Bollettino Di Guerra Numero 9

Bollettino di guerra numero 9 e l’indifferenza di una parte del popolo italiano

 

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di Vittorio Boschelli

Nonostante le pagliacciate di Ri-Presa di Renzi che vi propinano a reti unificate, l’economia reale italiana e la salute dell’unione europea in genere è tutt’altro che rosea.

Anzi se c’è tanto ottimismo, la storia recente insegna che ci saranno presto tante botte a orbi…tutto proporzionale, l’illusione intensificatasi null’ultimo periodo, serve proprio a farvi digerire meglio le botte, a dimostrazione (secondo loro) che servono per il vostro bene e quello dell’italia.

Nuovi tagli pubblici e di salario, privatizzazioni (compreso sanità e pensioni) e tasse, intanto la gente piomba nella povertà assoluta, si suicida, si ammala di depressione, le aziende chiudono e licenziano, vengono acquistate a prezzo di saldo dalle multinazionali per poi assumere con contratti precari e svalutati con i dovuti licenziamenti da portare al successivo consiglio di amministrazione, come premio, tutto facente parte del piano eurista e mondialista sulla vostra pelle, che molti italioti ancora si ostinano a non capire, per tanti ragioni ideologiche e di lavaggio mediatico verso la disinformazione di massa e la sua ipnosi collettiva.

Avere fiducia in questi politicanti e in una moneta unica nonostante non esista un paper di un qualsiasi economista in tutto il mondo a favore di tale tesi (vi sfido a trovarne uno), è da inutili idioti, servi del sistema mondialista e vittime della propaganda questo lo diciamo senza giri di parole, come abbiamo sempre fatto, risultando anche antipatici, ma dobbiamo indurre a documentarvi e solo facendovi sentire in colpa possiamo riuscirci, poi odiateci lo stesso ce ne faremo una ragione.

Non è più il tempo di usare il fioretto del politichese o peggio dell’indifferenza c’è bisogno della sciabola, con noi o contro di noi, che poi equivale ad essere contro voi stessi.

La guerra è già iniziata da anni ma nessuno vi ha avvisato….il lavoro “sporco” qualcuno deve pur farlo.

 

Senza casa e lavoro, coppia coniugi dorme in auto sotto il Comune di Ortona

Sono Stefano Franzese e Anna Maria Damiani, marito e moglie di origine napoletana, che si erano trasferiti ad Ortona avendovi trovato un lavoro. A 60 e 58 anni avevano deciso di cambiare vita e in Abruzzo oltre all’impiego (lui da operaio, lei da badante) avevano trovato anche un tetto. Tutto per loro è svanito quando entrambi hanno perso il lavoro da una ditta privata, e si sono trovati con un pugno di mosche in mano, ad una età difficile per trovare una nuova collocazione occupazionale, in una città -Ortona- che negli ultimi anni ha perso centinaia di posti di lavoro per la chiusura di tantissime aziende. Dallo scorso giugno vivono in un’auto, che hanno parcheggiato sotto il portone del palazzo comunale, avendo chiesto invano un sostegno agli amministratori. A loro è stata assicurata almeno la certezza dei pasti alla mensa del ristoro degli Angeli, ma è soprattutto un tetto, con la stagione fredda in arrivo, quello che manca, o meglio la possibilità di pagare un affitto: “la voglia di lavorare non ci manca”, ribadiscono, “dateci una occasione”.

Fonte rete8.it

 

Bagni di Lucca: Alce, scade cassa integrazione. In arrivo 39 licenziamenti

Si chiuderà proprio in questi giorni, con l’invio delle lettere di licenziamento, il caso dei dipendenti Alce. Essendo in scadenza, infatti, il rinnovo della cassa integrazione e vista, soprattutto, l’assenza di un progetto industriale necessario a riassorbire gli operai rimasti senza lavoro l’epilogo a detta di molti non poteva che essere questo.
L’azienda, specializzata nella produzione di tannino con annesso comparto cartiera, aveva cessato la propria attività nel 2009; da allora era stato avviato l’iter per la realizzazione di un impianto a biomasse che però non è mai giunto a compimento. Un vicenda, quella della centrale, che aveva generato decine di assemblee popolari passando per le aule di tribunale (dopo i ricorsi intentati dai Comitati Ambiente e Salute), coinvolgendo a più riprese i consigli comunali di Bagni di Lucca e Borgo a Mozzano, originando incontri sindacali, tavoli istituzionali, meeting con i rappresentanti delle aziende coinvolte (oltre ad Alce, Biomasse del Serchio Srl, Futuris Spa e Terra uomini ambiente). Una vicenda, partita dopo il rilascio dell’autorizzazione unica da parte di palazzo Ducale, che aveva chiamato ad esprimersi l’Agenzia regionale per la protezione ambientale, l’Ordine dei medici di Lucca, l’Isde e tanti tra esperti e tecnici come Federico Valerio, Marco Stevanin, Annibale Biggeri, Rossano Ercolini, Paul Connett, Stefano Montanari, Alfredo Scipioni. Una vicenda che sembra essere arrivata davvero al capolinea.
«Oggi cessa la cassa integrazione biennale – spiega il sindacato – e di conseguenza domani i 39 lavoratori rimasti saranno licenziati. Un altro segmento industriale scomparirà da Bagni di Lucca».
Operai e sigle sindacali, riuniti martedì in assemblea, non hanno potuto far altro che prendere atto dello stato attuale delle cose: dopo l’arrivo delle lettere di congedo per quasi 40 ex dipendenti (degli oltre 110 originari) inizierà il periodo di mobilità. Nessuna riconversione industriale insomma, nessuna possibilità di reimpiego anche se dopo il ritiro degli investitori e l’abbandono del progetto dell’inceneritore le ipotesi di riutilizzo del sito erano state diverse: durante gli ultimi incontri avvenuti in provincia, infatti, Maurizio Varraud
(legale rappresentante di Alce) aveva paventato l’idea di riprendere la produzione del tannino ed aveva messo a disposizione alcuni terreni dell’azienda per eventuali attività alternative come la fabbricazione di legno edile. Possibilità poi non concretizzatesi.

Fonte iltirreno

 

Reggio Calabria: Atam, trattativa saltata, si va verso 21 licenziamenti

Tre giorni di trattative ma il punto d’incontro ancora non c’è. Il buon senso imporrebbe una smussatura degli spigoli: in palio c’è il futuro di 21 lavoratori e la salvezza dell’Atam dal rischio default. Sindacati e azienda seduti attorno allo stesso tavolo cercano la quadratura del cerchio, che però non arriva. Il traguardo da raggiungere è quello di arrivare ad una pianta organica snella, 290 unità lavorative. E bisogna arrivarci in fretta perché mercoledì è fissata l’udienza al Tribunale fallimentare. Ma le posizioni restano ancora distanti. L’Azienda deve rispettare il piano di risanamento presentato in Procura, intende adempiere agli impegni assunti in Tribunale, impegni che consentiranno ad Atam di camminare sulle proprie gambe, di avere un futuro solido. Giorni di febbrile trattativa si stanno vivendo in Azienda dove i tempi sono scanditi dagli incontri, in cui le sigle sindacali cercano di trovare la soluzione affinché nessuno rimanga senza stipendio e senza lavoro. Fino a notte si è discusso anche ieri ma il punto d’incontro non è arrivato e se non devesse maturare entro lunedì si dovrà per forza di cose procedere ai licenziamenti. Un passaggio che si è cercato di scongiurare ma al momento senza successo. Per ridurre la pianta organica l’Azienda pare abbia pensato innanzi tutto ad accompagnare al traguardo della pensione i dipendenti più vicini per età anagrafica e anzianità di servizio. Ma questa operazione non basta per raggiungere l’obiettivo così si stanno passando al vaglio tutti gli strumenti utili capaci (il contratto di solidarietà a percentuali basse) di traghettare l’Azienda verso porti sicuri. L’istanza di fallimento avanzata dalla Procura non lascia molte alternative. Il percorso di risanamento imposto dalla Procura è passato da diversi step, che hanno fatto emergere il grado di credibilità del management aziendale. Tutte le “caselle” stanno andando al loro posto. Ieri mattina l’amministratore unico dell’Azienda, Antonino Gatto è stato a Catanzaro per verificare l’iter della transazione, la bozza dell’atto è quasi pronta, c’è solo da limare qualche dettaglio. E anche al Comune si sta lavorando per ultimare la documentazione rispetto al conferimento degli immobili con cui l’Ente proprietario dell’Azienda provvede alla ricapitalizzazione di un capitale che era stato eroso nel corso degli anni dai ritardi degli enti locali e da scelte che si sono rivelate fallimentari per l’Azienda di trasporto pubblico. Le perizie delle strutture del Botteghelle e via Foro Boario sono quasi ultimate. Adesso serve un ultimo sforzo per evitare i licenziamenti e salvare l’Azienda.

Eleonora Delfino

Fonte gazzettadelsud

 

Roma: Basf scattano i licenziamenti, 60 famiglie in mezzo ad una strada

Una sessantina di persone prossime al licenziamento. La riorganizzazione aziendale annunciata nelle scorse settimane dalla Basf si trasformerà a breve in “dramma sociale” per alcuni dei lavoratori dell’impianto di via di Salone. Una situazione annunciata nel corso di un’intervista a RomaToday da Roberto Spaggiari, direttore della Divisione Catalizzatori. Di fatto è stato proprio il nostro giornale la fonte da cui i dipendenti hanno appreso la notizia. Ed ora i sindacati provano a reagire e soprattutto a chiedere risposte. E’ la Femca Cisl la prima sigla a muoversi. Lo farà domani con uno sciopero che porterà i lavoratori in piazza, proprio sotto lo stabilimento chimico tra Settecamini e Ponte di Nona. Sono durissime le parole usate da Giuseppe Mandato, segretario generale della Femca Cisl di Roma: “Come si può decidere 60 licenziamenti, mettendo 60 famiglie in mezzo ad una strada, e comunicarlo con leggerezza e soavità in una intervista rilasciata ad un giornale? Noi siamo sconvolti ed esterrefatti, così siamo nel Far West non nella Capitale d’Italia”.
“Purtroppo, contrariamente a quanto deciso fino ad oggi con le Organizzazioni Sindacali e con i suoi dipendenti”, spiegano dal sindacato, “la Basf ha dichiarato la soppressione di 60 posti di lavoro per effetto della chiusura di 3 reparti di produzione, conseguente alla decisione di delocalizzare alcune linee produttive. Una decisione gravissima che noi sindacati abbiamo appreso dalle dichiarazioni rilasciate alla stampa dalla direzione aziendale e che scaturisce da mere motivazioni economiche e di business, non tenendo in alcun conto il dramma che questo significa per le 60 famiglie coinvolte dal licenziamento”.

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Pomezia, 56 licenziamenti e 95 cassaintegrati alla Ica Foods-Crik Crok

Nella tarda serata di ieri si è conclusa la procedura per 56 licenziamenti della Ica Foods International Srl, società cessionaria neo costituita dalla cedente Ica Foods Spa, proprietaria del noto stabilimento di produzione delle patatine a marchio Crik Crok.
“Come è noto – ha dichiarato il Segretario Generale della Flai Cgil Roma Sud Pomezia Castelli, Gianfranco Moranti – la Ica Foods Spa ha chiesto un concordato preventivo presso il tribunale fallimentare di Velletri affittando beni, impianti e dipendenti alla neo Srl per 3 anni. Ci sono stati 75 giorni di intense trattative, svoltesi in Regione Lazio e presso il Ministero dello Sviluppo economico, volte a trovare soluzioni che garantissero la prosecuzione dell’attività produttiva e il mantenimento dell’occupazione. Dopo un lungo braccio di ferro tra proprietà e Sindacati che aveva visto anche uno sciopero nel luglio scorso, si è siglato l’accordo sindacale in Regione Lazio che scongiura almeno per un anno i licenziamenti”.
“Infatti – prosegue Moranti – potranno accedere alla mobilità solamente coloro che non si opporranno, cioè i cosiddetti “volontari”, e non ci saranno licenziamenti unilaterali da parte dell’azienda. In quest’anno si impiegherà la Cassa Integrazione che vedrà coinvolti 95 dipendenti, 10 tra gli impiegati e 85 nell’area produttiva/magazzini. Purtroppo tra gli impiegati ci sono degli esuberi strutturali, perché la nuova organizzazione aziendale prevede la soppressione di alcune loro figure/mansioni. Abbiamo strappato all’azienda l’impegno di ricollocare tali figure in produzione. La società si è impegnata nel contempo a predisporre un piano di risanamento volto al riequilibrio dei fattori produttivi ed a un riposizionamento strategico sul mercato attraverso una intensificazione della politica commerciale diretta alla acquisizione di nuove commesse in particolare nei mercati esteri”.
“Sarà un anno difficile, di sacrifici per tutte le maestranze, -conclude il Segretario della Flai – nella speranza che il Tribunale di Velletri conceda il concordato in continuità alla Ica Foods Spa”.

Fonte ilcorrieredellacitta

 

Licenziamenti al Cara di Mineo, dimezzati i 390 lavoratori

Licenziamenti al Cara di Mineo. La direzione del centro richiedenti asilo piu’ grande d’Europa fa sapere che partiranno sin da domani le prime cinquanta lettere che riguardano il piano di preavviso di esubero per operatori di base del Centro di accoglienza richiedenti asilo di Mineo con l’obiettivo finale di ridurre del 50% gli attuali 390 lavoratori. “I migranti presenti nella struttura – spiega il direttore del Cara, Sebastiano Maccarrone – sono diminuiti della meta’: passando da 4.000 a 2.000, numero che continuera’ a scendere. Non possiamo mantenere gli stessi dipendenti per il doppio degli ospiti, dobbiamo purtroppo agire”.

Fonte cataniatoday

 

Maglie: Cercava da tempo un lavoro, 32enne si impicca nel bagno di casa

Probabilmente il suo problema più grande era il lavoro che non riusciva a trovare. Faceva infatti piccoli lavori saltuari il giovane 32enne che è stato trovato impiccato, nel bagno di casa, questa mattina a Maglie. A fare la tragica scoperta sono stati i familiari con i quali il giovane abitava alla periferia della città. Il ragazzo, che faceva l’operaio, era in cerca di un’occupazione più regolare. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e i vigili del fuoco.

Fonte quotidianodipuglia

 

Aosta: Sfrattato, 67enne si suicida sparandosi alla tempia con una pistola sparachiodi

Voleva suicidarsi, e nel contempo far saltare in aria il palazzo dove viveva, oppure prima di morire ha voluto allestire una macabra messinscena come ‘ultimo saluto’? E’ un giallo, per ora, la morte dell’elettricista aostano Bruno Dal Bon, 67 anni, il cui cadavere è stato rinvenuto oggi pomeriggio, lunedì 28 settembre, vicino a un tavolo dal lavoro in un garage al numero civico 5 di via Monte Grivola.
Lui si è sparato a una tempia con una pistola sparachiodi e all’interno della sua abitazione, al piano sopra l’autorimessa, sono state trovate delle bombole del gas aperte e nascoste dentro dei sacchi, collegate con dei fili elettrici.
La Squadra mobile aostana, intervenuta sul posto insieme al 118 e ai Vigili del fuoco, sta compiendo una serie di accertamenti investigativi. In casa sono stati trovati dei biglietti scritti dall’elettricista, a conferma della tesi del suicidio. Secondo la polizia il suicidio potrebbe esser stato motivato da un’ingiunzione di sfratto che l’uomo aveva ricevuto nei giorni scorsi e che gli intimava di lasciare casa in breve tempo.
Inoltre, Bruno Dal Bon da alcuni mesi – sempre secondo quanto riferito dalla Questura – era apparso ‘agitato e spaventato’: vicino al corpo è stato trovato anche il ritaglio di un articolo di giornale su possibili infiltrazioni mafiose in Valle d’Aosta.
Per martedì 29 settembre è in programma l’esame del corpo da parte del medico legale. A coordinare le indagini è il pm Luca Ceccanti. Dal Bon aveva avvolto anche il proprio corpo con dei cavi elettrici e aveva sbarrato la porta del garage.

Fonte valledaostaglocal.it

 

Messina: Articolista precario si suicida facendo esplodere una bombola di gas. Muore anche la madre

L’esplosione improvvisa e assordante nel silenzio della notte, poi le fiamme, infine la tragedia. Due persone, madre e figlio di 90 e 53 anni, sono morte, nella notte tra ieri e oggi, a Messina. Secondo le prime ricostruzioni dei vigili del fuoco la causa della deflagrazione che ha distrutto l’abitazione nel villaggio denominato Santo, sarebbe una perdita di gas non casuale ma voluta. Sono state infatti trovate nella camera da letto tracce di una bombola di gas aperta. La casa però è dotata di metano. Motivo per cui in un primo momento i soccorritori hanno ipotizzato la presenza di una stufa che, però, non è stata trovata. Il figlio, mentre la madre era già a letto, avrebbe lasciato la bombola aperta e sarebbe andato a dormire. Ma la donna si sarebbe svegliata e avrebbe acceso la luce, provocando l’esplosione. È stato infatti il rogo a ucciderli. Buona parte dell’appartamento, così come il balcone esterno, sono stati distrutti; porte e le finestre sono volate vie. Alcuni detriti sono arrivati fino all’autostrada poco più a monte, nei pressi dello svincolo di Gazzi. Il boato è stato avvertito anche dalla sede dei vigili del fuoco, in via Salandra, un paio di chilometri più a valle rispetto al luogo della tragedia. Sono stati i vicini i primi a intervenire. Dopo l’esplosione hanno sentito per alcuni minuti le urla dell’anziana. Ma non c’è stato niente da fare: la casa era chiusa da una porta blindata che, seppur parzialmente distrutta, avrebbe impedito l’ingresso. Qualche residente ha tentato di entrare dal balcone ma è stato respinto dal fumo. Sono in corso le indagini per capire quale sia il motivo all’origine del possibile suicidio-omicidio. L’uomo è un articolista precario della Provincia di Messina. I suoi colleghi lo descrivono come una persona molto sensibile e allo stesso tempo disponibile. «Una volta si era scaricata la batteria dell’orologio di un collega e lui si è offerto di farglielo riparare – racconta un dipendente – dava l’idea di una grande fragilità». Figlio unico, viveva da sempre con la madre. I vicini raccontano di vederli sempre insieme, spesso a braccetto in strada. L’appartamento si trovava al secondo piano di una palazzina in via San Filippo. Non sembrerebbero esserci danni rilevanti alle abitazioni al piano terra e al primo piano. Sul posto, la polizia scientifica per effettuare i rilievi del caso, insieme a due squadre di pompieri che hanno messo in sicurezza l’edificio.

Fonte meridionews.it

 

Pesaro: Disoccupato 40enne arrestato, “Ho perso il lavoro, rubo per tirare avanti”.

Ladro per… necessità. Almeno così si è giustificato. Sì, perché quando un uomo di 40 anni è stato beccato dai carabinieri di Borgo Santa Maria, dopo la segnalazione di alcuni passanti che lo avevano notato aggirarsi con fare sospetto fra i capannoni della zona industriale, lui si è giustificato così: “Ho perso il lavoro, rubo per tirare avanti”.
I militari lo hanno beccato con le mani nella marmellata, dopo che aveva arraffato – cioè – trapani, seghe, cacciaviti professionali e quant’altro che, c’è da giurarci, avrebbe rivenduto per rimediare qualche soldo. Portato a Villa Fastiggi, nella casa circondariale, il giudice gli ha concesso i domiciliari, in attesa del processo per direttissima che verrà celebrato martedì prossimo.

Fonte pu24.it

 

Disoccupato 53enne in cerca di lavoro devasta uffici Asl di Chieti-Lanciano-Vasto

L’uomo, residente a Bucchianico, era rimasto senza lavoro e si era recato alla Asl di Chieti-Lanciano-Vasto , dopo che l’ex prefetto di Chieti Fulvio Rocco de Marinis aveva segnalato il suo caso alla direzione generale dell’azienda sanitaria con una lettera. Quando si è presentato negli uffici dell’Asl e non è stato ricevuto per un colloquio, ha dato in escandescenza danneggiando un pannello del controsoffitto dopo aver lanciato in aria una sedia di plastica, ha fatto cadere un armadietto metallico vuoto ed ha danneggiato parte di una fotocopiatrice. Il 53 enne fino a qualche anno fa allevava pollame ma che nel frattempo ha dovuto chiudere l’attività . L’uomo, una volta calmatosi, ha ammesso le proprie responsabilità ed ha raccontato le vicissitudini ed il difficile momento economico che sta attraversando. L’uomo è stato denunciato dalla Polizia per danneggiamento aggravato.

Fonte rete8.it

 

Bulgaria: Stop arrivi migranti, chiesa ortodossa contro il papa

Il governo di Sofia deve smettere di accogliere migranti in Bulgaria. È quanto si legge in una dichiarazione del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa bulgara. «La Chiesa ortodossa prova compassione e chiede solidarietà per i profughi che ormai si trovano tra di noi ed hanno un vero, e non falso, bisogno delle nostre cure e del nostro appoggio materiale – si legge nella dichiarazione. Noi aiutiamo i profughi senza fare differenza per fede o nazionalità, ma riteniamo che il governo non debba in nessun modo accoglierne altri». Il Santo Sinodo ritiene inoltre che «chi ha creato il problema dei migranti dovrà anche risolverlo e non è giusto che il popolo ortodosso bulgaro paghi il prezzo rischiando così di perdere il proprio Stato cristiano». «Se quello di Sofia è il governo di uno Stato cristiano, dovrà nella maniera più categorica porre in seno a tutti gli organismi internazionali la questione di far cessare immediatamente le guerre nel Medio Oriente e nell’Africa Settentrionale e chiedere se non è in atto in quei paesi una persecuzione dei cristiani», si afferma ancora nella dichiarazione del Santo Sinodo.

Fonte Ansa

 

Migranti: False assunzioni per permessi di soggiorno, 27 denunce a Roma

Gli agenti della polizia, al termine di una complessa indagine durata oltre un anno, hanno denunciato 27 persone che, in concorso tra loro e con uso di atti falsi, hanno favorito la permanenza di cittadini extracomunitari sul nostro territorio. Agli immigrati sono state fornite false dichiarazioni di assunzione per ottenere il permesso di soggiorno. L’indagine è partita a marzo del 2014 nella Capitale, quando a seguito di una presentazione di una comunicazione di cessione fabbricato, fatta da un cittadino italiano, in favore di un cittadino straniero presso gli uffici del Commissariato Esquilino, gli agenti hanno eseguito un controllo presso l’indirizzo indicato ma non hanno trovato la persona ospitata. Già da un primo accertamento era emerso che a carico dello straniero era stata emessa una nota di rintraccio per non aver ottemperato a un invito a presentarsi alle forze dell’ordine. Continuando nell’accertamento, i poliziotti hanno ascoltato il proprietario dell’appartamento, G.L., il quale, dopo una breve resistenza, ha ammesso di aver ospitato la persona solo a titolo di cortesia e per favorire un suo conoscente. Lo stesso, incalzato dalle domande degli investigatori, ha poi aggiunto di non aver mai conosciuto lo straniero, che per altro non aveva mai usufruito dell’alloggio, e di aver accettato di presentare la richiesta di ospitalità solo per ricevere un compenso, circa 1000 euro. Denunciato in stato di libertà per aver favorito la permanenza del cittadino extracomunitario sul territorio, gli agenti hanno incrociato tutta un serie di informazioni per scoprire se dietro alla falsa dichiarazione appena scoperta potessi nascondersi una più ampia organizzazione criminale.Nel corso dell’attività infatti, sono state rintracciate altre persone coinvolte che hanno affermato di aver avuto contatti con intermediari stranieri, con G.L., dipendente presso una ditta di trasporti, e alcuni suoi colleghi di lavoro. Erano proprio loro che durante lo svolgimento del loro mestiere, venivano a conoscenza di persone extracomunitarie che avevano bisogno di dichiarazioni di assunzione per l’ottenimento del permesso di soggiorno e le contattavano. In particolare, nella zona dell’Esquilino, è stata individuata un’agenzia di mediazione, attualmente chiusa, specializzata nella trattazione delle pratiche di rinnovo e rilascio del soggiorno, dove erano state elaborate la maggior parte delle istanze illecite, sul cui proprietario sono ancora in corso accertamenti. Ascoltati anche i colleghi di G.L., gli stessi hanno riferito che per ogni pratica di assunzione compilata e firmata, avrebbero ricevuto un compenso 2.500 euro. Tra le persone indagate è stato individuato anche un cittadino del Bangladesh, che si è accertato fungesse da mediatore tra gli stranieri da regolarizzare, i datori di lavoro, e coloro che con dichiarazioni mendaci ospitavano sedicenti extracomunitari.

Fonte Adnkronos

 

Lavoro: Per il 90% dei giovani italiani inevitabile andare all’estero

Il dato è di quelli che fanno riflettere perché certifica un orientamento talmente diffuso da far credere che in troppi, ormai, considerano l’Italia un Paese “perduto”. Almeno dal punto di vista lavorativo che, per i nostri giovani, rappresenta un’assoluta priorità. Di cosa stiamo parlando? Del rapporto – realizzato dall’istituto Giuseppe Toniolo, in collaborazione con l’Università Cattolica – che documenta come il 90% dei giovani italiani, di età compresa tra i 18 e i 32 anni, ritenga pressoché inevitabile andare all’estero per trovare un lavoro adeguato alla sua formazione o confacente alle sue aspirazioni. Una percentuale altissima, che fa il paio con il 70% degli intervistati che ha dichiarato di considerare l’Italia un Paese che offre troppe poche opportunità a chi si affaccia al mercato occupazionale, a differenza di altri Paesi sviluppati che sembrano, invece, investire molto sul lavoro delle nuove generazioni. Da qui la scelta, inevitabile in molti casi, di puntare sulla mobilità: l’83,4% dei giovani interpellati ha, infatti, dichiarato di essere disponibile a cambiare stabilmente città per un impiego e, tra questi, il 61,1% crede che il biglietto vada staccato per un Paese straniero. Di più: stando a quanto documentato dal Rapporto Giovani, il 33,3% del campione (praticamente un under 33 su tre) sta pensando di lasciare l’Italia entro il 2016.
Sì, ma per andare dove? Le mete preferite, indicate dal 54,8% degli intervistati, sono l’Australia, l’America e il Regno Unito dove i giovani italiani sperano di trovare lavoro grazie all’inglese che hanno imparato a scuola. A seguire la Germania di Frau Merkel, percepito come uno Stato solido e che punta molto sui giovani, e altri Paesi come il Canada, la Francia, l’Austria, la Svizzera e il Belgio. Solo l’1,5% del campione ha, invece, indicato la Spagna che, pur rimanendo un Paese altamente “attrattivo” (per via, anche, di una cultura che lo rende vicino all’Italia), ha un tasso di disoccupazione talmente alto da scoraggiare chiunque.
“La migrazione italiana, negli ultimi anni, è decisamente cambiata – ha spiegato Alessandro Rosina, tra i curatori del Rapporto –Non si tratta più di connazionali che prendono il treno un po’ spaesati e con al braccio valigie di cartone, ma di giovani dinamici, intraprendenti, affamati di nuove opportunità e con un tablet pieno di appunti su progetti e sogni da realizzare. I motivi sono vari. Da un lato – ha osservato Rosina – la generazione dei Millennial considera del tutto naturale muoversi senza confini. Sono sempre più consapevoli che la mobilità internazionale è, di per sé, positiva perché consente di aprirsi al mondo, conoscere diverse culture, arricchire il proprio bagaglio di esperienze, ampliare la rete di relazioni. Dall’altro lato, il sempre più ampio divario tra condizioni lavorative delle nuove generazioni e possibilità di valorizzazione del capitale umano in Italia rispetto agli altri Paesi avanzati e in maggiore crescita, porta sempre più giovani a lasciare il Paese non solo per scelta, ma anche – ha precisato il curatore dello studio – per non rassegnarsi a rimanere a lungo disoccupati o a fare un lavoro sotto inquadrato e sottopagato”.

Fonte news.biancolavoro.it

Renzi, Jobs Act e Privatizzazioni

Il Governo Renzi approva il Jobs Act adesso Tocca alle Privatizzazioni.

 

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di Vittorio Boschelli

Il Governo Renzi in perfetta linea Liberista Eurodrogata, approva i decreti attuativi del Jobs Actche andrà in vigore tra 15 giorni, questo segna la fine dei lavoratori annullando 70 anni di conquiste sociali, condannando loro al precariato a vita annullando la dignità.

Purtroppo non siamo riusciti a causa dei pochi mezzi a nostra disposizione, a sensibilizzare il popolo italiano come avremmo voluto e purtroppo i risultati sono i governi precedenti identici, il Governo Renzi e le sue scelte disastrose, infatti negli ultimi 5 anni la spesa per il Welfare (politiche sociali) è stata tagliata del 75%, questo per gli amanti del taglio…i risultati non si sono fatti attendere molto.

I media di regime vi dipingono il Jobs Act (già il nome in inglese vi dice tutto), come una vostra conquista, ma come abbiamo spiegato più volte è la rovina dei lavoratori e dei giovani disoccupati e la rovina anche delle piccole e medie imprese, che si nutrono di mercato interno, qualità e produttività, utile solo alle multinazionali che possono effettuare licenziamenti di massa dopo le acquisizioni alla svendita.

Molti obiettavano tempo fa, dicendomi che non avrebbero mai permesso i licenziamenti di massa LA SINISTRA PIDDINA E I SINDACATI quindi non erano contemplati nel Jobs Act…se era così non avrebbe avuto senso sostenere l’euro, con il ce lo chiede l’europa, o no?

AVEVAMO ANCORA UNA VOLTA RAGIONE NOI E LORO ERANO ILLUSI.

Infatti il prossimo passo sono il completamento delle PRIVATIZZAZIONI, già iniziate da tempo, ma mancano i veri gioielli di famiglia all’appello, quelli che fanno utili e che servono ai big stranieri.

Siete contenti del “ce lo chiede l’europa?”, “dell’euro che doveva proteggervi?” contenti voi…vedremo se lo sarete ancora a lungo, per il momento e anche dopo l’euro e l’unione protegge solo una insignificante ma potente categoria, quella dei BIG, se non fate parte di questa categoria siete degli illusi…

Come sapete non amiamo il politichese e odiamo l’ipocrisia…se non vi piace…ce ne faremo una ragione…la storia vi piacerà ancora meno…chiedere a Tsypras che sarà la prima vittima.

 

QUESTO E’ QUELLO CHE PENSANO LORO E CHE VI PROPINANO OGNI GIORNO TUTTI, ATTRAVERSO IL LAVAGGIO MEDIATICO.

Il governo è stato un attore importante per l’economia italiana per lungo tempo…L’Istituto per la Ricostruzione Industriale…deteneva un portafoglio di 1.000 imprese e dava lavoro a 500.000 persone. Negli anni’ 90 un ampio processo di privatizzazione e deregolamentazione ha ridotto il volume delle partecipazioni statali. Questo processo ha inoltre rivelato inefficienza e cattiva allocazione delle risorse, in particolare…le imprese pubbliche… servivano solo per mantenere posti di lavoro… Più della metà degli introiti derivanti dalle privatizzazioni sono stati generati tra il 1997 e il 1999, quando le imprese statali sono state (parzialmente) privatizzate nei settori delle telecomunicazioni (ndr.Telecom), energia (in particolare ENEL), infrastrutture (incl. Autostrade) e dei trasporti.

Tuttavia, oggi il governo possiede ancora partecipazioni nelle grandi utilities di fornitura di energia (ndr. Eni) e nel settore tecnologico-aerospaziale (ndr. Finmeccanica). Inoltre, fino ad ora le privatizzazioni non hanno raggiunto le imprese a livello comunale. Una notevole eccezione è il settore bancario da cui i comuni ed il governo sono rimasti fuori nel corso degli ultimi dieci anni. Ciononostante, i comuni offrono il massimo potenziale di privatizzazione.

In un rapporto presentato alla fine di settembre 2011 il Ministero dell’Economia e delle Finanze stima che le rimanenti partecipazioni statali hanno un valore complessivo di 80 miliardi di euro, circa 5,2% del PIL. Inoltre, il piano per concedere concessioni a privati potrebbe generare fino a 70 miliardi di euro di entrate… il piano del Ministero prevede entrate per 10miliardi di euro per la concessione dei diritti di emissione di CO². Particolare dedizione è da dedicare agli edifici ed alle proprietà pubbliche…per cui la Cassa Depositi e Prestiti stima un valore di circa 421miliardi.
L’Istituto dichiara che 42miliardi di “settore immobiliare” non sono attualmente inutilizzati…potrebbe essere messo in vendita con poco sforzo…

Dal momento che gran parte di questi immobili appartengono ai Comuni, il Governo dovrebbe definire un processo ben strutturato in anticipo per realizzare tale vendita. Ad oggi, il Ministero dell’Economia e delle Finanze predice proventi per 30-35 miliardi dalla cessione degli immobili, con risparmi di 3 miliardi di euro l’anno.

Stando quindi ai dati ufficiali, il patrimonio detenuta dal governo (escluse le concessioni per emissioni) si aggira sui 571miliardi di euro, vicino al 37% del PIL. Naturalmente, il potenziale può essere ampliato.

L’OECD ha consigliato ulteriori privatizzazioni…in particolare nel settore dell’approvvigionamento idrico…vi è la necessità in quel settore di investimenti…viste le pesanti perdite del sistema pari al 30% dell’acqua distribuita…Tuttavia bisogna affrontare l’ostacolo referendum….

Fino ad oggi, l’Italia ha cercato di mantenere la sua influenza nelle società privatizzate. Ciò è dimostrato, ad esempio dalla richiesta della Commissione europea nel febbraio 2011 all’Italia affinché modificasse la legge che consente al governo di evitare che singoli investitori acquistino azioni di società privatizzate in settori di importanza strategica. Tuttavia, il programma economico recente… rafforza le speranze che il governo abbia intrapreso un nuovo percorso.”. (ndr. Monti)

QUESTO E’ QUELLO CHE PENSIAMO NOI E CHE DICONO I FATTI E I DATI, LA PAROLA PRIVATIZZARE VA SOSTITUITA CON NAZIONALIZZARE.

Studio Psiru.
Che le privatizzazioni siano purtroppo già in atto non ci sono dubbi. Ed il piano Deutsche Bank è di per sé un documento sconvolgente. Ma che il privato sia più efficiente del pubblico, è tutto da dimostrare.
Revolting Europe ci fornisce un quadro esattamente opposto a quanto questo studio vuole affermare: “In Grecia la troika ha imposto la svendita di banche, utilities, lotterie nazionali, porti, aeroporti, autostrade ed altre infrastrutture, più un numeroso numero di edifici pubblici, terreni e porzioni di spiagge a Rodi e Corfù…alla pari del Portogallo…
Nonostante questo party di privatizzazioni, recenti ricerche dimostrano che in Europa però la tendenza è inversa…si cerca di rimunicipalizzare…
In Francia l’acqua è stata tolta ai privati in non meno di 16 città, fra cui Parigi e Bordeaux, patria dei giganti Eolia e GDF Suez… I servizi idrici stanno ritornando pubblici a Berlino e Budapest…in Italia il referendum 2011 ha bloccato la privatizzazione idrica…
la Germania sta ri-nazionalizzando il settore elettrico, la Svezia si è opposta alla privatizzazione della compagnia energetica Vattenfall…
in Ungheria lo Stato sta riprendendo in mano il settore energetico controllato dalla tedesca E.On…la Lettonia ha dichiarato illegale la privatizzazione della società energetica Latvenergo…
i trasporti stradali sono ritornati pubblici in Francia, le ferrovie in Estonia, in Germania si sono fermati i piani di privatizzazione di Deutsche Bahn…stessa sorte per servizi di gestione rifiuti e pulizia”.
Tesi riprese dallo studio della Public Services International Research Unit (PSIRU) dell’Università di Greenwich disponibile qui che, analizzando l’impatto delle privatizzazioni avvenute fra gli anni ’90 ed il 2011, trae un impietoso ritratto dei “privati efficienti” e campioni della concorrenza: “il risparmio sui costi (a causa di maggiori oneri finanziari e dei costi di transazione) e la riduzione dei prezzi previsti non hanno avuto luogo, ci sono stati aumenti tariffari, problemi con la qualità dei servizi, investimenti insufficienti o addirittura sbagliati, le imprese private non sono responsabilizzate e non rispondono adeguatamente alle esigenze dei cittadini, la privatizzazione e l’esternalizzazione dei servizi pubblici ha portato apeggiori condizioni di lavoro e della sicurezza del lavoro per i dipendenti – ed infatti la riduzione del costo del lavoro è una componente centrale delle “efficienze” offerte dal settore privato. (ndr. l’unica?). I sondaggi riflettono l’esperienza delle privatizzazione, e confermano una sfiducia profonda poiché nel privato si punta solo a fare profitti sfruttando i servizi ed i beni pubblici.”.
Lo studio dell’Università di Greenwich è eloquente. Aumento tariffe, servizi scarsi, investimenti sbagliati, logiche del profitto e di remunerazione degli azionisti a scapito delle necessità dei cittadini, vendite di interi settori per “profitti sotto le attese”, esternalizzazioni per dare un servizio a basso costo, poche tutele ai lavoratori. Questo è il privato.
I dati dicono che il pubblico offre servizi a prezzo contenuto, offre un’opera “perpetua” non oggetto di scadenze o gare, può investire a prezzi relativamente contenuti, non deve spartire “dividendi” agli azionisti. Vi sembra poco?
Facciamo due più due: la concorrenza favorisce la “concentrazione del capitale”, lo denazionalizza e porta “instabilità” sistemica.
Le liberalizzazioni portano ad una privatizzazione di fatto di monopoli naturali e di servizi di pubblica utilità che, stando al presupposto precedente per cui la concorrenza favorisce la “concentrazione” del capitale, da luogo ad una sostanziale monopolizzazione dei servizi pubblici in mano a pochi big privati.
Ma la concorrenza quindi, dove va’ a finire? Dove vanno i “vantaggi per cittadini”? Come dice la stessa Corte dei Conti qui: “Gli effetti delle privatizzazioni sul benessere dei consumatori sembrano ancora più controversi…In particolare, analizzando nel dettaglio i prezzi dei servizi erogati dalle utilities (acqua, energia, trasporti, telecomunicazioni), si osserva una dinamica dei prezzi molto accentuata…”
…Che la CGIA di Mestre quantifica ottimamente: “Il flop più clamoroso è avvenuto per le assicurazioni sui mezzi di trasporto (Rc auto) che dal 1994 ad oggi sono aumentate del +184,1%, contro un incremento dell’inflazione del +43,3% (in pratica le assicurazioni sono cresciute 4,2 volte in più rispetto al costo della vita). Male anche i servizi bancari/finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie). Sempre tra il 1994 ed il 2011 i costi sono aumentati mediamente del +109,2%, mentre l’incremento dell’inflazione è stato pari al +43,3% … Anche i trasporti ferroviari hanno registrato un incremento dei prezzi molto consistente: tra il 2000 ed il 2011, sono aumentati del +53,2%, contro un aumento del costo della vita pari al +27,1%.
Se per i servizi postali l’aumento del costo delle tariffe è stato del +30,6%, pressochè pari all’incremento dell’inflazione avvenuto tra il 1999 ed il 2011 (+30,3%), per l’energia elettrica la variazione delle tariffe ha subito un aumento più contenuto (+1,8%) rispetto alla crescita dell’inflazione (che tra il 2007 ed i 2011 è stata del +8,4%). Solo per i medicinali e i servizi telefonici le liberalizzazioni hanno portato dei vantaggi economici ai consumatori. Nel primo caso, tra il 1995 ed oggi i prezzi sono diminuiti del 10,9%, a fronte di un aumento del costo della vita del +43,3%. Nel secondo caso, tra il 1998 ed il 2011 le tariffe sono diminuite del 15,7%, mentre l’inflazione è aumentata del 32,5%.”.
Fonte Orizzonte 48

 

 

 

La Bibbia Di Noi Anti Euro

Dopo il Vangelo ecco la Bibbia di Noi Anti Euro

 

la bibbia degli anti euro_fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

Dopo quello che io considero il “vangelo” degli anti euro veri e non quelli della domenica, cioè “Il Romanzo di Centro e di Periferia” di Alberto Bagnai, oggi vi posto quella che considero la Bibbia di noi anti euro, ma che dovrebbe essere la Bibbia di tutti gli Italiani, come quella vera per i Cattolici, e di conseguenza dovremmo essere tutti Anti-Euro e Anti-Liberisti.

Leggendo il lavoro pubblicato nel 2012 dal Dottorato di ricerca Università di Roma Tre, si capisce il perchè noi del Fronte ribadiamo spesso che “un liberista non potrà mai fare quello che al popolo serve e di conseguenza non potrà mai essere anti euro” se non a chiacchiere o per lucrare sulla vostra buona fede, spero che quelli del “referendum” grillini e piddini liberisti “de destra” e “de sinistra”, questa volta recepiscano il messaggio.

Spero che questo articolo serva a non scrivermi queste stronzate, sotto i miei articoli (non ho il tempo per le stronzate…preferisco impiegarlo alla lettura) “leggi questo, lui ne parlava già…”, “non è vero che siamo stati complici”, “la colpa è della corruzione, cosa centra l’euro”, “la colpa è del debito pubblico, senza euro eravamo falliti” “noi faremo il referendum è giusto che decida il popolo”, “noi stampiamo moneta e rimaniamo nell’unione”, “nella democrazia diretta non decide il capo ma noi”, “ma tu vuoi ergere i muri e tornare al 1930″, “bisogna cambiare questa unione”, “la soluzione è il più europa” ecc,ecc,ecc,ecc.

C’è solo un piccolo problemino, quando decide la base ingozzata di notizie errate e unilaterali come in una setta, poi succede che voti Prodi come possibile Presidente e per uno che si dichiara OGGI anti euro (forse) e minimamente inconciliabile…per non dire altro, infatti forte di questo (diciamo consenso) il Matteo del Governo…lo nomina mediatore internazionale a proposito della spinosa l’ISIS, la politica è una cosa seria se fatta come si dovrebbe e non è facile come sembra, è fatta di SCELTE CONSAPEVOLI, altrimenti si fanno disastri enormi.

Leggendo i luoghi comuni impartiti dal sistema si capisce il perchè del mio, sono TUTTI COLPEVOLI O COMPLICI (esclusi i pochi che si sono opposti con forza), il mio tutti, non è “fascista” come qualche stupido crede e non è neppure qualunquismo, semplicemente perchè quello che state vivendo, (compreso me) non è una calamità naturale improvvisa, ma un processo iniziato nei primi anni 70, fino ad allora i ruoli dello Stato, della Politica, dell’Economia e della Finanza erano in linea gerarchica compatibili con la Sovranità Nazionale, la Costituzione Italiana e la Giustizia Sociale accettabile.

Con il processo dell’euro e dell’unione europea (iniziato nel 1973 quindi sapevano tutti, ed ecco il perchè deve decidere il popolo mi fa ancora più incaz…) a matrice Liberista e non più Keynesiana, si sono sovvertiti gerarchie e costituzione.

Quindi, leggete questo lavoro (Bibbia), vi servirà non solo a capire cosa in sostanza è successo, dove l’euro è solo l’arma di queste SCELTE (altro che gli spiccioli degli stipendi), ma vi servirà anche a capire quando vi presenteranno un programma, (ammesso che ne abbiano uno), quelli che chiamo gli Anti Euro della domenica al posto dei soliti puntini roboanti, slogan e luoghi comuni, magari scritti bene e di moda.

Magari la Vergine riuscite ad intravederla sulla Bandiera Italiana simbolo della vostra Patria.

 

Quelle liberalizzazioni incostituzionali

Lorenzo Dorato 11-09-2012

Gli obiettivi di liberalizzazione dei mercati (e in subordine logico quelli di privatizzazione)– definiti a partire dalle direttive dell’Unione europea della fine degli anni ‘80, principio anni ‘90 – si sono imposti come preminenti rispetto ad altri obiettivi di politica industriale ad essi divenuti subordinati, a scapito così di quella flessibilità discrezionale e di quegli ampi margini di manovra che avevano caratterizzato l’approccio delle politiche pubbliche di intervento nei sistemi produttivi nel trentennio immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale (e in parte già dagli anni ’30 del novecento).

Il paradigma liberista, posto come unica opzione possibile, ha eroso in maniera sistematica e progressiva i margini di flessibilità delle politiche industriali degli Stati nell’orientamento dei sistemi produttivi nazionali (erosione, va detto, avvenuta di fatto in forme asimmetriche tra paese e paese, segno di una chiara gerarchia nei rapporti di forza). Si è trattato di un vero e proprio sconvolgimento paradigmatico che ha radicalmente mutato il ruolo dello Stato nella sua capacità di intervento nelle dinamiche del sistema produttivo. Da uno Stato interventista, pensato come governatore dei processi economici a garanzia di obiettivi politici e sociali, si è giunti ad uno Stato regolatore del mercato e del libero gioco della concorrenza. La regolazione ha sostituito la programmazione. E così si è consumato un radicale contrasto tra la concezione di governo del sistema economico che emerge dal dettato costituzionale italiano e la concezione che invece prescrive la normativa comunitaria.

La Costituzione economica italiana e il rapporto tra Stato e sistema economico

Il testo costituzionale italiano, nella parte inerente ai rapporti economici, contiene tre preziosi articoli che definiscono i tratti essenziali del rapporto tra Stato e sistema economico-produttivo: gli articoli 41, 42 e 43.

L’articolo 41 è il più noto e forse il più significativo, specie per il suo terzo comma, che non a caso è da alcuni anni oggetto di attacco politico da parte dei governi (seppur a fini probabilmente più simbolici che pratici). Tale terzo comma recita: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Questa breve proposizione fu il risultato di un compromesso assai sofferto all’interno dell’assemblea costituente e rispecchia in maniera chiara l’insieme delle componenti culturali e ideologiche maggioritarie nell’immediato dopoguerra italiano: le componenti socialiste e comuniste e il cattolicesimo sociale rappresentato da una parte della democrazia cristiana. La traduzione sostanziale di questo terzo comma è stata la politica economica e industriale adottata dall’Italia dagli anni cinquanta alla fine degli anni settanta del secolo scorso, imperniata sul concetto cardine di programmazione economica.

A ben vedere nella Costituzione italiana non appare mai il termine “concorrenza”. La concorrenza e il libero mercato non vengono cioè trattati come valori in sé da difendere, essendo considerate implicitamente null’altro che modalità specifiche (e non univoche) di funzionamento di un sistema economico. Al contrario si fa esplicito richiamo al termine “programmazione” che, unito al riferimento al “coordinamento a fini sociali” descrive in maniera chiara l’ispirazione sostanziale della politica economica nazionale nel primo trentennio post-bellico. Tale programmazione, stando al dettato costituzionale poteva avvenire anche attraverso la limitazione o l’eliminazione della libera concorrenza affidando ad esempio (Art. 42 e 43 Cost.) l’esclusiva della produzione, in determinati ambiti del sistema economico, allo Stato (monopolio pubblico legale).

Nella sostanza, la struttura consolidata nel periodo ‘50-‘80 del capitalismo italiano era tale che la libera concorrenza riceveva quattro forme di limitazione forte:

1- una limitazione esterna dovuta al fatto che l’economia nazionale era un’economia parzialmente chiusa con limiti alla libera circolazione dei capitali e delle merci;

2- una restrizione interna della concorrenza legata a vincoli normativi piuttosto intensi ricadenti su diverse attività economiche: limiti spaziali e numerici all’apertura di esercizi; obblighi di servizio pubblico; minimi e massimi tariffari; prezzi imposti; norme deontologiche per le professioni;

3- un’alterazione-attenuazione della concorrenza dovuta all’azione pubblica nel mercato a fini strategici e sociali tramite: sussidi di Stato; sistema delle partecipazioni statali; vincoli alle importazioni ed esportazioni; politiche di commesse pubbliche;

4- la vera e propria eliminazione della concorrenza tramite l’instaurazione di monopoli pubblici nei settori ritenuti particolarmente sensibili o strategici (imprese nazionalizzate e municipalizzate).

Laddove non eliminata (tramite il monopolio legale), la concorrenza nell’ordinamento economico italiano, agiva, quindi, per lo più come forza istituzionalmente limitata, proprio al fine di evitare alcuni fenomeni ritenuti indesiderabili quali: l’eccessiva concentrazione del capitale (favorita proprio dall’azione della competizione libera); la perdita di professionalizzazione dei mestieri; determinate forme di destabilizzazione del sistema economico; la denazionalizzazione del capitale. Più che una forza da incentivare, la libera concorrenza veniva quindi intesa dal legislatore e dalla cultura politica egemone al tempo come una forza potenzialmente destabilizzante, fonte di squilibri e disuguaglianze che andava in ogni caso, se non corretta, comunque incanalata in un’ottica di programmazione economica ispirata a fini generali.

Fondamenti normativi del processo di liberalizzazione

Questa logica viene poco a poco stravolta tra gli anni 80 e il principio degli anni 90 sulla scorta dei mutamenti legislativi avviati dalla comunità europea. I fondamenti normativi del processo di apertura al libero mercato nella normativa comunitaria, vanno rintracciati su due livelli: un livello che impone la liberalizzazione verso l’esterno (tra le diverse economie nazionali dell’UE) e un livello che monitora e indirettamente impone una liberalizzazione all’interno dei paesi. I due livelli sono profondamente intrecciati poiché i provvedimenti interni trovano un senso proprio nella misura in cui restrizioni normative della concorrenza interne all’economia nazionale hanno immediate conseguenze sulla libera circolazione di merci e capitali da un paese ad un altro e violano pertanto i trattati comunitari.

Il primo passo deciso verso la piena liberalizzazione dei mercati verso l’esterno è avvenuto con l’Atto Unico del 1987 basato sul libro bianco del 1985 per il completamente del mercato unico. Si tratta di un passaggio decisivo che segna la definitiva transizione da una strategia di integrazione dei mercati positiva ad una strategia negativa. Nella prima, la creazione di un mercato unificato avviene sulla base dell’armonizzazione delle legislazioni nazionali, al fine di creare regole comuni entro cui far operare la concorrenza. Nella seconda l’ordine logico si inverte poiché prioritario su tutto diventa la rimozione di ogni barriera alla concorrenza e l’armonizzazione legislativa diviene una chimera successiva (mai realizzata in oltre vent’anni).

L’Atto unico pone le basi per la vigenza del “principio del paese di origine”, per cui ogni bene e servizio prodotto nelle diverse nazioni dell’UE deve assumere un passaporto europeo, ovvero essere ammesso nei mercati degli altri paesi membri indipendentemente dalle norme legislative e salariali del paese produttore. Il che significa automaticamente concorrenza a ribasso tra paesi sulle norme fiscali e quelle concernenti il diritto del lavoro per far fronte alla concorrenza nella vendita dei prodotti. Dall’idea di una concorrenza tra imprese in un unico mercato unificato dalla stessa legislazione si passa alla pratica di una concorrenza tra paesi sulla deregolamentazione sociale e fiscale in uno spazio eterogeneo liberalizzato. E’ il primo passo per un mutamento radicale del concetto applicato di libera concorrenza.

L’Atto unico definisce anche i termini di una liberalizzazione dei movimenti di capitale, fino a quel momento vincolati a restrizioni delle legislazioni nazionali. L’iter legislativo di questo processo fondamentale è stato il seguente [1]:

– nel 1988 fu delineata la direttiva sulla completa liberalizzazione del mercato dei capitali (Direttiva 88/361/CEE) che prevedeva la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale entro il 1990;

– nel 1989 fu approvata la Seconda direttiva 89/646/CEE relativa al coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi, creando il cosiddetto passaporto Europeo per le banche;

– il trattato di Masstricht del 1992 abolì la clausola prevista dall’atto unico europeo che vincolava la libertà dei movimenti di capitale all’appropriato funzionamento del mercato unico. Richiamò inoltre l’urgenza della definitiva abolizione di ogni restrizione ai movimenti di capitale tra gli Stati Membri nonché tra gli Stati Membri e i paesi terzi;

– il Piano d’Azione per i Servizi Finanziari adottato nel 1999 previde 40 misure per accelerare l’apertura incondizionata dei mercati finanziari entro il 2005, poi adottate per la maggior parte.

Ulteriore passo rilevante in direzione della completa liberalizzazione verso l’esterno è stato sancito dalla famosa direttiva “Bolkenstein” (approvata nel Dicembre 2006 dopo alcune importanti modifiche al testo iniziale) relativa alla liberalizzazione dei servizi, la cui sostanza era affermare la piena libertà di stabilimento, nonché la libera circolazione dei servizi.

La liberalizzazione all’interno è stata invece favorita dalle istituzioni europee tramite direttive ad hoc per ciascun singolo settore un tempo protetto e soggetto a esplicite restrizioni normative della concorrenza. E’avvenuto (e sta avvenendo) in particolare per i cosiddetti servizi di pubblica utilità caratterizzati dalla presenza di monopoli pubblici verticalmente integrati (telecomunicazioni, trasporti, energia, servizi idrici, poste). Ma è avvenuto anche per tanti servizi un tempo monopolio di Stato, come ad esempio il collocamento del lavoro (con la nascita delle agenzie private interinali). In questo caso specifiche direttive hanno imposto la liberalizzazione unita spesso alla disintegrazione verticale e-o orizzontale delle imprese pubbliche ex monopoliste e alla privatizzazione totale o parziale delle stesse.

Alle direttive settoriali si aggiunge poi uno dei cardini delle politiche comunitarie: la politica per la concorrenza che vigila in tema di aiuti di Stato, concentrazioni, abuso di posizione dominante, intese, fusioni coronata, al principio degli anni ’90 in Italia (così come in molti altri paesi europei) dalla nascita dell’autorità garante per la concorrenza e il mercato (cui segue la successiva nascita di autorità settoriali), una vera e propria magistratura tecnica dei mercati posta al di là della discrezionalità politica.

La politica per la concorrenza comunitaria, che sanziona ogni distorsione della libera concorrenza anche di tipo normativo-istituzionale interviene laddove i limiti alla concorrenza pregiudichino la libera circolazione di merci e capitali tra paesi membri e si rivolge in esclusiva a quei settori considerati di “rilevanza economica”. Tale categoria è però nel tempo andata assumendo connotati sempre più ampi includendo poco a poco settori tradizionalmente estranei a tale definizione (come una parte dei pilastri dello Stato sociale novecentesco: sanità, pensioni, istruzione). Afferma la stessa Commissione: “un crescente numero di attività un tempo erogate come servizi sociali ricadono oggi nella sfera delle norme della Commissione Europea nella misura in cui sono considerati servizi di natura economica”[2]. Il ragionamento di fondo è il seguente: soltanto i servizi di rilevanza economica rientrano nella sfera delle politiche di concorrenza della Commissione, ma praticamente tutti i servizi sono di rilevanza economica.

Si è così configurata una situazione per cui l’intervento attivo e “distorsivo” (nel linguaggio egemone) dello Stato nel sistema economico-produttivo (fuori dalla logica concorrenziale di mercato) è divenuto del tutto residuale e limitato a quei settori che la Commissione ancora giudica di non rilevanza economica. In tutti gli altri casi è semplicemente classificato come anticoncorrenziale e pertanto sanzionabile. Allo stesso modo vengono giudicate lesive della libera circolazione dei capitali tutte quelle norme di limitazione della libera concorrenza esistenti nei mercati privati protetti e fortemente regolamentati.

I percorsi di liberalizzazione interna approvati dai diversi governi dalla seconda metà degli anni ‘90 in poi fino ad oggi, si sono così indirizzati a due vaste aree di intervento: i settori gestiti dai vecchi monopoli pubblici (servizi di pubblica utilità in primis) e i settori privati regolamentati in senso limitativo della libera concorrenza (professioni e mestieri, esercizi commerciali, taxi etc etc).

Liberalizzazioni e privatizzazioni

Occorre inoltre richiamare brevemente il nesso inscindibile tra politiche di liberalizzazione e privatizzazioni. La liberalizzazione è, infatti, strettamente connessa con la privatizzazione sostanziale (prima ancora della privatizzazione formale), poiché impone all’operatore pubblico di comportarsi alla stregua di un operatore privato. Operare senza il perseguimento del profitto (la remunerazione normale del capitale) è, infatti, considerato già di per sé un atto non concorrenziale contrario alle politiche di liberalizzazione. Così come è anticoncorrenziale, a fortiori, ogni altra pratica tipica dell’operatore pubblico: la sussidiazione incrociata, la vendita sottocosto etc etc. Le liberalizzazioni indirizzate allo scardinamento dei monopoli pubblici sono quindi automaticamente privatizzazioni sostanziali (che storicamente sono poi spesso evolute in privatizzazioni anche formali). L’apparente neutralità della legislazione comunitaria per il profilo proprietario delle imprese è quindi solo apparente, dal momento che il rigido orientamento pro-liberalizzazioni impone di fatto il depotenziamento delle prerogative di un’impresa pubblica.

Conclusioni

In definitiva, risulta chiaro che, entro la cornice giuridica e istituzionale dell’Unione europea è divenuto impossibile per gli Stati esercitare la propria sovranità discrezionale sulla politica industriale. Il loro ruolo è infatti ridotto a quello di garanti del buon funzionamento della concorrenza sul mercato, cui si aggiunge un residuale Stato minimo assistenziale di cornice. Inoltre se un tempo le funzioni pubbliche assistenziali e quelle imprenditoriali-commerciali venivano spesso esercitate in forma integrata da parte dello Stato (facendo uso del sistema dei sussidi incrociati a fini sociali), prevale sempre più l’orientamento per cui i servizi universali (ridotti al lumicino) debbano essere scissi da quelli potenzialmente remunerativi, proprio per poter cedere questi ultimi al libero mercato e lasciare i primi in mano pubblica.

Si tratta, senza dubbio, di un quadro totalmente stravolto rispetto a quello vigente fino a venticinque-trenta anni fa. Un quadro che confligge in maniera stridente con il testo e lo spirito della Costituzione economica italiana e che da tempo, assieme agli altri quattro pilastri della politica economica sopra citati, avrebbe dovuto porre all’attenzione delle istituzioni un serio problema di conflitti tra due fonti normative primarie: da un lato i trattati europei di ispirazioni univocamente e rigidamente liberista, dall’altro la Costituzione italiana esplicitamente sensibile alla centralità della programmazione e, in ogni caso, assai più elastica ed aperta a molteplici soluzioni di politica economica e industriale.

Dal momento che una fonte sembra prevaricare reciprocamente l’altra senza possibilità di conciliazione si impone una riflessione radicale su quale delle due fonti debba divenire esplicitamente egemone. Nella realtà la soluzione implicita è stata la neutralizzazione della sostanza della Costituzione economica italiana a favore di un’acritica adesione ai trattati comunitari, ma non è affatto detto che tale soluzione sia unica ed irreversibile.

 

 

 

Le Multinazionali Espropriano Gli Stati

Multinazionali Amerikane Espropriano Gli Stati Europei Attraverso L’Ideologia Liberista e Noi Esproprieremo Loro..!

 

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Vittorio Boschelli

Quando abbiamo divulgato il “Programma Ideologico” del Fronte e abbiamo inserito L’Esproprio come punto cardine, molti hanno storto il naso e qualche Amico ci ha messo in croce, abbandonando il progetto, accusandoci di essere Bolscevichi, incorrendo in due errori gravi, il primo errore è stato quello di non tenere conto della differenza che passa tra un Programma Ideologico o Ideale e un Programma Politico Reale rapportato alle condizioni attuali, il secondo errore è quello di non tenere in considerazione il Ricatto e L’Esproprio in Atto da parte delle Multinazionali Private Mondiali ai danni degli Stati Nazionali…quindi ai danni del Popolo, convinti come siamo da sempre che il SISTEMA si combatte con le stesse armi, solo L’Esproprio ai loro danni può ristabilire l’Equilibrio e ridare al Popolo il Mal Tolto a LORO INSAPUTA attraverso accordi internazionali di matrice LIBERO-SCAMBISTA che il Popolo IGNORA COMPLETAMENTE (ascoltando le sirene, quelli..che “basta stampare moneta”), ecco il perchè si fa fatica a capire certe nostre scelte, dove nulla si decide a caso, e dove nulla è fatto a SFAVORE DEL POPOLO, ma questo ancora non viene premiato come si dovrebbe, nonostante da anni argomentiamo con fatti e dati tutto quello che sosteniamo, ma non è cosa facile capire e discernere la seta dalla stoppa, talmente è stato perdurante e martellante l’effetto dei luoghi comuni e della demagogia mediatica, che necessariamente ha provocato danni nel cervello di tanti Italiani, non reparabili in pochi anni. ma noi non molleremo, abbiamo la testa dura e tanta Fede.

 

Vi Lascio a questo articolo ben fatto, dai Bolscevichi di Le Monde Diplomatic…non è colpa nostra se l’hanno fatto loro…e non è colpa nostra se proponiamo l’espropri dei beni parassitari e fatti attraverso l’inganno verso i popoli europei, è colpa di altri amici che si definiscono di “destra” o similari, che continuano a dormire in piedi, per interesse personale o incapacità nel capire cosa accade sotto i loro occhi, ossessionati e intrappolati in seghe mentali ideologiche, mentre l’intreccio del libero scambio si ramifica e avanza fino a quando il processo di potere economico privato espropriante sarà irreversibile per qualsiasi STATO. Forse dopo capiranno…forse…!

Il trattato transatlantico, un uragano che minaccia gli europei

DI LORI WALLACH

Avviati nel 2008, i negoziati sull’accordo di libero scambio tra Canada e Unione europea sono terminati il 18 ottobre. Un buon segnale per il governo statunitense, che spera di concludere con il Vecchio continente una partnership di questo tipo. Negoziato in segreto, tale progetto fortemente sostenuto dalle multinazionali permetterebbe loro di citare in giudizio gli stati che non si piegano alle leggi del liberismo.

Possiamo immaginare delle multinazionali trascinare in giudizio i governi i cui orientamenti politici avessero come effetto la diminuzione dei loro profitti? Si può concepire il fatto che queste possano reclamare – e ottenere! – una generosa compensazione per il mancato guadagno indotto da un diritto del lavoro troppo vincolante o da una legislazione ambientale troppo rigorosa? Per quanto inverosimile possa apparire, questo scenario non risale a ieri. Esso compariva già a chiare lettere nel progetto di accordo multilaterale sugli investimenti (Mai) negoziato segretamente tra il 1995 e il 1997 dai ventinove stati membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Divulgato in extremis, in particolare da Le Monde diplomatique, il documento sollevò un’ondata di proteste senza precedenti, costringendo i suoi promotori ad accantonarlo.

Quindici anni più tardi, essa fa il suo ritorno sotto nuove sembianze. L’accordo di partenariato transatlantico (Ttip) negoziato a partire dal luglio 2013 tra Stati uniti e Unione europea è una versione modificata del Mai. Esso prevede che le legislazioni in vigore sulle due coste dell’Atlantico si pieghino alle regole del libero scambio stabilite da e per le grandi aziende europee e statunitensi, sotto pena di sanzioni commerciali per il paese trasgressore, o di una riparazione di diversi milioni di euro a favore dei querelanti. Secondo il calendario ufficiale, i negoziati non dovrebbero concludersi che entro due anni. Il Ttip unisce aggravandoli gli elementi più nefasti degli accordi conclusi in passato.

Se dovesse entrare in vigore, i privilegi delle multinazionali avrebbero forza di legge e legherebbero completamente le mani dei governanti. Impermeabile alle alternanze politiche e alle mobilitazioni popolari, esso si applicherebbe per amore o per forza poiché le sue disposizioni potrebbero essere emendate solo con il consenso unanime di tutti i paesi firmatari. Ciò riprodurrebbe in Europa lo spirito e le modalità del suo modello asiatico, l’Accordo di partenariato transpacifico (Trans-pacific partnership, Tpp), attualmente in corso di adozione in dodici paesi dopo essere stato fortemente promosso dagli ambienti d’affari. Insieme, il Ttip e il Tpp formerebbero un impero economico capace di dettare le proprie condizioni al di fuori delle sue frontiere: qualunque paese cercasse di tessere relazioni commerciali con gli Stati uniti e l’Unione europea si troverebbe costretto ad adottare tali e quali le regole vigenti all’interno del loro mercato comune. Tribunali appositamente creati Dato che mirano a liquidare interi compartimenti del settore non mercantile, i negoziati intorno al Ttip e al Tpp si svolgono a porte chiuse. Le delegazioni statunitensi contano più di seicento consulenti delegati dalle multinazionali, che dispongono di un accesso illimitato ai documenti preparatori e ai rappresentanti dell’amministrazione.

Nulla deve sfuggire. Sono state date istruzioni di lasciare giornalisti e cittadini ai margini delle discussioni: essi saranno informati in tempo utile, alla firma del trattato, quando sarà troppo tardi per reagire. In uno slancio di candore, l’ex ministro del commercio statunitense Ronald («Ron») Kirk ha fatto valere l’interesse «pratico» di «mantenere un certo grado di discrezione di confidenzialità ». Ha sottolineato che l’ultima volta che la bozza di un accordo in corso di formalizzazione è stata resa pubblica, i negoziati sono falliti – un’allusione alla Zona di libero scambio delle Americhe (Ftaa), versione estesa dell’Accordo di libero scambio nordamericano (Nafta). Il progetto, difeso accanitamente da George W. Bush, fu svelato sul sito internet dell’amministrazione nel 2001.

A Kirk, la senatrice Elizabeth Warren ribatte che un accordo negoziato senza alcun esame democratico non dovrebbe mai essere firmato. L’imperiosa volontà di sottrarre il cantiere del trattato statunitense-europeo all’attenzione del pubblico si comprende facilmente. Meglio prendere tempo prima di annunciare al paese gli effetti che esso produrrà a tutti i livelli: dal vertice dello Stato federale fino ai consigli municipali passando per i governatorati e le assemblee locali, gli eletti dovranno ridefinire da cima a fondo le loro politiche pubbliche per soddisfare gli appetiti del privato nei settori che in parte gli sfuggono ancora.

Sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali, libertà della rete, protezione della privacy, energia, cultura, diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione: non c’è una sfera di interesse generale che non passerà sotto le forche caudine del libero scambio istituzionalizzato. L’azione politica degli eletti si limiterà a negoziare presso le aziende o i loro mandatari locali le briciole di sovranità che questi vorranno concedere loro. È già stipulato che i paesi firmatari assicureranno la «messa in conformità delle loro leggi, dei loro regolamenti e delle loro procedure» con le disposizioni del trattato. Non vi è dubbio che essi vigileranno scrupolosamente per onorare tale impegno. In caso contrario, potranno essere l’oggetto di denunce davanti a uno dei tribunali appositamente creati per arbitrare i litigi tra investitori e Stati, e dotati del potere di emettere sanzioni commerciali contro questi ultimi.

L’idea può sembrare inverosimile: si inscrive tuttavia nella filosofia dei trattati commerciali già in vigore. Lo scorso anno, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha condannato gli Stati uniti per le loro scatole di tonno etichettate «senza pericolo per i delfini», per l’indicazione del paese d’origine sulle carni importate, e ancora per il divieto del tabacco aromatizzato alla caramella, dal momento che tali misure di tutela sono state considerate degli ostacoli al libero scambio. Il Wto ha inflitto anche all’Unione europea delle penalità di diverse centinaia di milioni di euro per il suo rifiuto di importare organismi geneticamente modificati (Ogm).

La novità introdotta dal Ttip e dal Tpp consiste nel permettere alle multinazionali di denunciare a loro nome un paese firmatario la cui politica avrebbe un effetto restrittivo sulla loro vitalità commerciale. Sotto un tale regime, le aziende sarebbero in grado di opporsi alle politiche sanitarie, di protezione dell’ambiente e di regolamentazione della finanza attivate in questo o quel paese reclamando danni e interessi davanti a tribunali extragiudiziari. Composte da tre avvocati d’affari, queste corti speciali rispondenti alle leggi della Banca mondiale e dell’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) sarebbero abilitate a condannare il contribuente a pesanti riparazioni qualora la sua legislazione riducesse i «futuri profitti sperati» di una società.

Questo sistema «investitore contro stato», che sembrava essere stato cancellato dopo l’abbandono del Mai nel 1998, è stato restaurato di soppiatto nel corso degli anni. In virtù di numerosi accordi commerciali firmati da Washington, 400 milioni di dollari sono passati dalle tasche del contribuente a quelle delle multinazionali a causa del divieto di prodotti tossici, delle normative sull’utilizzo dell’acqua, del suolo o del legname ecc. . Sotto l’egida di questi stessi trattati, le procedure attualmente in corso – nelle questioni di interesse generale come i brevetti medici, la lotta all’inquinamento e le leggi sul clima e sulle energie fossili – fanno schizzare le richieste di danni e interessi a 14 miliardi di dollari. Il Ttip aggraverebbe ulteriormente il peso di questa estorsione legalizzata, tenuto conto degli interessi in gioco nel commercio transatlantico.

Sul suolo statunitense sono presenti tremilatrecento aziende europee con ventiquattromila filiali, ciascuna delle quali può ritenere di avere buone ragioni per chiedere, un giorno o l’altro, riparazione per un pregiudizio commerciale. Un tale effetto a cascata supererebbe di gran lunga i costi causati dai trattati precedenti. Dal canto loro, i paesi membri dell’Unione europea si vedrebbero esposti a un rischio finanziario ancora più grande, sapendo che 14.400 compagnie statunitensi dispongono in Europa di una rete di 50.800 filiali. In totale, sono 75.000 le società che potrebbero gettarsi nella caccia ai tesori pubblici.

Ufficialmente, questo regime doveva servire inizialmente a consolidare la posizione degli investitori nei paesi in via di sviluppo sprovvisti di un sistema giuridico affidabile; esso avrebbe permesso di fare valere i loro diritti in caso di esproprio. Ma l’Unione europea e gli Stati uniti non sono esattamente delle zone di non-diritto; al contrario, dispongono di una giustizia funzionale e pienamente rispettosa del diritto di proprietà. Ponendoli malgrado tutto sotto la tutela di tribunali speciali, il Ttip dimostra che il suo obiettivo non è quello di proteggere gli investitori ma di aumentare il potere delle multinazionali. Processo per aumento del salario minimo Ovviamente gli avvocati che compongono questi tribunali non devono rendere conto a nessun elettorato. Invertendo allegramente i ruoli, possono sia fungere da giudici che perorare la causa dei loro potenti clienti.

Quello dei giuristi degli investimenti internazionali è un piccolo mondo: sono solo quindici a dividersi il 55% delle questioni trattate fino a oggi. Evidentemente, le loro decisioni sono inappellabili. I «diritti» che essi hanno il compito di proteggere sono formulati in modo deliberatamente approssimativo, e la loro interpretazione raramente tutela gli interessi della maggioranza. Come quello accordato all’investitore di beneficiare di un quadro normativo conforme alle sue «previsioni» – per il quale va inteso che il governo si vieterà di modificare la propria politica una volta che l’investimento ha avuto luogo. Quanto al diritto di ottenere una compensazione in caso di «espropriazione indiretta», ciò significa che i poteri pubblici dovranno mettere mano al portafoglio se la loro legislazione ha per effetto la riduzione del valore di un investimento, anche quando questa stessa legislazione si applica alle aziende locali.

I tribunali riconoscono anche il diritto del capitale ad acquistare sempre più terre, risorse naturali, strutture, fabbriche, ecc. Non vi è nessuna contropartita da parte delle multinazionali: queste non hanno alcun obbligo verso gli Stati e possono avviare delle cause dove e quando preferiscono. Alcuni investitori hanno una concezione molto estesa dei loro diritti inalienabili. Si è potuto recentemente vedere società europee avviare cause contro l’aumento del salario minimo in Egitto o contro la limitazioni delle emissioni tossiche in Perú, dato che il Nafta serve in quest’ultimo caso a proteggere il diritto a inquinare del gruppo statunitense Renco . Un altro esempio: il gigante delle sigarette Philip Morris, contrariato dalla legislazione antitabacco dell’Uruguay e dell’Australia, ha portato i due paesi davanti a un tribunale speciale. Il gruppo farmaceutico americano Eli Lilly intende farsi giustizia contro il Canada, colpevole di avere posto in essere un sistema di brevetti che rende alcuni medicinali più accessibili. Il fornitore svedese di elettricità Vattenfall esige diversi miliardi di euro dalla Germania per la sua «svolta energetica», che norma più severamente le centrali a carbone e promette un’uscita dal nucleare.

Non ci sono limiti alle pene che un tribunale può infliggere a uno Stato a beneficio di una multinazionale. Un anno fa, l’Ecuador si è visto condannato a versare la somma record di 2 miliardi di euro a una compagnia petrolifera. Anche quando i governi vincono il processo, essi devono farsi carico delle spese giudiziarie e di varie commissioni che ammontano mediamente a 8 milioni di dollari per caso, dilapidati a discapito del cittadino. Calcolando ciò, i poteri pubblici preferiscono spesso negoziare con il querelante piuttosto che perorare la propria causa davanti al tribunale. Lo stato canadese si è così risparmiato una convocazione alla sbarra abrogando velocemente il divieto di un additivo tossico utilizzato dall’industria petrolifera.

Eppure, i reclami continuano a crescere. Secondo la Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), a partire dal 2000 il numero di questioni sottoposte ai tribunali speciali è decuplicato. Se il sistema di arbitraggio commerciale è stato concepito negli anni ’50, non ha mai servito gli interessi privati quanto a partire dal 2012, anno eccezionale in termini di depositi di pratiche.

Questo boom ha creato un fiorente vivaio di consulenti finanziari e avvocati d’affari. Il progetto di un grande mercato americano-europeo è sostenuto da lungo tempo da Dialogo economico transatlantico (Trans-atlantic business dialogue, Tabd), una lobby meglio conosciuta con il nome di Trans-atlantic business council (Tabc). Creata nel 1995 con il patrocinio della Commissione europea e del ministero del commercio americano, questo raggruppamento di ricchi imprenditori è impegnato per un «dialogo» altamente costruttivo tra le élite economiche dei due continenti, l’amministrazione di Washington e i commissari di Bruxelles. Il Tabc è un forum permanente che permette alle multinazionali di coordinare i loro attacchi contro le politiche di interesse generale che restano ancora in piedi sulle due coste dell’Atlantico. Il suo obiettivo, pubblicamente dichiarato, è di eliminare quelle che definisce come «discordie commerciali» (trade irritants), vale a dire di operare sui due continenti secondo le stesse regole e senza interferenze da parte dei poteri pubblici.

«Convergenza regolativa» e «riconoscimento reciproco» fanno parte dei quadri semantici che Tabc brandisce per incitare i governi ad autorizzare i prodotti e i servizi che trasgrediscono le legislazioni locali. Ma invece di auspicare un semplice ammorbidimento delle leggi esistenti, gli attivisti del mercato transatlantico si propongono senza mezzi termini di riscriverle loro stessi. La Camera americana di commercio e BusinessEurope, due tra le più grandi organizzazioni imprenditoriali del pianeta, hanno richiesto ai negoziatori del Ttip di riunire attorno a un tavolo di lavoro un campionario di grossi azionisti e di responsabili politici affinché questi «redigano insieme i testi di regolamentazione» che avranno successivamente forza di legge negli Stati uniti e in Unione europea.

C’è da chiedersi, del resto, se la presenza dei politici in questo laboratorio di scrittura commerciale sia veramente indispensabile… Di fatto, le multinazionali mostrano una notevole franchezza nell’esporre le loro intenzioni. Sulla questione degli Ogm, ad esempio. Mentre negli Stati uniti uno stato su due pensa di rendere obbligatoria un’etichetta indicante la presenza di organismi geneticamente modificati in un alimento – misura auspicata dall’80% dei consumatori del paese –, gli industriali del settore agroalimentare, là come in Europa, spingono per l’interdizione di questo tipo di etichettatura.

L’Associazione nazionale dei confettieri non usa mezzi termini: «L’industria statunitense vorrebbe che il Ttip progredisse su tale questione sopprimendo l’etichettatura Ogm e le norme relative alla tracciabilità». L’influente Associazione dell’industria biotecnologica (Biotechnology industry organization, Bio), di cui fa parte il colosso Monsanto, dal canto suo si indigna perché alcuni prodotti contenenti Ogm e venduti negli Stati uniti possano subire un rifiuto sul mercato europeo. Essa desidera di conseguenza che il «baratro che si è scavato tra la deregolamentazione dei nuovi prodotti biotecnologici negli Stati uniti e la loro accoglienza in Europa» sia presto colmato . Monsanto e i suoi amici non nascondono la speranza che la zona di libero scambio transatlantico permetta di imporre agli europei il loro «catalogo ricco di prodotti Ogm in attesa di approvazione e di utilizzo ». Le rivelazioni sul Datagate L’offensiva non è meno vigorosa sul fronte della privacy. La Coalizione del commercio digitale (Digital Trade Coalition, Dtc), che raggruppa industriali del Net e del hi-tech, preme sui negoziatori del Ttip per togliere le barriere che impediscono ai flussi di dati personali di riversarsi liberamente dall’Europa verso gli Stati uniti (si legga l’articolo a pagina 20). I lobbisti si spazientiscono: «L’attuale punto di vista dell’Unione, secondo cui gli Stati uniti non forniscono una protezione “adeguata” della privacy, non è ragionevole». Alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden sul sistema di spionaggio dell’Agenzia nazionale di sicurezza (National security agency, Nsa), tale opinione risoluta è certo interessante. Tuttavia, non eguaglia la dichiarazione dell’Us council for international business (Uscib), un gruppo di società che, seguendo l’esempio di Verizon, ha massicciamente rifornito la Nsa di dati personali: «L’accordo dovrebbe cercare di circoscrivere le eccezioni, come la sicurezza e la privacy, al fine di assicurarsi che esse non siano ostacoli camuffati al commercio».

Anche le norme sulla qualità nell’alimentazione sono prese di mira. L’industria statunitense della carne vuole ottenere la soppressione della regola europea che vieta i polli disinfettati al cloro. All’avanguardia di questa battaglia, il gruppo Yum!, proprietario della catena di fast food Kentucky fried chicken (Kfc), può contare sulla forza d’urto delle organizzazioni imprenditoriali. L’Associazione nordamericana della carne protesta: «L’Unione autorizza soltanto l’uso di acqua e vapore sulle carcasse».

Un altro gruppo di pressione, l’Istituto americano della carne, deplora «il rifiuto ingiustificato [da parte di Bruxelles] delle carni addizionate di beta-agonisti, come il cloridrato di ractopamina». La ractopamina è un medicinale utilizzato per gonfiare il tasso di carne magra di suini e bovini. A causa dei rischi per la salute degli animali e dei consumatori, è stata bandita in centosessanta paesi, tra cui gli stati membri dell’Unione, la Russia e la Cina. Per la filiera statunitense del suino, tale misura di protezione costituisce una distorsione della libera concorrenza a cui il Ttip deve urgentemente porre fine. Il Consiglio nazionale dei produttori di suino (National pork producers council, Nppc) minaccia: «I produttori americani di carne di suino non accetteranno altro risultato che non sia la rimozione del divieto europeo della ractopamina».

Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, gli industriali raggruppati in BusinessEurope, denunciano le «barriere che colpiscono le esportazioni europee verso gli Stati uniti, come la legge americana sulla sicurezza alimentare». Dal 2011, essa autorizza infatti i servizi di controllo a ritirare dal mercato i prodotti d’importazione contaminati. Anche in questo caso, i negoziatori del Ttip sono pregati di fare tabula rasa.

Si ripete lo stesso con i gas a effetto serra. L’organizzazione Airlines for America (A4A), braccio armato dei trasportatori aerei statunitensi, ha steso una lista di «regolamenti inutili che portano un pregiudizio considerevole alla [loro] industria» e che il Ttip, ovviamente, ha la missione di cancellare. Al primo posto di questa lista compare il sistema europeo di scambio di quote di emissioni, che obbliga le compagnie aeree a pagare per il loro inquinamento a carbone. Bruxelles ha provvisoriamente sospeso questo programma; A4A esige la sua soppressione definitiva in nome del «progresso». Ma è nel settore della finanza che la crociata dei mercati è più virulenta, Cinque anni dopo l’esplosione della crisi dei subprime, i negoziatori americani ed europei si sono trovati d’accordo sul fatto che le velleità di regolamentazione dell’industria finanziaria avevano fatto il loro tempo. Il quadro che essi vogliono delineare prevede di levare tutti i paletti in materia di investimenti a rischio e di impedire ai governi di controllare il volume, la natura e l’origine dei prodotti finanziari messi sul mercato. Insomma si tratta puramente e semplicemente di cancellare la parola «regolamentazione».

Da dove viene questo stravagante ritorno alle vecchie idee thatcheriane? Esso risponde in particolare ai desideri dell’Associazione delle banche tedesche, che non manca di esprimere le sue «inquietudini» a proposito della tuttavia timida riforma di Wall street adottata all’indomani della crisi del 2008. Uno dei suoi membri più intraprendenti sul tema è la Deutsche bank, che ha tuttavia ricevuto nel 2009 centinaia di miliardi di dollari dalla Federal reserve statunitense in cambio di titoli addossati a crediti ipotecari. Il mastodonte tedesco vuole farla finita con la regolamentazione Volcker, chiave di volta della riforma di Wall street, che a suo avviso sovraccarica un «peso troppo grave sulle banche non statunitensi». Insurance Europe, punta di lancia delle società assicurative europee, dal canto suo auspica che il Ttip «sopprima» le garanzie collaterali che dissuadono il settore dall’avventurarsi negli investimenti ad alto rischio.

Quanto al Forum dei servizi europei (l’organizzazione padronale di cui fa parte la Deutsche bank), questi si agita dietro le quinte delle trattative transatlantiche affinché le autorità di controllo statunitensi cessino di ficcare il naso negli affari delle grandi banche straniere operanti sul loro territorio.

Da parte degli Usa, si spera soprattutto che il Ttip affossi davvero il progetto europeo di tassare le transazioni finanziarie. La questione pare essere già intesa, dal momento che la stessa Commissione europea ha giudicato tale tassa non conforme alle regole del Wto . Nella misura in cui la zona di libero scambio transatlantica promette un liberismo ancora più sfrenato di quello del Wto, e dato che il Fondo monetario internazionale (Fmi) si oppone a qualunque forma di controllo sui movimenti di capitali, negli Stati uniti la debole «Tobin tax» non preoccupa più nessuno. Ma le sirene della deregolamentazione non si fanno ascoltare solo nell’industria finanziaria. Il Ttip intende aprire alla concorrenza tutti i settori «invisibili» e di interesse generale.

Gli stati firmatari si vedranno costretti non soltanto a sottomettere i loro servizi pubblici alla logica del mercato, ma anche a rinunciare a qualunque intervento sui fornitori stranieri di servizi che ambiscono ai loro mercati. I margini politici di manovra in materia di sanità, energia, educazione, acqua e trasporti si ridurrebbero progressivamente.

La febbre commerciale non risparmia nemmeno l’immigrazione, poiché gli istigatori del Ttip si arrogano il potere di stabilire una politica comune alle frontiere – senza dubbio per facilitare l’ingresso di un bene o un servizio da vendere, a svantaggio degli altri.

Da qualche mese si è intensificato il ritmo dei negoziati. A Washington, si hanno buone ragioni di credere che i dirigenti europei siano pronti a qualunque cosa per ravvivare una crescita economica moribonda, anche a costo di rinnegare il loro patto sociale. L’argomento dei promotori del Ttip, secondo cui il libero scambio deregolamentato faciliterebbe i commerci e sarebbe dunque creatore di impieghi, apparentemente ha maggior peso del timore di uno scisma sociale. Le barriere doganali che sussistono ancora tra l’Europa e gli Stati uniti sono tuttavia già «abbastanza basse», come riconosce il rappresentante statunitense al commercio.

I fautori del Ttip ammettono che il loro principale obiettivo non è quello di alleggerire i vincoli doganali, comunque insignificanti, ma di imporre «l’eliminazione, la riduzione e la prevenzione di politiche nazionali superflue », dal momento che viene considerato «superfluo» tutto ciò che rallenta la circolazione delle merci, come la regolazione della finanza, la lotta contro il riscaldamento climatico o l’esercizio della democrazia. In realtà i rari studi dedicati alle conseguenze del Ttip non si attardano per nulla sulle sue ricadute sociali ed economiche.

Un rapporto frequentemente citato, proveniente dal Centro europeo di economia politica internazionale (European centre for international political economy, Ecipe), afferma con l’autorevolezza di un Nostradamus da scuola commerciale che il Ttip darà alla popolazione del mercato transatlantico un aumento di ricchezza di 3 centesimi pro-capite al giorno… a partire dal 2029. A dispetto del suo ottimismo, lo stesso studio valuta ad appena 0,06% l’aumento del prodotto interno lordo (Pil) in Europa e negli Stati uniti in seguito all’entrata in vigore del Ttip. Ancora, un tale «impatto» è decisamente non realistico dato che i suoi autori postulano che il libero scambio «dinamizza» la crescita economica: una teoria regolarmente confutata dai fatti. Un aumento così infinitesimale sarebbe d’altronde impercettibile.

A titolo di paragone, la quinta versione dell’iPhone di Apple ha generato negli Stati uniti una crescita del Pil otto volte più importante. Pressoché tutti gli studi sul Ttip sono stati finanziati da istituzioni favorevoli al libero scambio o da organizzazioni imprenditoriali, ragione per cui i costi sociali del trattato non appaiono mai, così come le sue vittime dirette, che potrebbero tuttavia ammontare a centinaia di milioni. Ma i giochi non sono ancora conclusi.

Come hanno mostrato le disavventure del Mai, del Ftaa e alcuni cicli di negoziati del Wto, l’utilizzo del «commercio» come cavallo di Troia per smantellare le protezioni sociali e instaurare una giunta di incaricati d’affari in passato ha fallito a più riprese. Nulla ci dice che non possa succedere la stessa cosa anche questa volta.