, costrette a ripulire i loro bilanci e a raccogliere capitali per proteggere gli stati sovrani dai costi dei fallimenti bancari. E si fanno piccoli passi verso una unione bancaria e anche verso l’unione fiscale. La crisi dell’euro quindi è finita, vero?
 
Un attimo… non è finita – si è semplicemente trasformata da acuta in cronica. Le economie dell’Europa meridionale sono terribilmente fragili: per molte di loro il debito e il PIL rimangono su un percorso insostenibile, un percorso che non cambierà se la crescita rimane stagnante. L’austerità fiscale da sola non può risanare le finanze pubbliche: riuscire a realizzare i sostenuti avanzi di bilancio necessari a far rientrare il debito-PIL nei limiti di Maastricht sarebbe un fatto senza precedenti. Vorrei aggiungere che sarebbe disastroso, non solo per quei paesi, ma per la zona euro nel suo insieme, perché creerebbe una depressione infinita nella periferia. Le depressioni ‘senza fine’, alla fine terminano – in disordini politici, guerre e rivoluzioni. La più grande minaccia alla permanenza dell’Euro, e in effetti dell’Unione europea, è la devastazione strisciante delle economie dell’Europa meridionale – che ora comincia anche ad avvicinarsi alla potente Francia. Se non fosse per il presidente Putin, potrei ritenere questa la più grande minaccia alla pace in Europa. Ma non dovremmo sottovalutare le tensioni che la crisi dell’euro, ormai cronica,  scatena sull’Unione europea. L’alleanza franco-tedesca è il cuore dell’unione. Se si rompe, è difficile vedere come l’unione possa sopravvivere.
 
Ed è naturalmente da qui che parte la proposta di riforma radicale delle istituzioni europee dell’economista francese Thomas Piketty e dei suoi colleghi. La loro soluzione alle tensioni dell’alleanza franco-tedesca è quella di rafforzarla attraverso un’unione più stretta. Questo è forse comprensibile. Ma è tutt’altro che evidente che un’unione più stretta sia al momento effettivamente realizzabile. Il cuore del problema della zona euro risiede negli atteggiamenti dei suoi popoli. Finché non ci sarà un senso comune di ‘europeità’ e un interesse condiviso per i popoli europei a qualsiasi parte dell’unione appartengano, non ci può essere vera unione politica e fiscale come quella suggerita da Piketty. Ricostruire le istituzioni non unirà i cuori e le menti di tutta Europa.
 
Il gruppo di economisti di Glienicker va dritto al cuore del problema. Il primo paragrafo della proposta del gruppo di Glienicker è intitolato “Crisi, quale crisi?” e mette in guardia dalla noncuranza dei tedeschi. Non vi è alcun senso di solidarietà con gli altri Stati membri dell’area dell’euro: la depressione in Spagna o in Italia non preoccupa i benestanti tedeschi. Il gruppo di Glienicker sostiene giustamente che i tedeschi dovrebbero essere preoccupati per i problemi economici nel resto dell’unione. 
Ma vorrei andare anche oltre. Quello che vedo non è noncuranza, quanto piuttosto una indignazione morale. Morale, perchè i tedeschi credono che la loro prosperità sia la giusta ricompensa per le riforme dolorose attraverso le quali sono passati dopo la riunificazione; e indignazione, per l’incapacità degli altri paesi – o, nel caso di Francia e Italia, per il rifiuto assoluto – di attuare delle riforme simili. Perché i tedeschi, che hanno accettato un’enorme sforzo economico al fine di ricostruire il loro paese, dovrebbero sostenere dei paesi che si rifiutano di fare lo stesso sforzo? Finché il dibattito è formulato in questi termini, nessun tentativo di riformare l’eurozona potrà funzionare. Né l’eurozona apparirà come un’area monetaria sostenibile finché la maggioranza dei tedeschi non vedrà la prosperità di Spagna, Italia e Francia come un fatto di suo stesso interesse.
 
Ma ancora peggio, anche quelli che effettivamente vedono nella prosperità dei paesi periferici il proprio migliore interesse, credono ancora che le sole riforme fiscali potranno portare alla prosperità. Eppure non c’è nessuna prova a sostegno di questa tesi. Al contrario, la riduzione dei redditi e la contrazione delle reti di sicurezza sociale necessarie a raggiungere la competitività esterna costringeranno molti nella povertà. Quale tipo di ‘benessere’ è quello che lascia milioni di persone a fronteggiare malnutrizione,malattie e accorciamento delle speranze di vita?
 
La verità è che l’atteggiamento dei politici dell’eurozona, e anche di molti europei del nord, verso i paesi periferici, deve ben poco al buon senso, o perfino alla buona economia, e invece molto alla convinzione morale e ideologica nella moneta forte, nei bilanci in ordine e nel mercantilismo come percorso verso la prosperità. Quando la macroeconomia diventa una questione morale, il debito è identificato con il peccato e i debitori devono espiare il loro crimine col cilicio e l’auto-flagellazione. L’appello del gruppo di Glienicker affinchè i creditori siano ritenuti responsabili per i prestiti eccessivi cade inevitabilmente nel vuoto.

E così, tristemente, fa la “modesta proposta” di Varoufakis e Galbraith. Modesta, può essere, ma rappresenta comunque un ‘certificato di impunità’ per gli stati periferici fortemente indebitati. Quando anche la BCE non fornirà alla zona euro l’espansione monetaria di cui ha un disperato bisogno a causa delle preoccupazioni che questa ridurrebbe la pressione sulle autorità di governo per fare le dolorose riforme, che speranza c’è per l’approvazione politica di un qualsiasi programma di riduzione del debito e di ricostruzione delle economie distrutte, per quanto modesto possa essere?

 
La tesi di Varoufakis e Galbraith che la ristrutturazione del debito e un New Deal dovrebbero precedere qualsiasi intensificazione dell’unione, ha un senso sia a livello economico che sociale. Ed è finanziariamente ben pensata, anche se gli appassionati della moneta forte senza dubbio guarderanno con sospetto all’idea di organismi pan-europei che finanziano gli stati senza alcun sostegno da parte dei contribuenti. Ma temo che, siccome la loro proposta rinvia all’infinito il futuro del progetto europeo, sarà condannata senza appello. E questo perché gli unici piani di soluzione della crisi dell’euro che saranno accettabili per i responsabili politici europei sono quelli che promuovono l’obiettivo politico di una unione più stretta.
 
Il sogno politico di lunga data degli ‘Stati Uniti d’Europa’ in grado di sfidare gli Stati Uniti per la supremazia politica e finanziaria sembra prevalere su tutte le considerazioni sociali ed economiche. E non c’è niente di così utile come una crisi per avvicinarsi ancora di più all’obiettivo. Per dirla con Jean Monnet: “L’Europa si fa nelle crisi“. La proposta di Varoufakis e Galbraith sprecherebbe una crisi che cade a pennello.
 
Questo è, naturalmente, fondamentalmente antidemocratico. Nessuno in Europa ha votato per una unione più stretta. In effetti, alle ultime elezioni europee, il successo dei partiti nazionalisti suggerisce che molti europei vogliono una unione più libera, o addirittura nessuna unione affatto. Non c’è nulla di democratico nell’utilizzo di una crisi per imporre un’unione politica e fiscale per la quale i cittadini europei non hanno votato e che non è affatto chiaro che vogliano veramente. E se l’Unione europea nella pratica non è democratica, come può richiedere la ‘democrazia’ come requisito per l’adesione dei suoi Stati membri?
 
La storia della crisi in Grecia e a Cipro dimostra quanto sia realmente fragile la democrazia. Gli elettori di questi paesi non hanno più il diritto di decidere come i loro governi debbano usare i loro soldi: viene imposto da Bruxelles. E il fiscal compact ora comporta che tutti i paesi dell’Unione Europea sono soggetti alla sorveglianza di Bruxelles sui loro bilanci. Le opinioni degli eurocrati non eletti hanno la stessa o addirittura maggiore importanza di quella dei politici eletti messi in carica dai loro elettori per gestire le loro economie. C’è un deficit democratico che si sta sviluppando nel cuore dell’Europa. E le proposte per una unione più strettapeggiorerebbero questo deficit.
 
Tutte le proposte per una unione più stretta sembrano comportare l’impegno da parte dei paesi periferici ad un consolidamento fiscale senza fine in cambio della ristrutturazione del debito (non della cancellazione) e di una quantità di investimenti del tutto trascurabile. Varoufakis e Galbraith sottolineano che un impegno del genere potrebbe bloccare i paesi periferici dietro le sbarre di ferro dell’austerità.
 
Per quanto sia forte, il ferro è fragile. Una volta negata una vera voce democratica, e di fronte alla prospettiva di un disagio permanente evidentemente imposto da parte straniera, non ci sarebbe da stupirsi se i popoli dei paesi periferici si rivolgessero sempre di più al nazionalismo. Infatti, il collegamento tra lunghi periodi di austerità fiscale e l’ascesa di partiti nazionalisti di estrema destra è ben consolidato – i primi anni ’30 in Germania ne sono un buon esempio. Il giro di vite sui governi “dissoluti” può portare i popoli a dire: “Facciamo a pezzi le loro catene e gettiamo via da noiil loro giogo”. E a quel punto la gabbia dell’austerità si romperebbe, e con essa l’Unione europea.
 
Temo che, a causa della diabolica alleanza tra chi vuole un’Unione Europea più stretta e chi vuole scarsità di denaro e mercantilismo in tutta Europa, l’Europa si stia dirigendo verso gli scogli. E questa rotta non cambierà.
 

Standard & Poor’s Straordinario Alert Eurozona

Standard & Poor’s lancia uno straordinario credit alert sull’eurozona a causa della continua ascesa di noi anti euro, specialmente quelli tedeschi.

 

antieuro tedeschi_fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

La crescente ascesa di noi euroscettici, in particolare quelli tedeschi (ma non era un paradiso?) ha costretto l’agenzia Standard & Poor’s a emettere un Credit Alert Straordinario per l’eurozona, per motivi abbastanza logici, se in Germania i sondaggi hanno ragione, gli amici Anti €uro costringeranno la Merkel ad anticipare quel famoso “Taglio della corda dove sono appesi tutti i fessi” che noi abbiamo previsto, la cosa naturalmente preoccupa S&P e il Sistema, al contrario NOI l’aspettiamo a braccia aperte.

Gli euroscettici tedeschi si opporranno al tanto atteso allargamento delle maglie dell’austerity, auspicato da chi ancora crede o si illude che risolverà il problema, ma NON RISOLVERA’ NULLA, (per i motivi che sappiamo, vedi bilancia dei pagamenti) ma è vitale per i paesi già alla canna del gas, come l’italia, pena FALLIMENTO ANTICIPATO (tanto se non è prima sarà poi, il risultato non cambia).

Quindi questa volta S&P merita tutta l’attenzione del caso, anche perchè in Italia tira una “brutta” aria per il governo di Palla Palla Renzi, a quando sembra il vento in poppa ha iniziato a soffiare meno (come era previsto), i compagni di merenda si stanno defilando nel tentativo di salvarsi e non essere travolti assieme a Palla Palla Renzi, confesso che mi fanno una certa pena, tentare di far sopravvivere un partito piddino“CHE MORIRA’ CON L’EURO” (come avevamo previsto) non è cosa facile, il verdetto della pattumiera storica vi attende con ansia, buon lavoro traditori della patria (in folta compagnia).

Molti sorridevano e sorridono ancora oggi (beati loro, vivranno a lungo…), ma si inizia a parlare di baionette, non siamo noi del Fronte a dirlo, qualche espertone potrebbe sorridere…ma smetterà presto…prima di quello che si crede.

Ecco l’alert straordinario di S&P trattato su Telegraph
 

Ambrose Evans Pritchard, 23 Settembre – Standard & Poor’s ha emesso uno straordinario credit alert sull’eurozona, che merita una particolare attenzione.
 
Avverte che la crescita del partito anti-euro tedesco AFD mette in discussione il meccanismo di salvataggio dell’euro e mette sotto esame qualsiasi forma di QE, stimolo che è già stato scontato in anticipo dai mercati.

 

Questo costringerà Angela Merkel ad adottare una linea più dura nei confronti dell’Europa, e complicherà ulteriormente la gestione della (già disfunzionale) unione monetaria.

 

L’agenzia di rating ha detto che d’ora in poi monitorerà qualsiasi segnale di rigidità della Germania sulle questioni della UEM volta a scongiurare questa crescente minaccia politica. Il report è stato scritto da Moritz Kraemer, responsabile dei rating sovrani in Europa. Un tedesco. Non è una analisi anglosassone.

 

Alternative für Deutschland sta imperversando in tutta la Germania come un tornado. Una settimana fa il partito ha ottenuto il 12.6pcdei voti nel Brandeburgo e il 10.6pc in Turingia, dopo il successo in Sassonia. E ha fatto irruzione in tre parlamenti regionali. Il FDP è stato sistematicamente distrutto. E ora l’AFD sta anche lacerando la base di sinistra del Partito Die Linke.

 

Hanno conquistato sette seggi al Parlamento europeo. Ieri ne abbiamo visto i potenti effetti quando il capo del partito Bernd Lucke ha messo sotto pressione il governatore della BCE Mario Draghi durante la sessione della commissione sugli affari economici e monetari.

 

  Lucke ha attaccato in particolare i piani della BCE per gli acquisti di asset, insistendo sul fatto che nel sistema finanziario vi è già una liquidità più che sufficiente a scongiurare la deflazione. Egli ha dichiarato che il QE-lite è semplicemente un modo per spostare il rischio di credito dagli stati ad alto debito verso il centro dei creditori (una politica quasi fiscale che aggira le prerogative sovrane del Bundestag), e comunque non funzionerà: “Lei sta sellando il cavallo sbagliato perché non ne ha un altro nella stalla”.

 

Mr. Lucke è professore di economia all’Università di Amburgo, specialista del real business cycle model. Il suo braccio destro è Hans-Olaf Henkel, ex capo della Federazione dell’industria tedesca e giornalista finanziario di Handelsblatt. Sono persone serie. I tentativi di etichettarli come romantici estremisti, e ultimamente come agitatori di estrema destra, è improbabile che possano funzionare. AFD per la prima volta ha dato ai tedeschi scontenti un modo per protestare senza correre il rischio di venire stigmatizzati.

 

  Ecco alcuni stralci del rapporto di S & P:

 

“Come più grande governo dell’area dell’euro e sicuro punto di riferimento per gli investitori, il ruolo della Germania nella gestione della crisi è stato fondamentale. La posizione relativamente forte in politica interna del governo federale tedesco ha facilitato il necessario compromesso.

 


Fino a poco tempo fa, nessun partito dichiaratamente euroscettico in Germania era in grado di galvanizzare gli oppositori dei “salvataggi” europei e della assunzione di potenziali rischi finanziari da parte dei contribuenti tedeschi. Ma questa comoda situazione ora sembra essere arrivata alla fine.

 


AFD ha presentato un programma, sembra godere di una leadership disciplinata, ed è un partito ben finanziato che fa appello in generale ai conservatori,anche oltre le sue fondamentali radici eurofobiche. La maggior parte degli analisti politici concordano sul fatto che l’ascesa di AFD è improbabile che sia un fenomeno di breve durata. E potrebbe anche avere ripercussioni al di là della politica tedesca.

 


Questo cambiamento nel panorama dei partiti potrebbe avere implicazioni sulle politiche dell’area dell’euro,limitando lo spazio di manovra del governo tedesco. Il cancelliere Angela Merkel e il suo partito conservatore CDU hanno a lungo beneficiato della mancanza di una valida opposizione di destra. Cosa che ha permesso loro di spostarsi verso il centro dello spettro politico.
Se la popolarità di AFD nei sondaggi dovesse persistere, ci si può aspettare che il CDU tenterà di rioccupare lo spazio politico precedentemente abbandonato. Di conseguenza, dovremmo considerare la forte probabilità che l’orientamento politico del CDU (e quindi della Germania) sarà di un irrigidimento verso i compromessi nell’area dell’euro. Questo potrebbe comportare una minore flessibilità nel ritmo di risanamento dei conti pubblici degli altri paesi europei,o una certa resistenza verso il piano coordinato pan-europeo di investimenti verso il quale stanno puntando alcuni governi. Potrebbe anche portare ad una retorica più apertamente critica contro le politiche della BCE, che complicherebbe ulteriormente la politica monetaria non convenzionale.
 
Niente di tutto questo avrebbe importanza se potessimo considerare che la crisi dell’euro è ormai dietro le spalle. Tuttavia, è improbabile che sia così. La produzione in Eurozona è ancora a livelli inferiori al 2007 e nel 2014 la debole ripresa ha subito una battuta d’arresto in gran parte della zona euro. La disoccupazione rimane pericolosamente alta e le pressioni di disinflazione sono in crescita. Gli oneri del debito pubblico continuano a crescere in tutti i grandi Paesi dell’area dell’euro tranne la Germania.

 

Terremo sotto monitoraggio ogni eventuale segno di irrigidimento della Germania. Un tale cambiamento potrebbe ridurre la fiducia degli investitori nella solidità del sostegno multilaterale nei confronti di qualsiasi paese sovrano dell’eurozona in caso di necessità. Un tale cambiamento nel “sentiment” potrebbe contribuire a delle condizioni di finanziamento meno favorevoli per i paesi a basso rating dell’area dell’euro, rispetto ai tassi di interesse storicamente bassi sui titoli sovrani che oggi osserviamo.

 


S & P ha anche avvertito che anche la prossima sentenza della Corte europea sul piano di sostegno della BCE per l’Italia e la Spagna (OMT) potrebbe mandare all’aria il progetto.

 

La Corte Costituzionale federale tedesca ha già dichiarato che l’OMT “vìola manifestamente” i trattati UE ed è probabilmente “Ultra Vires”, il che significa che la Bundesbank non può legalmente prendervi parte. La Corte europea non può ignorarlo, se tiene alla propria sopravvivenza. (Giusto per chiarire, la corte tedesca non rinvia alla Corte di giustizia come a un tribunale superiore. Si riserva il diritto sovrano di respingere qualsiasi cosa le istituzioni europee facciano, e i suoi zelanti funzionari acutamente ricordano che i Paesi membri sono i “Maestri dei trattati” e non il contrario). 

 


David Marsh dal forum monetario OMFIF – e autore diun libro sulla sulla Bundesbank e l’euro – dice che non ci può essere alcun serio QE in queste circostanze. “Il QE non è sul tavolo. Si tratta di una falsa pista” ha detto.”

 

Sono interamente d’accordo con l’analisi di S & P, e noto anche una forte divergenza nella percezione del mercato tra gli esperti tedeschi (o quelli che leggono tedesco e seguono da vicino la Germania) e la confraternita globale anglo-sassone. Gli americani, in particolare, sembrano considerare la BCE come la controparte della Federal Reserve, che risponde ai normali segnali dell’economia. Non è nulla del genere. La BCE è un animale politico. Non può discostarsi molto dal consenso politico tedesco, o almeno non può farlo in modo sicuro.
 
E’ già chiaro che la Germania la tirerà per le lunghe per mesi sul piano della BCE di acquisti di obbligazioni private (ABS, RMBS, covered bond). L’asse Berlino/Francoforte cercherà di garantire che non si arrivi a molto – almeno fino a quando non sarà la Germania stessa ad averne bisogno.

 

  Questa settimana il governatore della Bundesbank Jens Weidmann ha detto che il piano di acquisto titoli della BCE sposta il rischio dalle banche ai contribuenti. In ogni caso, ha detto, è”dubbio” se ci siano degli asset di alta qualità disponibili a sufficienza per fare la differenza.
Sì, Weidmann era stato messo in minoranza sull’OMT nell’agosto 2012, ma quello era un episodio completamente diverso. Non era stata messa in minoranza la Germania. Il ministro delle finanze tedesco aveva contribuito a creare l’OMT, come male minore in un momento in cui l’Italia e la Spagna stavano andando fuori controllo.

 

Questa volta Berlino è più vicina alla Bundesbank. Il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble ha respinto ogni proposta di reflazione,lanciando l’allarme al G20 sul fatto che si stanno già formando delle bolle nei mercati azionari e immobiliari.

 

Siamo tornati al problema centrale che ha tormentato la zona euro nelle sue tre esperienze pre-morte – a Maggio 2012, novembre 2011 e luglio 2012 – che è fino a che punto il corpo politico tedesco è disposto a spingersi per sostenere l’unione monetaria quando si arriva al dunque.

 

Questo problema non è mai stato risolto. In ogni fase la Germania ha accettato di fare solo quel tanto che bastava per mantenere in vita l’UEM, sempre all’ultimo minuto, senza mai andare abbastanza lontano da mettere l’unione monetaria su un sentiero sostenibile(molto difficile a mio avviso, anche se questo non impedirà ai leader UE di continuare così fino a che le vittime non prenderanno in mano la situazione).

 

Qualunque spazio esistesse quando Angela Merkel non doveva fronteggiare nessuna opposizione euroscettica coerente, ormai è passato in maniera irreversibile. Se e quando la prossima crisicolpirà, Prof. Lucke dell’AFD le sbarrerà la strada con le baionette, non con i forconi.

Un Paese in Lenta Rovina…Italia? No…Germania!

Der Spiegel Titola così: “La Germania un Paese in Lenta Rovina”, ci chiediamo quando apparirà un titolo simile sui giornali Italiani.

 

germania in lenta rovina_fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

Il prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel, ci dice (noi lo sapevamo già), che i “Bravi” tedeschi non sono così bravi come affermano politici e giornalisti italiani da anni e come afferma qualche tedesco, non sapendo cosa gli sta per arrivare a dosso, eppure le avvisaglie in Germania ci sono da anni, come vedete non sono meglio di noi.

Sapete qual’è l’unica differenza vera tra noi e loro?

I loro politici fanno parte dell’esercito tedesco i nostri politici sono solo mercenari.

I loro politici stanno conducendo una GUERRA ECONOMICA per la conquista del nostro Paese, i nostri politici hanno deciso molti anni fa (dai primi anni 70), di combattere con le loro milizie.

In apparenza siamo senza speranza, perchè loro sono più “Bravi” e anche numericamente (ci sono anche i nostri) molti di più e ben armati rispetto a noi, ma un dato ci ha sempre confortati su tutti, LA GERMANIA HA SCELTO SEMPRE IL CAVALLO SBAGLIATO E LE GUERRE LE HA SEMPRE PERSE, anche questa volta sarà così!

Abbiamo scritto tante volte che “Il modello tedesco”, osannato da Renzi e gli aguzzini che lo hanno preceduto, non era da imitare e che non era quel paradiso che tutti in italia sostenevano e sostengono ancora oggi, abbiamo anche scritto che “Il Boomerang sarebbe tornato in dietro”, e subito dopo, proprio la Germania avrebbe “Tagliato la corda dove erano appesi tutti i fessi”, quelli che fino al giorno prima ne decantavano le lodi, ne abbiamo parlato anche nell’articolo precedente, facendo riferimento alle “riforme” Hartz.

Vi auguro buona lettura, specialmente a voi Piddini, quelli talmente “democratici” che mi strappano gli articoli dalle bacheche, perchè parlo male del loro aguzzino Renzi, NON MERITATE PROPRIO NULLA, anzi…no!

Meritate i politici che avete e tutto ciò che vi hanno fatto e che faranno ancora (non finisce mica qui, il “bello” deve ancora venire), mi dispiace per molti italiani che lottano, soffrono e pagano un prezzo altissimo, SENZA AVERE NESSUNA COLPA, al contrario di voi mercenari e traditori della Patria.

Der Spiegel – 18 settembre 2014

La Germania, un Paese in Lenta Rovina

 
A dispetto della sua luccicante facciata, l’economia tedesca si sta sbriciolando al proprio interno. Così, quantomeno, la pensa Marcel Fratzscher. Con le infrastrutture del paese che diventano obsolete e le aziende che preferiscono investire all’estero, il consulente del governo sostiene che la prosperità della Germania sta vacillando.

 
Quando Fratzscher, capo del German Institute for Economic Research, tiene una conferenza, gli piace porre una domanda al pubblico: “Di che paese stiamo parlando?” Dopodiché  inizia a descrivere un paese che ha avuto meno crescita rispetto alla media dei paesi dell’eurozona fin dall’inizio del nuovo millennio, dove la produttività è cresciuta solo di poco, e dove due lavoratori su tre guadagnano oggi meno di quanto guadagnavano nel 2000.
 

Di solito Fratzscher  non deve attendere molto prima che le persone inizino ad alzare la mano. “Portogallo” afferma qualcuno. “Italia” dice un altro. “Francia” esclama un terzo. L’economista lascia che il pubblico continui a cercare la risposta giusta finché, con sorriso trionfante, annuncia la risposta. Il paese che stiamo cercando, quello con dei risultati economici così deboli, è la Germania.

 
Forse ci vuole qualcuno che abbia la preparazione di Fratzscher per essere così aspramente critico verso il proprio paese. L’economista di Bonn ha lavorato come consigliere del governo a Jakarta nella metà degli anni ’90, durante la crisi finanziaria asiatica. Ha condotto ricerche presso il rinomato Peterson Institute a Washington quando esplose la bolla di internet, e ha scritto analisi per la Banca Centrale Europea nel periodo più cupo della crisi dell’euro. Ha sempre osservato gli sviluppi della Germania “con un certo distacco”, dice lui stesso.
 

Fratzscher guida il German Institute for Economic Research (DIW) da oltre un anno, ed è evidente che questa ritrovata vicinanza gli ha aguzzato la vista sulle contraddizioni della quarta maggiore potenza economica del mondo. L’industria tedesca vende automobili di alta qualità e macchinari in tutto il mondo, ma quando l’intonaco comincia a scrostarsi dai muri di una scuola elementare sono i genitori a dover raccogliere il denaro per pagare l’imbianchino. Le aziende e le famiglie posseggono attività e beni per migliaia di miliardi, ma metà dei ponti autostradali hanno urgente bisogno di riparazioni. La Germania ottiene più benefici dall’Europa rispetto alla maggior parte degli altri paesi, eppure i suoi cittadini hanno l’impressione che Bruxelles si approfitti di loro.

 

La Grande Illusione

 

Fratzscher la chiama “Die Deutschland Illusion” (“L’Illusione Tedesca”), che è il titolo del suo nuovo libro che sarà presentato venerdì dal ministro tedesco all’economia, Sigmar Gabriel. Lo scorso anno Fratzscher ha chiesto al suo staff del DIW, uno dei più importanti think tank del paese, di occuparsi delle fondamenta dell’economia tedesca. Fratzscher ha condensato i risultati in un crudo resoconto sulle grandi illusioni dell’economia del paese.

 

I tedeschi vedono il proprio paese come un motore di occupazione e un modello per le riforme per tutta l’Europa, dice Fratzscher, e tuttavia la Germania si è a malapena risollevata dalla recessione causata dalla crisi finanziaria. La Germania secondo Fratzscher sembra un gigante quando è vista da lontano, ma diventa sempre più piccola quanto più ci si avvicina. Il paese sta percorrendo “un sentiero in discesa”, scrive il presidente del DIW, e sta vivendo “delle proprie riserve”.

 

Gli stessi buoni dati sul mercato del lavoro nascondono in realtà la più pericolosa debolezza della Germania. Difficilmente un qualsiasi altro paese industrializzato potrebbe essere così negligente e avaro rispetto al proprio futuro. Mentre all’inizio degli anni ’90 il governo e l’economia investivano il 25 percento del prodotto totale per costruire nuove strade, linee telefoniche, edifici universitari e fabbriche, nel 2013 questo numero è sceso ad appena il 19,7%, secondo i recenti dati forniti dall’Ufficio Statistico Federale.

 

Questa non è una banalità statistica. Il futuro del paese e la vita quotidiana dei suoi cittadini dipendono da come ciascun euro viene usato oggi. Se un euro viene speso subito non sarà utile per il futuro. Può anche essere risparmiato per dei consumi futuri. O può essere investito in aziende, istruzione o infrastrutture, in modo da diventare la base per la prosperità futura, il progresso tecnico e altri posti di lavoro.

 

Il problema della Germania è che il denaro viene ora utilizzato essenzialmente per i primi due scopi. Secondo i calcoli del DIW, la caduta degli investimenti tra il 1999 e il 2012 ammonta a circa il 3% del PIL, ed è il più grande “divario degli investimenti” di tutta l’Europa. Se uno guarda solo agli anni tra il 2010 e il 2012 il divario è del 3,7%, ancora più grande. Solo per mantenere un livello accettabile di crescita, il governo e le imprese dovrebbero spendere 103 miliardi di euro in più ogni anno rispetto a quanto stanno facendo oggi.

 

Preoccupazioni crescenti

 

Questo è il punto chiave della diagnosi di Fratzscher — e adesso l’onere di trovare la terapia ricade su di lui. Da quando il ministro all’economia Gabriel lo ha nominato commissario agli investimenti alla fine dello scorso mese, si è trovato al centro del dibatto sulla riforma della spesa, dibattito potenzialmente tanto importante quanto lo fu quello sull’Agenda 2010 di riforme del mercato del lavoro e del sistema di welfare.
La recente flessione dell’economia rende il problema ancora più urgente. Ora che l’industria ha visto un declino nel volume degli ordini e ha ridimensionato la produzione, il governo deve decidere se contrastare tale declino con un programma di investimenti.

 

Ciò che recentemente non era altro che una possibilità teorica potrebbe presto diventare un punto critico fondamentale per la coalizione di governo della cancelliera Angela Merkel. Mentre la Merkel e il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble restano determinati nell’aderire al proprio progetto di presentare un bilancio federale in pareggio per il prossimo anno, Fratzschern sostiene che bisogna prepararsi per lo scenario peggiore. “Se la crisi si aggrava ancora,” ha detto in una conversazione con lo SPIEGEL, “sarà necessaria una maggiore spesa per stimolare l’economia”.

 
Se ciò avverrà, il libro di Fratzscher potrebbe offrire un modello su come procedere. Nel suo studio, il presidente del DIW elenca meticolosamente i maggiori problemi di investimento per la Germania, dalle aziende alle reti di trasporti, dall’istruzione al piano di transizione energetica — il passaggio del governo federale dall’energia nucleare verso l’energia rinnovabile. Dati a sostegno delle sue teorie vengono da ogni angolo del paese.
 
Svanisce la lealtà verso la Germania
 
Rainer Hundsdörfer sta per compiere quella che è forse la decisione più difficile della sua vita professionale. La sua azienda ha in programma di investire 50 milioni di euro a breve, ma egli è incerto se valga ancora la pena di spendere questi soldi nella propria patria.
 

Hundsdörfer è l’amministratore delegato dell’impresa Ebm-Pabst. I ventilatori industriali prodotti dalla sua azienda a Mulfingen, una città nel sud della Germania, sono installati nei sistemi di refrigerazione dei supermercati, nei condizionatori d’aria degli alberghi e nei server informatici di tutto il mondo. I mercati esteri contano già per oltre il 70 percento delle vendite della sua azienda.

 
Ebm-Pabst fabbrica già da tempo alcuni dei suoi prodotti in India e in Cina, ma fino ad ora il suo obiettivo quando investiva in paesi stranieri era semplicemente quello di trovarsi più vicino ai suoi clienti. L’azienda era rimasta fieramente leale alla Franconia, la sua regione d’origine in Germania. Ma questa lealtà potrebbe svanire alla prossima decisione sugli investimenti. “Sarebbe la prima volta che scegliamo contro il sito di produzione in Germania,” dice Hundsdörfer.
 

L’azienda vuole espandere l’impianto di Mulfingen e costruire un nuovo centro logistico. Questo creerebbe centinaia di posti di lavoro, ma ciò che manca è “un’infrastruttura stradale decente per rendere proficuo il nostro investimento,” dice Hundsdörfer. I suoi camion sono costretti a usare la Hollenbacher Steige, una strada che si sta sbriciolando e che ha urgente necessità di essere riasfaltata. Spesso i camion che arrivano dalla direzione opposta non riescono a passare trovandosi uno di fronte all’altro su una strada così stretta.

 

Il progetto di costruzione stradale costerebbe 3,48 milioni di euro, ma lo Stato e il governo locale esitano da anni a mandare avanti la cosa, per via dei costi. Secondo Hundsdörfer i conti semplicemente non tornano. “Paghiamo più tasse noi in un solo anno di quello che costerebbe rifare la strada.” Ora Hundsdörfer sta prendendo in considerazione l’impensabile: perché non costruire il centro logistico all’estero. Hundsdörfer non si troverebbe da solo, nel fare questa scelta.

 

La diminuzione degli investimenti industriali

 

L’economia tedesca evita da anni gli investimenti. Le aziende hanno quasi 500 miliardi di euro messi da parte in risparmi, secondo le stime del presidente del DIW, e tuttavia la proporzione di investimenti nell’economia privata della Germania è caduta da poco meno del 21 percento nel 2000 a poco più del 17 percento nel 2013.

 

Molti economisti concludono che le aziende sono preoccupate non solo per le strade che si sbriciolano, ma anche per la mancanza di lavoratori qualificati, le condizioni dell’eurozona, e i crescenti costi dell’energia. E questa paura, a sua volta, sta ostacolando i progetti per il futuro della Germania.

 

Le conseguenze sono drammatiche. Quando si calcola l’aggiustamento per l’inflazione, si trova che molte aziende hanno effettivamente ridotto le loro spese per macchinari e computer nel corso degli ultimi decenni, secondo i dati dell’Ufficio Statistico Federale. Questo è vero specialmente per l’industria chimica, ma anche le infrastrutture industriali stanno crollando, per esempio, nei settori dell’ingegneria meccanica e dell’elettronica.

 

Ma le aziende non hanno smesso del tutto di investire — semplicemente non stanno più investendo in Germania. La BMW, casa automobilistica bavarese, sta attualmente spendendo un miliardo di dollari per trasformare il suo impianto a Spartanburg, nella Carolina del Sud, nel suo più grande stabilimento a livello globale. La Daimler ora assembla la nuova classe C per il mercato americano nella città di Tuscaloosa, in Alabama. Dürr, il  produttore di attrezzature per la verniciatura, ha ampliato i suoi edifici industriali a Shangai lo scorso anno, in modo che essi ora hanno raggiunto le stesse dimensioni di quelli della sua sede centrale a Bietigheim-Bissingen, vicino a Stoccarda.

 

Da quando il boom del fracking ha ridotto i costi dell’energia, gli Stati Uniti sono diventati in modo particolare il sito preferito per le aziende tedesche. In maggio, BASF CEO Kurt Bock ha annunciato un nuovo piano di investimenti da un miliardo di euro, il più grande nella storia dell’azienda, nella Costa del Golfo americano. Nello spiegare la decisione, la dirigenza ha fatto notare che il gas naturale negli Stati Uniti costa solo un terzo di ciò che costa in Germania. Il gigante tecnologico Siemens è andato anche oltre, annunciando che in futuro gestirà il suo intero business dagli uffici negli Stati Uniti.