I Popoli Ignari E Disinformati

I popoli ignari e disinformati sono preda facile dei sistema e dei killer dell’informazione mondiale, attraverso la bulimia di notizie false.

 

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di Vittorio Boschelli

Chi ci segue da tempo ha capito come bisogna ragionare per non cadere in quello che il sistema vuole, ogni qual volta diffondete un argomento, nei tempi e nei modi, che viene diffuso con insistenza dal sistema, siete caduti in trappola, la vostra visione inconsapevole è la loro visione. Questo è il modo più efficace per distorcere il vostro pensiero.

La Verità è sempre il contrario di quello che loro vi dicono con insistenza…vedi ISIS da qualche mese e il suo bombardamento mediatico, ecco perchè noi non seguiamo le mode.

Tutta la stampa italiana e Greca ha martellato i popoli, facendo passare Tsypras, Grillo e Podemos come Anti-Euro e Unione Europea, quando i fatti dicevano e dicono l’esatto contrario, come noi del Fronte abbiamo sempre sostenuto, riportando i fatti nel tempo, quindi ne deduciamo da tempo che sono stati creati con un operazione magistrale e alimentati dalla stessa UE Amerikana, come valium per i popoli arrabbiati, pronti dopo i valium tradizionali alla Renzi.

Bastava solo leggere cosa affermavano e affermano ogni giorno Tsypras e Company, quali erano le loro SCELTE e POSIZIONI (non quello che vi propinava la stampa) con una mente libera e capace di vederli…nulla di particolarmente difficile, esattamente come abbiamo fatto noi e che vi abbiamo puntualmente scritto, come QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, Qui e ccc, e che oggi i fatti vi dicono.

Il 19 Febbraio scrivevo questo sulla nostra Pagina Facebook, mentre i killer dell’informazione osannavano il successo Greco, non vi dico il putiferio scatenato in qualche gruppo che mi è costato anche il blocco, vista la chiusura mentale di qualche membro e poco incline al confronto, la verità con il tempo affiora sempre e noi portatori sani, siamo un pericolo per molti demagoghi e servi del sistema.

Tutto come Previsto…Grecia.

di Vittorio Boschelli

La vicenda tra Tsypras e la Merkel dovrebbe essere d’insegnamento per molti italiani “de sinistra” illusi che si possa cambiare questa europa dove comanda la Germania e tutti muti.

Praticamente Tsypras si è rimangiato tutto quello che aveva promesso al popolo greco illudendolo, chiaramente, a dire il vero anche a quello piddino italiano, nonostante ciò la Merkel gli ha risposto un solito NEIN, chiaramente per farlo soffrire fino a venerdì prossimo,ma poi gli dirà di si…non c’è nessun motivo per dirgli di no, ha accettato anche il memorandum…

Siryza-Podemos-M5S sono la stessa cosa, nessuno di questi ha mai detto semplicemente questo “l’euro è una moneta troppo forte per le nostre economie, conviene alla germania ma non conviene a noi, quindi noi usciamo, perchè non ci conviene, voi fate quello che volete”

Ecco che “battere i pugni” “più europa” “cambiamo questa europa” “minacciamo la merkel” “faremo il referendum” “alziamo i salari”, ecc…senza una posizione netta sull’uscita dall’euro e dall’unione, sono solo prese per fondelli colossali.

Riassumendo, Tsypras non manterrà quello che ha promesso al Popolo Greco e la Merkel gli concederà l’allungamento dei pagamenti, quindi come previsto rimetteranno tutti e due dal punto di vista politico, ma per Tsypras sono caz…amari, gli spetta un colpo di stato e la sua fine politica.

Mentire non conviene mai…specialmente in questo periodo storico, monito per gli emuli di Tsypras politicanti italiani (grillini, sellini, piddini, podemossini) che ancora continuano.

Ci penseranno i mercati dopo le elezioni francesi, non abbiate fretta e godetevi il 2015 e il 2016, triturati da Renzi e Company con la macelleria sociale.

 

Loro stessi oggi, dopo l’accordo con tra Merkel e Tsypras vi dicono quello che vi abbiamo anticipato noi prima, (anche con Hollande in Francia) …naturalmente a cose fatte, quindi non ha tradito Tsypras il Popolo Greco, ma è il Popolo Greco che è stato DISINFORMATO su quello che in realtà sosteneva Tsypras e il suo Partito, esattamente come accade in Italia con Grillo e in Spagna con Podemos, il gioco è sempre lo stesso, dipingere come pericolo ANTI uno che la pensa come loro, con qualche termine in apparenza diverso e funzionale a loro, in modo da non permettere a quelli REALMENTE ANTI, di diventare attraverso il supporto e consenso, pericolosi per loro…semplice no?

Vi avevamo avvisati “il colore del sangue stona meno sul grembiulino rosso o rosa” e che i Liberisti e Mondialisti NON POSSONO ESSERE ANTI-EURO e UE, lo diventeranno anche loro sicuramente (vedi Grillo) ma non potranno mai fare quello che a voi serve politicamente e economicamente, ma ancora oggi si stenta a capire questo passaggio, nonostante i fatti, con la bulimica disinformazione mondiale, si capisce anche il perchè…purtroppo per noi tutti.

 

Ecco cosa vi dicono oggi…DOPO i fatti che sanno tutti.

SYRIZA SI È ARRESA ALLA UE

di Robert Stevens, 21 febbraio 2015

Questo venerdì il governo greco ha rinnegato le sue promesse elettorali, acconsentendo ad un’estensione per quattro mesi dei prestiti esistenti e del programma di austerità dettato dalla “troika” (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale).

Dopo circa un mese di trattative con i rappresentanti politici delle banche europee, Syriza ha accettato le condizioni richieste dalla troika. La dichiarazione dell’Eurogruppo sottolinea che l’accordo rimane condizionato alla presentazione entro lunedì di “una prima lista di provvedimenti di riforme, basati sugli accordi attuali” da parte della Grecia.

Le proposte di Syriza dovranno essere approvate il giorno seguente dall’Eurogruppo e dalla troika, i quali “forniranno un primo parere se tali proposte risultino sufficientemente ampie da costituire un valido punto di partenza per una conclusione positiva della revisione degli accordi“.

La scadenza fissata affinché la Grecia completi la lista finale delle misure di austerità è aprile; questa lista sarà poi “ulteriormente dettagliata e infine accettata” dalla troika.

La dichiarazione afferma che:

“Le autorità greche si impegnano ad astenersi da qualsiasi riduzione delle misure e da modifiche unilaterali delle politiche e delle riforme strutturali che possano avere un impatto negativo sugli obiettivi fiscali, la ripresa economica o la stabilità finanziaria, secondo la valutazione delle istituzioni”.

Se la Grecia non accondiscende a queste disposizioni non riceverà i miliardi di euro di ulteriori prestiti che sono necessari per evitare il default sul suo debito di 320 miliardi di euro.

Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha aperto la conferenza stampa seguita alle cinque ore di dibattiti, dicendo che la Grecia ha assicurato “il suo impegno inequivocabile nell’onorare i suoi obblighi finanziari” verso i creditori. Ha sottolineato che “la ripresa economica non può essere messa in pericolo, la stabilità fiscale non può essere messa in pericolo, la stabilità del settore finanziario non può essere messa in pericolo“.

Prima che iniziasse l’incontro dell’Eurogruppo, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha tenuto una conferenza stampa con il presidente francese François Hollande. La cancelliera ha insistito che il governo greco non si era ancora spinto ad accettare i tagli brutali che erano stati concordati con il precedente governo guidato da Nuova Democrazia.

La Merkel ha ammonito: Sono necessari miglioramenti significativi nella sostanza di ciò di cui stiamo discutendo, in modo che lo possiamo votare nel Bundestag tedesco, per esempio la prossima settimana“.

Mentre le trattative erano in corso, almeno un miliardo di euro è stato ritirato dalle banche greche per paura che un accordo non fosse raggiunto. Un giornalista della TV greca SKAI ha commentato: Sono venuti con la determinazione di raggiungere una soluzione politica, altrimenti da martedì sarebbe stato necessario introdurre controlli sui movimenti di capitali“.

L’accordo di Syriza di continuare a far rispettare le misure di austerità sotto i dettami delle banche europee è la conclusione inevitabile della sua posizione di classe e dei suoi interessi sociali.

Pavlos Tzimas, un commentatore politico greco, ha commentato le ripercussioni sociali e politiche che Syriza dovrà affrontare, dicendo: Sono state fatte concessioni molto pesanti, concessioni che saranno politicamente velenose per il governo. Ci sarà un crash test per il governo sul fronte interno“.

Subito dopo la conferenza stampa il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha usato parole simili: I greci avranno certamente delle difficoltà a spiegare l’accordo al loro elettorato. Fino a che il programma non sarà completato positivamente, non se ne vedranno i benefici“.

Il ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, aveva precedentemente dato segnali che Syriza era pronta ad accettare praticamente qualsiasi cosa. Atene era andata non un chilometro oltre, ma dieci chilometri oltre nelle sue proposte per un’estensione, ha detto. Gli altri paesi dell’eurozona incontreranno la Grecia “non a metà strada, ma a un quinto della strada” per il raggiungimento di un accordo.

L’annuncio fatto venerdì ha seguito di un solo giorno l’enfatizzato rifiuto, da parte del governo tedesco, delle proposte fatte giovedì dal governo greco per un’estensione dei precedenti accordi sui prestiti stabiliti con l’UE.

In quella proposta, che era stata presentata da Varoufakis, la Grecia insisteva che il nuovo governo si impegna ad un ampio e profondo processo di riforme orientato a migliorare le prospettive di crescita e occupazione, raggiungendo la sostenibilità del debito e la stabilità finanziaria“. Coi termini più vaghi possibile sollecitava “un miglioramento dell’equità sociale e una mitigazione dei significativi costi sociali della crisi in corso“.

Appena il testo della proposta di Varoufakis è stato reso pubblico, il ministro delle finanze tedesco lo ha respinto. Peter Spiegel, che scrive per il Financial Times, ha rilevato che la Germania ha avuto particolarmente da obiettare sulla formulazione che “sembra lasciare molti punti aperti alle trattative” quando afferma che “la finalità dell’estensione di sei mesi richiesta per la durata dell’accordo” è “concordare termini finanziari e amministrativi che siano mutuamente accettabili“.

Per la classe dirigente europea non esistono “termini finanziari e amministrativi che siano mutuamente accettabili“: esiste solo la resa incondizionata.

Reuters ha pubblicato un documento che a sua detta “descrive la posizione della Germania” in risposta alla lettera di Varoufakis. Il documento sostiene che la richiesta della Grecia “apre immensi spazi di interpretazione” e “non include alcun chiaro impegno per il positivo completamento del programma attuale, ed è poco meno che un palese congelamento delle misure adottate dalla Grecia“.

Il documento dice a chiare lettere la precisa formulazione che risulterebbe accettabile. Afferma:

“Abbiamo bisogno di un chiaro e convincente impegno da parte della Grecia, che dovrebbe contenere solo tre frasi brevi e ben comprensibili: ‘Richiediamo un’estensione dell’attuale programma incorporando la flessibilità. Concorderemo con le istituzioni qualsiasi cambiamento delle misure dell’attuale memorandum d’intesa. Ci proponiamo a concludere positivamente il programma.’”

Alla fine è stato questo che Syriza ha accettato. Si è solo rifiutata di ritornare con un accordo che richiamasse esplicitamente l’imposizione dell’odiato “Memorandum d’Intesa”—l’elenco delle misure di austerità inizialmente concordate come parte dell’accordo di finanziamento. Syriza ha avuto il permesso che la “troika” fosse ribattezzata “Istituzioni” e che il “Memorandum d’Intesa” fosse rilanciato col nome di “Master Financial Assistance Facility Agreement” (MFAFA).

Ad ogni modo, il MFAFA, il nome ufficiale dell’accordo di finanziamento, include la richiesta che la Grecia si attenga alle misure sancite con il Memorandum d’Intesa, vale a dire con le misure di austerità prescritte dalle banche europee.

La miserabile resa del governo di Syriza mette a nudo la totale bancarotta politica della miriade di organizzazioni piccolo-borghesi di pseudo-sinistra di tutto il mondo, che solo poche settimane fa salutavano la vittoria elettorale di Tsipras come un evento clamoroso. Ben lungi dal denunciare il tradimento da parte di Syriza, ora questi gruppi faranno gli straordinari per tirare fuori scuse e giustificazioni. Ma ampi strati della classe lavoratrice greca vedranno l’accordo per quello che è: un atto cinico e codardo di tradimento politico.

 

Pro e Falsi Anti-Euro

Pro e Falsi Anti Euro, con un unico denominatore, debitopubblicobruttocastacorruzione.

 

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Vittorio Boschelli

Ieri per caso ho sentito una deputata o senatrice Grillina, rivendicare la bandiera Anti-Euro e sosteneva che gli Anti odierni hanno copiato da loro, che i Grillini si scoprono Anti-Euro nel 2014, mi può fare solo piacere, ma devo confessare che mentre parlava l’onorevole ho sentito un misto di sensazioni, dall’accenno di risata alla rabbia, tanto era FALSO quello che sosteneva con tanto di faccia tosta e con tanto orgoglio.

La rabbia mia è del Fronte è comprensibile, sentire una Grillina dire, che abbiamo copiato tutti da loro, noi Anti-Euro del primo minuto e non nel 2014, è dura da mandare giù, ma dopo la rabbia per la CONVENEVOLE MENZOGNA, dimostreremo come abbiamo sempre fatto dal novembre 2008 ad oggi, quando i grillini dormivano sogni tranquilli, che loro non sanno neppure cosa significhi essere Anti-Euro CREDIBILI, perchè NON LO SONO MAI STATI, E NON LO SONO ANCORA OGGI, come non lo è la LEGA del buon Salvini o FRATELLI D’ITALIA, a Sinistra inutile nominarli, moriranno con L’EURO.

Tutti questi Falsi Anti-Euro della Domenica (come scrissi qualche tempo fa), hanno in comune tre cose fondamentali che distinguono i VERI Anti-Euro con i FALSI.

  1. Il Debito Pubblico è Brutto
  2. La Colpa è Della Corruzione
  3. Meno Stato più Privato

Tutte e tre molto popolari tra l’italiano medio, vissuto a pane e Ballarò o dell’informazione di Regime (compresa la demagogia grillina), ma molto DANNOSE per il presente e per il futuro, in modo particolare per il DOPO EURO.

Per gli amanti e sostenitori del debitopubblicobruttocastacorruzione, cioè quelli che sostengono TUTTO IL PARLAMENTO e anche molti fuori, vi posto tre grafici, molto interessanti, comprensibili a chiunque, anche a chi dice che abbiamo copiato, invocando per anni TAGLI e UNO STATO CHE IN FONDO NON SERVE, considerando il DEBITO PUBBLICO UNA IATTURA e non l’unica arma che ha uno STATO SOVRANO per far ripartire L’ECONOMIA e PRODURRE RICCHEZZA e RISPARMIO per il Popolo.

Vi assicuro che tentano di copiarci, ma non sanno neppure di cosa parlano o peggio sono in COLPA MARCIA e SERVI di un SISTEMA MONDIALISTA e LIBERISTA.

Si consideri, che questi dati rapportati al PIL, danno un’idea di “falso movimento” ascendente, dato che è il denominatore PIL ad essere calato per una prolungata recessione (nonchè per un precedente gap pur esso imputabile al “vincolo esterno”), laddove, tranne che i suddetti stabilizzatori, in termini assoluti, la restante spesa corrente è stabile o diminuita persino in valori nominali.

Dati Database Ameco prelevati su Goofynomics del Prof. Bagnai che ringraziamo sempre per l’enorme lavoro, altro che grillina.

 

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Tutti gli Anti-Euro della Domenica sono a favore del superamento della Costituzione a matrice Keynesiana, per capirci quella che garantiva POLITICHE ESPANSIVE (debito pubblico) e uno STATO SOCIALE ECCELLENTE, Pensioni e Stipendi Indicizzati all’inflazione e una Giustizia Giusta, fattori che smascherano ulteriormente i Falsi Anti-Euro a differenza nostra, che sosteniamo il ripristino della Costituzione del 1948, dello Stato Sociale e Delle Politiche Espansive dello STATO SOVRANO, unico REGOLATORE, senza nessun VINCOLO ESTERNO, dove lo Stato Nazionale riconquisti il vertice della piramide e non la coda, dopo la finanza privata (banche), multinazionali e magistratura.

Naturalmente non parliamo della maggioranza parlamentare che non accenna neppure la parola Euro, contrari convinti della spesa pubblica associata alla corruzione e inefficienza, come mali assoluti, quelli che l’erba del vicino è sempre più verde.

Riassumendo, chi si arroga oggi la falsa primogenitura dell’Anti-Euro (e chi ci segue da anni l’ho sa), in realtà ci fa sorridere, per la faccia tosta e per l’inconsistenza, ma la cosa che ci irrita di più è la menzogna mediatica, l’ipocrisia, la subdola convenienza politica, questi signori, vivono, diffondono e hanno fatto la loro fortuna politica sull’idea centrale che la spesa pubblica sia eccessiva, causa dell’alta pressione fiscale, e quindi da ridurre a prescindere dalla realtà dei fatti, dagli effetti di ciò sulla crescita e dalla stessa valuta corrente sul territorio italiano, quindi sono molto lontani da noi Anti-Euro ancora oggi anni luce, altro che l’onorevole Grillina afferma e il giornalista di TGCOM annuisce, “tutti sono diventati anti-euro, perchè ci copiano”.

Cara Grillina, avete avuto solo fortuna e come tutti avete permesso al SISTEMA di guadagnare tempo prezioso (per una bella legge elettorale e una bella patrimoniale), essendo parte di esso, nonostante avevate FORZA e MEZZI, con tutto l’impegno e con un pizzico di presunzione, da noi hanno copiato e copiano ancora oggi in molti, compresa lei FALSA ANTI-EURO, ci faremo due amare “risate” nel DOPO EURO (non ci vorrà molto ci penseranno i Tedeschi o i Francesi, non certo noi Italiani), se lei sarà L’Anti-Euro, oppure altri in parlamento come lei, il Popolo Italiano capirà a sue spese, peccato che anche io e noi, siamo parte di quel popolo.

 

 

 

 

La Fine Del Capitalismo Crescente

Ecco la fine della crescita e del capitalismo mondialista

 

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di Vittorio Boschelli

Ho trovato un articolo di Mauro Bonaiuti, che senza dubbio merita di essere letto con una certa attenzione… Ritengo il contenuto di questo articolo di notevole interesse per tutti… anche per chi non condivide. Il fatto inconfutabile che ritengo importante è che il Liberismo Mondialista del “Capitalismo Casinò” è finito… la macchina si è inceppata perchè il mero profitto che cresce all’infinito non è possibile, senza distruggere L’UOMO e L’AMBIENTE che lo circonda, annullare interi popoli, rendendoli schiavi del lavoro e consumatori voraci di tutto ciò che è divenuto la miseria della sopravvivenza… Tutto ciò ha annullato la Dignità e la Libertà dell’Essere Umano, fino al crollo totale ed assoluto dei valori , sino alla perdita della pace interiore… portando l’uomo ad essere IMPRODUTTIVO, MALATO e senza CERTEZZE, incapace di avere stimoli per VIVERE il presente in funzione e prospettiva del futuro. L’UOMO è solo un numero… un essere senza anoma… deprivato dello spirito… non rappresenta più il principio cardine di una società organica… avendo perduto definitivamente la sua natura di “Animale Sociale” lasciando il posto in modo passivo ad egoismi e avidità personali che hanno distrutto il primo anello di una società sana, la FAMIGLIA, colpendo e falcidiando tutto intorno ad esso… l’istruzione, l’ambiente e la dignità…

L’essere umano è stato così profondamente trasformato e mutato che altro non è, in questa attualità degenerata che uno SCHIAVO della SOPRAVVIVENZA assoggettato al SISTEMA. Solo ristabilendo i Valori TRADIZIONALI un Popolo Consapevole e Libero POTREBBE trovare la strada che conduce ad una RISTABILITA SCALA di VALORI, ove, finalmente, il denaro occuperà il posto che gli spetta… NON PRIMARIO ma semplicemente con un fine di SCOPO… Liberandoci dal DIO DENARO potremo al fine riscoprire quei valori essenziali della vita che ci permetteranno di VIVERE SERENI e LIBERI, non ossessionati e vittime del Tempo, ma PADRONI del Tempo e delle nostre VITE.

 

 
Mauro Bonaiuti
Il fatto

Il 14 novembre scorso – davanti alla platea degli esperti del Fondo Monetario Internazionale, riunito per la sua 14 riunione annuale, – Larry Summers, uno dei più scaltri e influenti economisti americani, ex Segretario del Tesoro, ha pronunciato un discorso per molti versi eccezionale in cui, per la prima volta in contesto ufficiale, si è parlato esplicitamente di “stagnazione secolare” o come qualcuno l’ha ribattezzata di “Grande stagnazione”: a cinque anni dalla Grande Recessione – dice Summers – nonostante il panico si sia dissolto e i mercati finanziari abbiano ripreso a salire, non c’è alcuna evidenza di una ripresa della crescita in Occidente. Il discorso di Summers è stato ripreso da varie testate economiche (Financial Times, Forbs, e in Italia da Micromega e la Repubblica) oltre che dal premio Nobel Paul Krugman, che già da qualche tempo andava sostenendo tesi assai simili dal suo blog sul New York Times.

 

Nonostante il discorso di Summers e la conferma di Krugman abbiano ovviamente provocato molte reazioni, le loro affermazioni non hanno ricevuto sostanziali smentite, soprattutto da parte dei responsabili delle istituzioni economiche americane e occidentali. Insomma, la notizia è ufficiale: l’età della crescita potrebbe essere davvero finita e parlarne non è più eresia. Come ex-eretico, dunque, sento l’urgenza di intervenire su un tema che avevo anticipato nel mio ultimo libro La grande transizione seppure partendo da premesse molto diverse da quelle di Summers e Krugman.

 

L’analisi del problema

 

Chiariamo per cominciare come Summers e Krugman giungono alle loro conclusioni. Va detto innanzitutto che, nonostante qualche cenno al rallentamento dell’innovazione e della crescita demografica, le ragioni profonde del declino delle economie occidentali avanzate restano sullo sfondo. Il punto di partenza di Summers è pragmatico. Poichè i flussi finanziari rappresentano ormai le interconnessioni indispensabili al funzionamento del sistema economico, il collasso della finanza del 2007 ha comportato una sostanziale paralisi del sistema. È un po come se, argomenta Summers, in un sistema urbano venisse d’improvviso a mancare l’80% della corrente elettrica. Tutte le attività ne risulterebbero paralizzate. Quando tuttavia la corrente elettrica viene ripristinata, ci si aspetterebbe un ripresa dell’attività economica su livelli maggiori di quelli anteriori alla crisi: questa ripresa non c’è stata. Come si spiega questa ripresa deludente? Secondo Summers e Krugman, le trasformazioni strutturali del sistema hanno portato il tasso di interesse naturale, cioè il tasso che mantiene in equilibrio i mercati finanziari e garantisce condizioni prossime alla piena occupazione, a divenire stabilmente negativo. Per quanto incredibile possa sembrare, i due grandi economisti ci stanno dicendo che, per convincere le imprese ad investire in misura sufficiente da garantire la piena occupazione, bisognerà non solo offrire loro denaro a costo zero, ma addirittura far sì che possano renderne meno di quanto è stato prestato.

 

In altre parole, dunque, Summers e Krugman ci stanno dicendo che le condizioni strutturali del sistema economico sono tali per cui le imprese si aspettano mediamente che il valore di ciò che viene prodotto e venduto sia inferiore al costo di produzione (una volta dedotto una sorta di profitto normale). Naturalmente questo potrebbe sembrare un problema innanzitutto delle imprese, se non fosse che viviamo ormai in una “società di mercato” e dunque i redditi nelle loro diverse forme, e con essi la nostra vita materiale in quasi ogni sua forma, dipendono ormai interamente dalla possibilità che la macchina economica continui a funzionare.

 

La tentazione tecnocratica

 

Anche il non economista potrà a questo punto intuire che qualcosa di potenzialmente molto pericoloso si intravede in questa rappresentazione del prossimo futuro. La possibilità di realizzare investimenti profittevoli è infatti la molla fondamentale dell’attività capitalistica e dire che per convincere gli imprenditori ad investire sarà necessario offrire loro tassi di interesse negativi, sostenendo inoltre che questo non è uno spiacevole e temporaneo inconveniente ma “un inibitore sistemico dell’attività economica”, significa riconoscere implicitamente che il capitalismo è ormai un sistema entrato nel reparto geriatrico e che per mantenerlo attivo è necessario offrirgli dosi di droga finanziaria almeno costanti (ma di fatto crescenti).

 

Su questo ultimo punto Krugman è esplicito: “Ora sappiamo che l’espansione del 2003-2007 era sostenuta da una bolla speculativa. Lo stesso si può dire della crescita della fine degli anni ’90 (legata alla bolla della new-economy). Nello stesso modo anche la crescita degli ultimi anni dell’Amministrazione Reagan fu guidata da una ampia bolla nel mercato immobiliare privato”. La conclusione è chiara: “no buble no growth” cioè senza speculazione finanziaria non c’è più crescita, e lo stesso Summers avverte che i provvedimenti presi per regolamentare i mercati finanziari potrebbero essere controproduttivi, rendendo ancora più alti i costi di finanziamento per le imprese.

 

Naturalmente Krugman e Summers si guardano bene dal trarre conclusioni pessimistiche sulla salute di lungo termine del capitalismo, come evitano con cura di allargare l’analisi sulle cause del malessere economico fino a comprendere tutti quei costi sociali ed ambientali che non rientrano nel calcolo degli indicatori economici tradizionali.
Tuttavia, anche limitando l’analisi a questi aspetti economici, lo scenario presentato è estremante serio e foriero di conseguenze. Questo quadro si chiarisce ulteriormente analizzando le proposte di intervento pensate dai due economisti, che indicano come sarebbe concretamente possibile rianimare un’economia nelle nuove condizioni di tasso di interesse naturale stabilmente negativo.

 

La prima proposta suona come una revisione in salsa tecnocratica dei tradizionali incentivi keynesianialla spesa. Secondo Krugman si potrebbe decidere, ad esempio, di dotare tutti gli impiegati di Google Glass (una sorta di occhiale multimediale) e altri strumenti che consentono di essere perennemente connessi ad internet. Anche se poi ci si accorgesse che si tratta di una spesa inutile, questa decisione politica sarebbe comunque positiva in quanto costringerebbe le imprese ad investire… Ovviamente sarebbero preferibili spese “produttive”, ma nello scenario attuale non si può andare tanto per il sottile: anche spese improduttive sono meglio di niente.

 

Ma questo evidentemente non può bastare. Di fronte a un tasso di interesse naturale stabilmente negativo occorre spingersi oltre. Per Krugman un modo ci sarebbe: “si potrebbe ricostruire l’intero sistema monetario, eliminare la cartamoneta e pagare tassi di interesse negativi sui depositi.” Traducendo per i non economisti questo significherebbe niente meno che togliere la possibilità ai cittadini di comprare e vendere attraverso la moneta cartacea (che per definizione non costa nulla) e rendere forzose la transazioni con carta di credito, appoggiata necessariamente su conti correnti sui quali sarebbe tecnicamente possibile un prelievo forzoso di alcuni punti percentuali l’anno. In questo modo si costringerebbe la gente a spendere di più (la ricchezza infatti si deprezza restando immobilizzata su un conto in cui si paga un interesse invece di riceverlo) consentendo inoltre di allettare, con il ricavato, le imprese recalcitranti ad effettuare nuovi investimenti. Un’altra soluzione proposta prevede di alimentare un tasso di inflazione crescente che porterebbe agli stessi risultati, riducendo progressivamente il potere di acquisto dei cittadini in modo ancora più subdolo e surrettizio.

 

Se queste sono le idee che sorgono alla “coscienza di un liberale” (per riprendere il titolo della rubrica di Krugman) per far fronte all’incapacità ormai cronica del capitalismo di crescere, non è difficile immaginare cosa, a partire dalla stessa lettura della realtà, potrebbe venire in mente a chi, per tradizione, ha sempre auspicato risposte tecnocratiche e autoritarie alle crisi del capitalismo. E’ evidente che, una volta imbracciata questa logica, tutto si giustifica, e anche le normali libertà, come quella di decidere come e dove impiegare i propri risparmi, divengono sacrificabili sull’altare di qualche punto percentuale di PIL. La prospettiva è chiara: tutti, volenti o nolenti, credendoci o meno, si dovrà partecipare al nutrimento forzoso – per via finanziaria – della macchina capitalista.

 

Quanto detto è sufficiente a capire su quale sentiero si potrebbe incamminare il “riformismo neo-keynesiano” (con l’appoggio degli ex neoliberisti alla Summers) nell’era dei rendimenti decrescenti. Il tutto è tanto più serio in quanto ci troviamo di fronte non ad una crisi congiunturale, per quanto grave, ma ad un processo di rallentamento strutturale e, sopratutto, progressivo. E qui veniamo al secondo punto fondamentale.

 

Rendimenti decrescenti e l’impossibile ritorno al passato

 

Anche se si decidesse che il funzionamento della macchina economica è l’interesse supremo cui tutto è sacrificabile, dove ci porterebbe questa scelta? Cosa dire della base materiale ed energetica su cui fondare il rilancio della crescita? Su questo naturalmente i due economisti non spendono una sola parola. Perché è evidente che per quanto affidato alla finanza, un ritorno della crescita significa nuove risorse naturali da utilizzare, prodotti da vendere per poi gettare rapidamente, tutto per tenere in movimento – da una bolla speculativa all’altra – la macchina economica globale.

 

Qui si evidenzia la differenza incolmabile tra il keynesismo terminale di Krugman e il rilancio del sistema industriale immaginato, (peraltro con ben altre finalità) negli anni Trenta da Keynes. Quello che gli economisti tardo keynesiani sembrano non capire è quanto il contesto sia completamente mutato rispetto all’età della crescita: dove possiamo oggi costruire case o infrastrutture per rilanciare occupazione e consumi, dove trovare nuove risorse energetiche e materie prime a buon mercato, come creare nuovi consumatori offrendo loro modelli di vita capaci di trasformare in pochi anni intere società?

 

Se, come credo, le economie capitalistiche avanzate sono entrate già da quaranta anni in una fase di rendimenti decrescenti questo non dipende solo dalla riduzione nella produttività degli investimenti delle multinazionali. Siamo di fronte ad un fenomeno di ben più vasta portata che comprende la riduzione della produttività dell’energia (EROEI), dell’estrazione mineraria, dell’innovazione, delle rese agricole, dell’efficienza dell’attività della pubblica amministrazione (sanità, ricerca, istruzione), oltre che di una sostanziale riduzione della produttività legata al passaggio da un’economia industriale a una fondata sostanzialmente sui servizi. E sopratutto, cosa che manca completamente nell’analisi di Summers e Krugman, si tratta di un fenomeno evolutivo e dunque incrementale.

 

I rendimenti decrescenti, inoltre, non comportano solo una riduzione dei rendimenti dell’attività economica quanto, piuttosto, un generale aumento del malessere sociale, e questo a causa dell’aumento di svariati costi, di natura sociale ed ambientale, legati sopratutto alla crescente complessità della megamacchina tecnoeconomica, che ricadono come “esternalità” sulle famiglie e sulle comunità e che non rientrano nel calcolo degli indici economici. Occorrerà dunque ragionare in termini ben più ampi, non solo in termini di PIL, ma della capacità delle politiche di generare benessere e occupazione stabili (e in condizioni di sostenibilità ecologica e non solo economica).

 

In conclusione, benché sia un fatto di per sé eccezionale che i sostenitori dello status quo (sia di ispirazione neoliberista che keynesiana) siano disposti ad ammettere, pragmaticamente, la “fine della crescita”, questi non sono disposti a riconoscere che le loro proposte per tenere in vita il sistema sono ormai entrate in rotta di collisione con la libertà democratica (oltre che, da tempo, con la sostenibilità ecologica). Insomma dove il capitalismo è una cosa seria, come negli Stati Uniti, si riconoscere pragmaticamente il problema, e ci si attrezza per affrontarlo. Credo tuttavia che il problema dovrebbe cominciare ad interessare anche quelli che, nella vecchia Europa come in Italia (e sono moltissimi, a sinistra, ma anche nelle reti e nell’associazionismo di base) credono ancora alla possibilità di un capitalismo addomesticato, ad un modello di “mercato regolato” che dovrebbe produrre insieme occupazione, giustizia sociale e sostenibilità ambientale.

 

Dal nostro punto di vista il passaggio non traumatico dalla “grande stagnazione” ad una società sostenibile richiede un ripensamento ben più profondo e radicale dei valori e delle regole di funzionamento della nostra società, una “grande transizione” che si lasci alle spalle questo modello economico e i problemi – sociali, ecologici, economici – creati dall’ineliminabile dipendenza del capitalismo dalla crescita.

Piccola Lezione Dal Giappone

La “sorpresa dei salari” che arriva dal Giappone, piccola lezione di economia per gli eurodrogati.

 

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Vittorio Boschelli

Quello che è ERESIA per i nostri Capitalisti del Casinò e dei Nostri Politicanti Eurodipendenti, per il primo ministro del Giappone Abe è normalità, roba che si studia al primo semestre di Economia, (non di economia) senza essere dei Luminari.

La Sig. Maria Cristina………ci scrive sulla pagina facebook, commentando un nostro articolo precedente (senza essere economista) questo: “Io comunque non ci ho capito niente so solo che prima guadagnavo 2 milioni di lire e ero una signora e a fine mese mettevo da parte anche i soldi ora guadagno 700 euro e non arrivo nemmeno a fine settimane”

La Signora Maria Cristina, dice di non aver capito nulla ma ha capito tutto, la differenza tra Lei e i nostri Politicanti Bocconiani, non è la cultura ma è L’ONESTA’ e la LIBERTA’, lei è Libera, loro NO…Quindi sono “costretti” a dimostrare di non aver capito.

La Libertà NON HA PREZZO e NON SI COMPRA…quindi è più ricca Maria Cristina di tanti nostri economisti e politicanti da 40 denari….è pur vero che non si mangia con la Libertà…oggi…domani non si sa…!

In Italia e in Europa si SVALUTANO I SALARI per essere “competitivi” (poi un giorno ci spiegheranno perchè dovremmo competere e con chi), in Giappone si SVALUTA LA MONETA e si AUMENTANO i SALARI…queste si possono chiamare RIFORME STRUTTURALI senza bestemmiare…sono pazzi loro o noi?

Vi lascio al primo ministro del Giappone che AUMENTA I SALARI…!

L’anno 2013 ha visto l’economia giapponese voltare pagina dopo due decenni di stagnazione. E il futuro diventerà ancora più luminoso con l’arrivo di quella che abbiamo chiamato la “sorpresa dei salari”.
Dallo scorso settembre c’è stato un intenso dibattito  tra il governo giapponese, le imprese e i leader sindacali, volto a rimettere in moto un circolo virtuoso nel quale salari più alti potessero portare ad una crescita più robusta. Ho preso parte a due dei quattro incontri tenuti finora, unendomi al nostro ministro delle finanze, al ministro dell’economia e al ministro del lavoro, così come ai leader dell’industria e dei sindacati come Akio Toyoda, il capo di Toyota Motors, e Nobuaki Koga, che dirige la confederazione dei sindacati giapponesi. Ogni volta, sono uscito dagli incontri con un senso di fiducia e di nuovo vigore.Ammettiamolo. La pressione deflazionistica in Giappone – e solo in Giappone – si è protratta per ben oltre un decennio. All’inizio del mio mandato, ho lanciato quella che gli osservatori hanno chiamato “Abenomics”, perché solo nel mio paese il livello dei salari nominali era rimasto in territorio negativo per un periodo di tempo incredibilmente lungo.

 

Sono rimasto allibito quando ho visto le statistiche per la prima volta: in Giappone il livello degli stipendi dal 2000  era calato   a un tasso medio annuo dello 0,8%, rispetto alla crescita media del salario nominale del 3,3% negli Stati Uniti e nel Regno Unito e del 2,8% in Francia. Nel 1997, i salariati in Giappone ricevevano un totale lordo di 279 trilioni di Yen; nel 2012 il totale era sceso a 244,7 trilioni di Yen.

 

In altre parole, i salariati giapponesi hanno perso 34,3 trilioni di Yen nel corso dell’ultimo decennio e mezzo – più del PIL annuale della Danimarca, della Malesia o di Singapore. Solo quando questa tendenza sarà invertita l’economia del Giappone potrà riprendere un percorso di crescita di lungo termine.
Nel frattempo, le aziende del Giappone non sono più sotto capitalizzate. Io stesso ricordo quanto fosse basso il rapporto di capitale proprio per le società giapponesi 15 anni fa – al di sotto del 20%, rispetto ad oltre il 30% in Europa e negli Stati Uniti. Di conseguenza, dicevano gli economisti, il comportamento delle aziende giapponese veniva caratterizzato da un sovra-indebitamento.
Oggi non è più così. Grazie alla costante impennata della redditività aziendale e il forte processo di riduzione dell’indebitamento delle società durante l’ultimo decennio e mezzo, l’indebitamento è sceso sensibilmente. In termini di rapporto di capitale proprio, le aziende giapponesi sono ora alla pari di quelle europee e statunitensi.
L’Abenomics, lo dico con orgoglio, ha avuto successo in un senso ancora più importante: abbiamo “riavviato” la psiche collettiva del Giappone. Sin dal primo anno del mio mandato, la sensazione di rassegnazione ha lasciato il posto a un senso di infinite possibilità – un cambiamento per tanti simboleggiato dall’offerta vincente di Tokyo come sede delle Olimpiadi e Paraolimpiadi del 2020. Di conseguenza, molti investitori di Wall Street hanno scommesso su questa nuova visione puntando al rialzo sul Giappone.
Questo è ciò che le prime due “frecce ” dell’Abenomics – un’audace politica monetaria e una politica fiscale flessibile – hanno ottenuto finora. Che dire della terza freccia, un insieme di politiche volte a promuovere gli investimenti privati, in modo che la crescita della produttività sostenga una ripresa del Giappone a lungo termine?
Alcuni dicono che, a differenza delle prime due frecce, la terza è difficile da individuare. Non posso contraddirli: per definizione, le riforme strutturali richiedono più tempo rispetto ai cambiamenti nella politica monetaria e fiscale. Molte richiederanno un intervento legislativo, su cui i miei colleghi della Dieta hanno trascorso gran parte del loro tempo negli ultimi mesi. Durante questo processo, con i suoi dibattiti apparentemente infiniti e contorti, gli osservatori non dovrebbero fermarsi a guardare gli alberi e perdere di vista la foresta.

 

Dalla partecipazione ai negoziati per l’accordo commerciale Trans-Pacifico (TPP) all’introduzione di zone appositamente deregolamentate (il mio ufficio personale supervisionerà la loro attuazione), il mio governo si è impegnato a catalizzare la ripresa economica con tutti i mezzi disponibili. In questo contesto, la “sorpresa dei salari” fa la differenza, perché solo quando la connessione mancante tra i salari e la redditività aziendale sarà ripristinata, finalmente gli investimenti in case, in automobili e altri beni durevoli e i consumi delle famiglie in generale, libereranno il Giappone dalla deflazione, e metteranno la sua economia su un percorso di crescita sostenuta.

 

La “sorpresa dei salari” trae ispirazione dall’Olanda, dove nei primi anni ottanta è emerso un consenso  sul fatto che, al fine di sostenere l’occupazione, l’onere di domare l’inflazione galoppante doveva essere condiviso tra datori di lavoro e lavoratori. Questo accordo è stato sancito nel 1982  come “accordo di Wassenaar”, dal nome dal sobborgo dell’Aia dove è stato siglato.
Il Giappone sta assistendo alla nascita di un simile accordo nazionale, o meglio, dell’accordo olandese in senso inverso: l’idea condivisa che il governo, le grandi industrie e i lavoratori dovrebbero collaborare per aumentare salari e bonus (facilitando gli incentivi che potrebbero migliorare la produttività).
Inutile dire che i livelli salariali dovrebbero essere determinati esclusivamente dal management e dai lavoratori. Ma è altrettanto vero che l’accordo che sta emergendo tra il governo, gli imprenditori e i sindacati ha già ha portato un numero crescente di imprese a promettere stipendi e bonus significativamente più alti.
Questa è la sostanza della “sorpresa dei salari”. Sarà un fenomeno interamente nuovo, uno che, insieme con il massiccio stimolo fiscale di 5 trilioni di Yen, più che compenserà il potenziale effetto negativo di un aumento dell’IVA. Ancor più importante, esso continuerà a tenere l’economia del Giappone su una percorso di crescita sostenibile. Di questo sono certo.