Renzi Batte Amato Bail-In

Renzi batte Amato cento ad uno con il bail-in

 

bail-in_fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

Avevamo già scritto su FB sulla scelta politica criminale avvenuta per decreto, da parte del governo Renzi, di adottare il Bail-In in italia e nell’eurozona, ma un interessante articolo del solito Bagnai, mi ha ispirato a ritornare sull’argomento, facendo un paio di puntualizzazioni, ricordando quello che avevamo scritto in passato sul prelievo forzoso, tra scherni e sorrisi di alcuni idioti.

La vendetta è un piatto che si serve sempre freddo…capito cari piddini? Vi piace l’euro? PAGATE…noi abbiamo già dato ed essendo consapevoli non ci facciamo fregare i nostri soldi, per chi li ha, per chi vi scrive non ha questo problema i cazzi sono i vostri, come sono stati del nostro fegato per 8 lunghi anni nel tentativo di rendervi meno idioti…inutilmente.

Adesso siccome non capirete neppure pagando un bel prezzo (questo è solo l’inizio), vi incazzerete con Renzi e come fa chi non ha capito, esattamente come i mercati nel mondo dell’euro, vi dirigerete dalla parte sbagliata, direzione 5 STELLE…della serie…idiozia al quadrato esattamente come il Più Europa.

Nel lasciarvi alla lettura dell’articolo di Bagnai, ho bisogno di ricordarvi quello che avevamo scritto in passato noi del Fronte Popolare che trovate QUI per il 2013 e QUI per il 2014, vi evito quelli scritti ancora prima e vorrei sottolineare due cose.

Alcuni giorni fa un intermediario finanziario, chiede: “chi di voi sa cos’è il Bail-in?” io mi sono stato muto, avevo già capito dove volesse andare a parare, infatti dopo una serie di risposte di altri amici presenti, lui esordisce così:

“il Bail-In è una grossa opportunità e io sono d’accordo”

Ho mugugliato e chi era seduto vicino a me ha sentito, mi sono dovuto violentare per non rovinare la festa agli altri presenti, per una questione di rispetto verso chi mi aveva invitato.

Questo fa capire il cinismo e i danni che possono causare alcune dottrine finanziarie e una certa mentalità liberista…non aggiungo altro…solo una cosa, chi mi ha ascoltato anni fa, non ha perso e non perderà nulla…almeno in soldi…la libertà è già andata.

Mentre gente come noi e questa lettrice di Gofynomics per anni non solo ha dovuto ascoltare scemenze ciniche come questa e anche peggiori, ma ci siamo dovuti avvelenare il fegato rimettendoci la salute che non ci ripagherà nessuno, e vi riporto il suo commento che deve far riflettere.

Yliana Kelevra ha lasciato un nuovo commento sul tuo post “La proxima salida del euro“:

La conoscenza è potere! Ma cosa può questo potere di fronte all’ aria di sufficienza con cui gente impreparata ti guarda, mentre tu cerchi di spiegargli la verità? Non può molto purtroppo. Io l’ho provato. La gente ostenta superiorità quando spiego cosa sia in realtà l’ euro. Persone che non hanno una minima conoscenza in campo economico si elevano a giudici di ciò che è giusto o sbagliato. Perché lo fanno? Perché rifiutarsi di ascoltare perlomeno? Forse sarà per via della mia giovane età, ma quel che resta alla fine è solo una profonda amarezza e senso di frustrazione. Da qui il mio triste sfogo.
Postato da Yliana Kelevra in Goofynomics alle 29 novembre 2015 18:07

Buona lettura a tutti i Piddini, vi avevo avvisati in tempi non sospetti, le cose si capiscono solo quando si pagherà un prezzo salato, anche se Renzi vi ha già preso 100 volte di più di quello che vi aveva preso Giuliano Amato per salvare lo SME, l’antenato dell’euro, nello scandalo di allora e nel silenzio quasi totale di oggi per Renzi, non finisce mica qui…buon sonno a tutti.

Confiteor (2): se vuoi l’euro vuoi il bail-in.

…scusate però!

Io sono vicino a Claudio nel suo tentativo di portare all’attenzione generale il tema dell’iniquo bail-in che ha spiantato nel giro di un fine settimana migliaia di risparmiatori italiani. Ci eravamo lamentati del furto di Amato dai nostri conti correnti, nel tentativo di salvare lo SME che poi sarebbe comunque saltato due mesi dopo, ma in quel caso l’entità, lo ricordo per chi si fosse messo in ascolto in questo momento, fu a spanna di circa 6 miliardi di euro, divisi però su tutti i conti correnti bancari accesi all’epoca. Diciamo che oggi ci sono circa 30 milioni di conti correnti (a spanna, uno ogni due abitanti). Se anche all’epoca ce ne fosse stato uno ogni tre, avrebbe fatto 300 euro a conto in media. Cifre che non cambiavano una vita, anche tenendo conto del fatto che all’epoca 300 euro in realtà erano quasi 600000 lire (e la differenza la sa chi ci è passato). Io un conto lo avevo, ma avevo, già allora, l’insigne privilegio di essere povero, e nemmeno me ne accorsi. In questo caso si parla di 728 milioni di euro sottratti a 5000 persone (ma non sono così certo che il fenomeno sia tanto circoscritto, per cui se avete dati più attendibili vi sarò grato se vorrete condividerli), il che comunque significa circa 150000 euro a cranio (145600 per la precisione).

In questo caso stiamo parlando di cifre che cambiano una vita, ovviamente in peggio: la differenza fra l’agiatezza e la povertà, per alcuni.

Sono anche d’accordo sul fatto che le modalità sono particolarmente odiose, che a quanto emerge chi ha sottoscritto quei titoli non avrebbe potuto essere informato del reale rischio nemmeno se chi era tenuto a farlo avesse voluto farlo (perché il governo, a quanto capisco, ha cambiato le carte in tavola per decreto); che fa quindi prudere le mani il tentativo degli influencer minori libberisti di far passare il pensionato di Macerata per un George Soros, cioè per una persona che è giusto sostenga il rischio delle attività speculative che ha intrapreso con spregiudicatezza (laddove il pensionato non pensava minimamente di star speculando, anzi! Stava mettendo i soldi nella “sua” banca); che l’indignazione non può che essere amplificata dal fatto che ancora una volta si applicano due pesi e due misure, perché alla Germania, come vi dico da sempre, fu permesso (perché, come sempre, lo permise lei a se stessa) di salvare le sue banche con cifre spaventose (140 miliardi solo per la Hypo Real Estate), mentre adesso da noi cifre pari a un centesimo di quelle ci verrebbero rinfacciate come aiuto di Stato; che l’ira potrebbe legittimamente impossessarsi di chi pensi a come il nostro governo di cialtroni mentecatti ha negoziato l’Unione bancaria e in particolare il meccanismo di risoluzione unico,essendo del tutto evidente che per mere considerazioni di equità non si poteva pensare a un meccanismo unico in un contesto nel quale i paesi più furbi, i simpatici kiagnundfottendel Nord, avevano messo in sicurezza le proprie banche con secchiate di miliardi (fottendosene che fossero o meno aiuti di Stato, in omaggio a una consolidata tradizione di slealtà) e si erano per soprammercato disegnati delle regole di supervisione tali dalasciare fuori dal mirino della Bce la loro merda; e, soprattutto, che lascia sbigottiti la certezza, e quando dico certezza intendo certezza, che il sacrificio di tante vite umane al Moloch dell’euro non servirà a un beneamato nulla, perché così fu del sacrificio compiuto nel 1992.

Mi sta tutto bene: indigniamoci, solleviamo il problema, portiamolo all’attenzione di chi non ha capito che tanto poi toccherà a lui…

Ma…

Ma…

Ma, appunto, scusate, fermiamoci un attimo, volete? Perché che questa è una guerra l’abbiamo capito, no? E io sto sudando sangue, quindi devo essere una specie di generale, almeno a sentir Gadda. E allora forse bisognerà pure che vi faccia un discorsetto, volete?

Bè, anche se non volete, sapete che c’è? Come ho detto ieri alle Frattocchie nere: “Voi credete di essere fascisti, ma qui il più fascista sono io, perché sono l’unico che se ne frega veramente”. Del resto, se “I care” era lo slogan di un noto cialtrone “de sinistra”, “I don’t care” non può che diventare lo slogan della resistenza alla sinistra lompo (Lameduck santa subito dopo), subalterna al grande capitale finanziario e disposta a passare su qualsiasi cadavere pur di tutelarne gli interessi.

Quindi, I don’t care se quello che sto per dirvi vi interesserà o vi piacerà, ma ve lo dico, e prima vi faccio rileggere una lettera, quella di un nostro amico (o amica):

Yliana Kelevra ha lasciato un nuovo commento sul tuo post “La proxima salida del euro“:

La conoscenza è potere! Ma cosa può questo potere di fronte all’ aria di sufficienza con cui gente impreparata ti guarda, mentre tu cerchi di spiegargli la verità? Non può molto purtroppo. Io l’ho provato. La gente ostenta superiorità quando spiego cosa sia in realtà l’ euro. Persone che non hanno una minima conoscenza in campo economico si elevano a giudici di ciò che è giusto o sbagliato. Perché lo fanno? Perché rifiutarsi di ascoltare perlomeno? Forse sarà per via della mia giovane età, ma quel che resta alla fine è solo una profonda amarezza e senso di frustrazione. Da qui il mio triste sfogo.
Postato da Yliana Kelevra in Goofynomics alle 29 novembre 2015 18:07

Ecco, vi propongo un piccolo esperimento concettuale.

Nel terzo post di questo blog (il primo Quod erat demonstrandum) abbiamo detto chiaramente da dove sarebbe venuta la botta: dalle sofferenze bancarie. Questo, naturalmente, dopo aver spiegato per filo e per segno che queste sofferenze erano causate da una generale sofferenza dell’economia italiana determinata dall’euro, che soffocava le imprese e quindi le famiglie, impedendo loro di ripagare i debiti contratti col sistema bancario. E per tutta la durata di questo nostro percorso ci siamo detti che ilredde rationem sarebbe arrivato quando ci si sarebbe trovati di fronte alla necessità di ricapitalizzare le banche in euro, sottomettendoci alla troika, o in lire, recuperando sovranità monetaria. Ma già due anni or sono ci era apparso subito chiaro che esisteva uno step intermedio, che siamo stati fra i primi a intuire: quello di ricapitalizzare le banche in euro coi soldi di chi ce li aveva messi. Il bail-in, appunto, la cui ineluttabilità ci era apparsa chiara quando abbiamo visto che per proporlo si usava il metodo Juncker.

Quindi, noi, qui, che quello che è successo sarebbe successo lo sappiamo da quattro anni, e come sarebbe successo lo sappiamo da due anni, e sappiamo anche il perché: per i motivi che da due anni ci descrive la Bce e da due mesi il Centre for European qualcosa: gli squilibri finanziari causati dall’euro.

Bene.

Ora proiettatevi a Macerata (città a me peraltro cara) all’ora dell’aperitivo, in un bar della piazza, e immaginatevi Yliana (quella della lettera qua sopra) che spiega al pensionato piddino oggi sul lastrico che potrebbe esserci un problema, e che c’è un tizio che da quattro anni suda sangue e si rovina la salute per evitare che succeda qualcosa di molto brutto.

Secondo voi, il pensionato piddino (dove, ribadisco, la piddinitas non è intesa in senso politico, ma antropologico: la spocchiosa supponenza dell’Untermensch mentecatto che sa di sapere semplicemente perché non si rende conto di defecare gli escrementi che i media controllati da chi ha i soldi per farlo gli hanno fatto ingollare la sera prima), il pensionato piddino, dicevo, avrebbe risposto in un modo diverso da quello descritto da Yliana? Avrebbe manifestato qualcosa di diverso da chiusura, diniego, rifiuto?

Siete sicuri di non sapere la risposta? Non credo. Siete sicuri di saperla, e avete ragione, perché la risposta sappiamo tutti qual è, ed è purtroppo quella giusta, ed è un sonoro:

no

Il pensionato piddino di Macerata, o di Chieti, o di Firenze, o di quel che l’è, certo, non è il George Soros che gli influencer minori dipingono.

Ma non è nemmeno mai stato dalla nostra parte.

Tutt’altro.

È stato l’archetipo, il paradigma, il campione di tutti i difensori senza se e senza ma dell’euro. In altre parole, carissimi, per quanto urticanti queste parole possano essere, per quanto fuori luogo oggi, per quanta compassione umana possiamo e dobbiamo provare per il nostro prossimo, cerchiamo però di non perdere di vista un dato.

Il dato è che i risparmiatori che hanno perso in questo modo iniquo il loro patrimonio sono nostri nemici.

Hanno voluto l’euro? Se lo godano! Ci sono stati a sentire mentre cercavamo di spiegar loro i rischi? Crepino! Hanno sostenuto il blocco di potere politico che sta svendendo l’Italia al capitale estero? Ed è giusto che questo capitale estero li stermini e ne sperda il seme per settantasette volte sette generazioni!

Se fosse successo a noi, questi, che ci hanno irriso mentre cercavamo di farli ragionare, avrebbero pianto? E quando ci succederà, dopo che è successo a loro, e quindi sanno cos’è, proveranno solidarietà? E se gli interessi all’8% se li fossero messi in tasca, poi ci avrebbero invitato a cena?

Noi abbiamo ragionato, e questo ci è costato molto: a me, ma anche a voi. Abbiamo anche cercato di far ragionare, ci è costato ancora di più, a voi, ma anche a me. Ma è stato inutile. E, aggiungo, lo sarà  anche ora che la crisi li ha morsi, e che quindi, finalmente, la corazza del loro gretto egoismo è stata infranta da un colpo cui avrebbero potuto sottrarsi. Piuttosto che ragionare, voteranno 5 stelle, cioè il piano B della finanza statunitense (dopo che il piano A se li è magnati e ricacati, come a Roma plasticamente dicono).

Quindi, carissimi, guardate il bicchiere mezzo pieno, ogni tanto: siamo arrivati ad un momento particolarmente interessante della battaglia. Quello in cui i nostri nemici si sparano addosso fra loro. Mi perdonate se il mio ciglio per il momento resta asciutto? Oggi quello che potevo piangere l’ho pianto nel post precedente. Chi è rimasto vittima della propria idiozia ha una possibilità di riscatto: unirsi a noi.

Ma se l’avesse veramente avuta, questa possibilità, non sarebbe rimasto vittima della propria idiozia.

Noi non abbiamo nulla da rimproverarci. Abbiamo fatto fin troppo.

Natura è matrigna: non piangiamo ogni anguilla mangiata da una spigola, e quindi non possiamo piangere ogni renziano stritolato da Renzi.

Ricordate? Come un ladro nella notte!

Anche Renzi, come Woody Allen, a qualcuno deve pur ispirarsi.

(qualora non si fosse capito, ho lasciato purtroppo senza tappo la damigiana della giustizia, che ha preso d’aceto, ed è diventata vendetta. Io naturalmente sono non violento, non solo per motivi etici, e per pigrizia, ma anche perché è inutile: Dio non è con loro, perché anche lui odia gli imbecilli… Lasciamolo lavorare, lasciamo che i nemici si accoppino a vicenda, teniamo i nervi saldi, e uniamo i puntini per salvare i nostri soldini…)

 

Imprenditori Leoni o Coglioni?

Gli imprenditori italiani possono essere leoni o coglioni…dipende solo da loro la rinascita o la morte.

 

pmi_fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

Sono stato invitato alla terza convention di piccoli e medi imprenditori, artigiani e commercianti, dove hanno dato vita ad un unione di sinergie attraverso la costituzione di una nuova associazione denominata Partite Iva Unite-PIU, con l’intento di fare qualche cosa di concreto per la piccola e media impresa e per la loro Italia.

Il Presidente e imprenditore Gaetano Balsamo mi ha gentilmente invitato a Prato, dove si è svolta la convention e ho avuto modo di esprimere alcuni concetti che ho sempre sostenuto in questi anni, le sorti dell’italia e del cambio di paradigma economico e politico è sempre stato in mano agli imprenditori, ma ancora oggi purtroppo molti di loro non l’ho hanno capito, i movimenti nuovi e piccoli come il nostro è altri ancora più meritevoli di noi, potevano diventare grandi magari unendosi, solo grazie al loro supporto economico e non solo, cosa che non poteva fare un disoccupato o una casalinga per ovvi motivi.

Certamente questo aveva un costo e ha un costo ancora oggi, ma la libertà e la sopravvivenza delle loro aziende, non si conquista con un pasto gratis, come dice lo stesso Gaetano Balsamo che ha capito, “senza i soldi non si può fare nulla”.

Purtroppo ancora molti imprenditori, al posto di correre in massa ad aderire a PIU, preferiscono ancora sperare nei politicanti elitari di regime e non avvertono il minimo dovere di difendere loro stessi e la propria Patria dalla finanza internazionale, dalle banche e dai politicanti che li vogliono morti, non ha caso hanno distrutto la domanda interna italiana in nome di una moneta, ma questo ancora non si capisce del tutto, si crede che sia colpa del latrocinio dei politicanti che hanno creato il debito pubblico, ecco il perchè si continua a sperare nell’impossibile, cioè basta cambiare politicanti.

In questi anni ho pubblicato alcune lettere e osservazioni di imprenditori che hanno fatto ad altri o al sottoscritto dove ho sempre evidenziato, l’ignoranza, la paura di avversare l’elite e una certo egoismo atto a coltivare la propria azienda, affermando due cose semplici:

1) Imprenditori e Operai erano facce della stessa medaglia.

2) Tutti gli imprenditori piccoli, artigiani, commercianti  che non esportavano all’estero e che la loro linfa era la domanda interna, sarebbero deragliati con certezza matematica, era solo una questione di tempo.

Come dimostra questa nuova associazione, molti imprenditori stanno prendendo coscienza di ciò, ma ancora non basta, c’è bisogno di una unione e partecipazione più massiccia, più motivata, più consapevole a difesa del bene comune e contro i propri carnefici e non di speranza rimanendo ancora alla finestra, perchè non c’è più tempo e Gaetano Balsamo lo dice in modo palese, “cosa aspettate? la guerra civile?”, non c’è più tempo, basta guardarsi attorno, oggi si dovrebbe capire meglio rispetto a qualche anno fa quando eravamo noi a dirlo.

Confindustria attraverso il suo presidente Squinzi oggi si accorge che il Jobs Act non serve ad una mazza, dopo averlo osannato, assieme al venditore di pentole bucate Renzi, ma per chi ci segue non è una novità, sapevamo già.

Come non serve ad una mazza il QE “dell’italiano” Draghi, anche questo detto a suo tempo.

Quindi cari imprenditori piccoli e medi, commercianti o artigiani con i vostri dipendenti, unitevi e lottate, altrimenti il vostro destino è segnato da tempo, andrete a sbattere contro il muro che vi ha preparato l’euro e il mondialismo per mano de i vostri politicanti, se non capite ancora che è un vostro dovere verso voi stessi e gli altri, non ci sarà nessuna possibilità di salvezza per nessuno.

Quindi a voi la scelta, quella di essere leoni o quella di essere coglioni, per poi quando sarà tardi, ripetersi potevo fare o potevo ascoltare quel coglione di Boschelli che per anni ci ha rotto le scatole con l’euro e il liberismo mondialista causa dei nostri mali e con la sovranità nazionale come unica salvezza.

Ringrazio come italiano che lotta, tutte le Partite IVA Unite che hanno capito la situazione attuale e hanno ritenuto doveroso unirsi nella lotta per la sopravvivenza delle proprie aziende e dell’italia come Patria, per la libertà, il lavoro, la dignità, la costituzione e la prosperità propria e di tutto il popolo italiano, dove il profitto è solo una parte della missione sociale e etica d’impresa.

Onore a PIU e al suo presidente Gaetano Balsamo che ha avuto il coraggio e la lungimiranza di questa impresa del fare da protagonista e non da spettatore.

Riporto una piccola considerazione di chi è più titolato del sottoscritto, del solito Bagnai…buona riflessione a tutti gli imprenditori che ancora pensano di stare a guardare o sperare nei propri aguzzini.

“L’unico modo di ovviare a una crisi di domanda con politiche dal lato dell’offerta è distruggere sufficiente offerta. Questo lo ricordo, con tanti auguri e un sorriso affettuoso, agli imprenditori che difendono l’euro. Quando schianterete (perché schianterete) sulla vostra tomba non ci sarà il mio fiore, ve lo dico subito: io nel mercato ho fiducia, quindi non contesto le sue decisioni. Se schianterete, vorrà dire che ve lo meritavate, e io il perché lo so. Perché mediamente vi credevate leoni, e invece eravate qualcos’altro: quello che pensavate fossero i tanti vostri colleghi che avete visto schiantare senza esprimere un minimo non dico di solidarietà, ma di preoccupazione.

Allo Stato dovreste chiedere di pagarvi “stampando moneta”, come dite voi. Invece gli chiedete di scomparire. Ottima scelta: siete pesci piccoli, tolto di mezzo lo Stato i pesci grossi vi mangeranno”.

Cronistoria Della Distruzione…Scuola

Distruzione della scuola pubblica e una Rondine che non fa primavera in Calabria.

 

la buona scuola_fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

Un Amico Rocco Castagna, mi porta a conoscenza delle capacita di una studentessa Calabrese del liceo scientifico “Raffaele Pira” di Rosarno (RC), sua figlia Sofia Castagna, vincitrice di una borsa di studio presso di frequentazione del quarto anno liceale presso l’istituto “Rondine Cittadella della Pace di Arezzo”, istituto d’eccellenza della scuola italiana.

Borsa di studio permessa grazia al lavoro di volontariato e d’iniziativa privata di un’associazione socio culturale Calabrese “Nuovamente”che non conoscevo e con la quale mi complimento per la missione e l’importanza sociale che da allo studio per una regione come la Calabria e una Nazione come L’Italia, priorità dimenticata dalle nostre istituzione della “Buona Scuola” Renziana.

Diciamo a Sofia Castagna e alla vincitrice precedente Ludovica Busceti, di continuare così, perchè la scuola e il sapere sono ciò che rendono grande una Nazione nel presente e nel futuro e soprattutto non scappate dalla vostra terra.

Questa iniziativa lodevole che però è una rondine che non fa primavera, e ringrazio l’amico Rocco Castagna per avermi portato a conoscenza della bella iniziativa, ma i grossi problemi dello smantellamento della scuola pubblica italiana rimangono e di deteriorano ad ogni governo che passa, seguendo una vecchia logica comune ai nostri politicanti liberisti e mondialisti, che considerano la scuola privilegio di pochi e come se fosse un’azienda esattamente come hanno trasformato lo Stato le istituzioni e la politica, dimenticando che la scuola è la vera ricchezza e la solo unica capace di far progredire una Nazione nel futuro, chi non investe nella scuola pubblica che funzioni e ne qualifica la sua funzione sociale e vitale per un Paese, non ha nessun futuro radioso da protagonista….nessuno.

La “Buona Scuola” di Renzi fa parte di un progetto criminale partito da lontano ed è in continuità, come è in continuità l’opera di smantellamento degli stati Nazionali, altrimenti chi fornisce i cervelli italiani alla Merkel a costo zero, che al posto di fare grande la propria Nazione fanno gli schiavi emigranti acculturati per concorrere a rendere grandi le altre Nazioni.

Come l’euro non è nato all’improvviso e i suoi danni non sono nati all’improvviso, anche la scuola non si distrugge all’improvviso, come ripetiamo da anni, ma va inquadrato il progetto criminale mondialista che non ha nulla a che vedere con il complottismo, come pensa qualche sprovveduto, ma è una dottrina politica e economica chiamata liberismo.

Mattoncino dopo mattoncino si avanza inesorabile e con la complicità di chi si ostina a non capire ancora oggi e nonostante tutte le prove del caso, il progetto eurista e mondialista, di smantellamento del pubblico in favore del privato, compreso gli STATI NAZIONALI ecco perchè siamo “nazionalisti per necessità” e chi non ha capito, usa la parola in forma dispregiativa avallando il sistema credendo da ignoranti quali sono di combatterlo, almeno così gli hanno fatto credere i loro guru di riferimento…svegliatevi…credo che nel 2015 sia l’ora, come vedete inizia tutto gli anni ottanta e non è un caso.

Oggi un lettore “onesto” mi scrive “auguri al quorum”, voleva dire che le nostre idee non arriveranno mai al potere, secondo lui, che non ha capito il perchè in questi anni lo hanno convinto che il finanziamento pubblico ai partiti è sbagliato meglio il privato….. che troppi partiti fanno confusione, maglio uno solo…. che la politica non serve, meglio la finanza….che lo stato va delegittimato, meglio il privato….che il problema non è l’euro ma la corruzione….

Caro “onesto” può darsi che noi non avremo neppure il privilegio di partecipare non solo di superare il quorum, ma questo non è certamente un vantaggio per te, credi erroneamente che lo sia, ma ne parleremo tra qualche tempo se le nostre idee (quelle dei reali sovranisti) verranno sconfitte e non sostenute, a farne le spese sarai tu comune mortale esattamente come noi comuni mortali e su questo non ci piove, adesso vivi di illusione, domani ne riparliamo e ti ricorderai di noi…ma sarà tardi…perchè sei già destinato allo schiavismo nomade.

 

 

Smantellamento della scuola pubblica. Una cronistoria per capire quando è cominciato

La “riforma” del governo Renzi contro la scuola pubblica non ha nulla di approssimativo o arbitrario. Essa incarna e porta a compimento l’assassinio della scuola avviato molti anni fa per mano delle istituzioni europee e dei governi italiani, quelli di centro-sinistra in primis.
L’assassino è, dunque, noto. Occorre solo iniziare ad indicarlo come un nemico, capire la logica delle sue azioni e rompere ogni connivenza con essa.

1989 L’European Round Table of Industrialists (ERT), potente lobby di industriali europei che ha grande influenza ed entratura presso la UE, pubblica “Istruzione e competenza in Europa”, in cui si sostiene che l’istruzione e la formazione sono investimenti strategici per la competitività europea e per le imprese, ma gli insegnanti «hanno una comprensione insufficiente degli affari e del profitto, e non capiscono i bisogni dell’industria».

1991 La Commissione Europea redige un rapporto in cui si sostiene che «Un’università aperta è un’impresa industriale e l’insegnamento superiore a distanza è una nuova industria. Quest’impresa deve vendere i suoi prodotti sul mercato dell’insegnamento permanente».

1992 L’Unione Europea (UE), con il trattato di Maastricht, inizia ad avere competenze in materia d’Istruzione.

1993 Il Libro Bianco della UE apre all’industria proponendo incentivi fiscali e legali al fine di far investire le imprese nell’Istruzione.

1995 – A San Francisco, sotto l’egida della fondazione Gorbaciov, si riunisce il braintrust globale, 500 persone fra cui Bush senior, Margaret Thatcher, G. Schultz, Brzezinski, ecc., che prefigurano un modello di società in cui solo il 20% dei cittadini del mondo saranno necessari per mandarlo avanti. Il restante 80% è “massa eccedente” da tenere distratta mediante il tittytainment, (una parola coniata a proposito da Z. Brzezinski che sta per tits = tetta, nel senso di dispensatrice di latte, e entertainment = gioco), e impegnata con volontariato e associazioni sportive (R. Roy) per non farla mancare di autostima. Occorre pensare perciò una scuola che costi molto meno e che prepari i cittadini ad essere dei buoni consumatori nella nuova società tecnologica.
– L’ERT, raccoglie l’invito dell’UE e spinge gli industriali a «moltiplicare i partenariati tra scuole ed imprese», sostenendo che «la responsabilità della formazione deve essere assunta dall’industria», e che l’istruzione è un servizio reso al mondo economico.
– La cosa viene ripresa dal Libro Bianco della UE, che fa riferimento all’ERT: «Il rapporto della Tavola Rotonda Europea degli industriali ha insistito sulla necessità di una formazione continua polivalente incitando ad imparare ad imparare nel corso di tutta la vita».

1996 – “Anno Europeo dell’apprendimento a vita”, concetto che caratterizzerà tutte le politiche educative europee, non solo in riferimento alla scuola ma anche come chiave per risolvere la disoccupazione e promuovere l’adattività alle esigenze del mercato del lavoro.
L’OCSE, facendo riferimento ad una tavola rotonda svoltasi negli USA (Filadelfia) nel febbraio dello stesso anno, spiega che «l’apprendimento a vita non può fondarsi sulla presenza permanente di insegnanti ma deve essere assicurato da ‘prestatori di servizi educativi’ (…). La tecnologia crea un mercato mondiale nel settore della formazione».
– “Accordo sul lavoro” del 24 settembre tra Governo, Confindustria e CGIL, CISL e UIL. Il documento risultante dagli accordi e dai provvedimenti governativi propone:
a) La promozione di un sistema plurale e policentrico di “Formazione Tecnico-Professionale Superiore Integrata” (FIS) destinato a studenti giovani e a lavoratori adulti in possesso di un diploma di scuola media superiore. Si intende costituire un sistema dove sia forte l’alternanza fra la formazione in aula e la formazione pratica nei luoghi di lavoro, che sia differenziato e governato, che rispetti le autonomie tecniche e gestionali di tutti i soggetti. Tale sistema sarà in linea con le esperienze europee: esso assume il territorio – nel contesto dell’U.E. – come unità di riferimento dello sviluppo secondo un modello di governo decentrato, che valorizza il ruolo del “dialogo sociale”.
b) L’avvio sperimentale di un nuovo percorso formativo post-secondario non universitario, non in continuità con la scuola superiore denominato “Istruzione e Formazione Tecnica Superiore” (IFTS) di cui vengono forniti i primi lineamenti e criteri di attuazione. Esso fornirà corsi della durata da due a quattro semestri, si svolgerà sempre in alternanza fra aula e esperienze pratiche, sarà realizzato attraverso forti collaborazioni istituzionali e da forte aderenza al mondo del lavoro. Esso sarà parte integrante della “Formazione Tecnico-Professionale Superiore Integrata” (FIS). Poiché esso è un esperimento nuovo, tenderà a rappresentare sia un fattore di esempio e di trascinamento per tutta la più generale promozione del FIS sia un vasto esperimento da inserire nel processo di innovazione didattica, organizzativa e professionale nel sistema della Pubblica Istruzione, della Formazione Regionale e dell’Università. L’“Accordo sul lavoro” prevede un’offerta formativa successiva alla scuola secondaria così caratterizzata: «collegamento stretto con le dinamiche occupazionali ed aderenza con le problematiche professionali ed aziendali; coinvolgimento dei vari soggetti formativi del mondo della produzione, delle professioni, della ricerca etc.; massima flessibilità anche attraverso l’utilizzo di docenti sterni; uso delle tecnologie educative e introduzione di nuove didattiche attive, fondate sul problem solving e sulla formazione in alternanza; sistema integrato di certificazione. Alle Regioni spetta, sulla base di indirizzi nazionali, la funzione di programmazione e coordinamento delle esperienze presenti sul territorio, anche ricorrendo ad accordi di programma. La gestione delle attività dovrà vedere la partecipazione di tutti i soggetti presenti sul territorio (formazione professionale, università, scuola, mondo del lavoro e delle professioni) nella logica dell’utilizzo ottimale delle risorse esistenti e della valorizzazione delle esperienze d’eccellenza».

1997 – «Non abbiamo tempo da perdere. Ci appelliamo ai governi perché diano all’educazione un’alta priorità, perché invitino l’industria al tavolo di discussione sulle materie educative, e perché rivoluzionino i metodi d’insegnamento con la tecnologia» [ERT].
– L’Esame della politica scolastica italiana dell’OCSE, pubblicato da Armando Editore, descrive il sistema scolastico italiano come «centralizzato», «burocratizzato», colpevole di aver posto marcatamente l’accento «sull’istruzione degli studenti più bravi», e per questo obsoleto rispetto allo sviluppo di un ambiente economico oramai globale e molto più competitivo, passando poi a sottolineare come il nuovo contesto storico richieda, invece, una forza lavoro «con il più alto livello di competenze che tutti i suoi membri possono conseguire», il che vuol dire “competenze di base”, quindi livellamento. Qualche riga più avanti, infatti, si legge: «In un siffatto contesto, si suggerisce di approfondire lo studio delle competenze di base perché tutti i giovani acquisiscano un determinato livello di abilità di lavoro generalizzate».

– Viene istituita per Decreto Ministeriale, e con il compito di elaborare la riforma dei cicli, la Commissione dei quaranta saggi, coordinata da R. Maragliano, pedagogista e autore di affermazioni come questa: «Il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo. Ti dà una scioltezza, una densità, una percezione delle situazioni e delle operazioni che puoi fare al loro interno che permette di esaltare dimensioni dell’intelligenza e dello stare al mondo finora sacrificate dalla cultura astratta».
– Proposta di “Riordino dei cicli scolastici” del Ministero della Pubblica Istruzione (“riforma Berlinguer”), divenuta successivamente Legge – quadro sul riordino dei cicli scolastici, Legge n. 30 del 10/2/2000. Il cuore della riforma non sta nel riordino dei cicli, ma nell’autonomia scolastica e nei tagli. Strettamenta connessa alll’autonomia scolastica è la funzione determinante riservata alle cosiddette “competenze di base”, che nella Riforma Berlinguer sono ideologicamente presentante come una soluzione progressista al problema della dispersione scolastica, ma che in realtà – come l’intera riforma – rappresentano l’accondiscendente risposta a quanto “dettato” dall’OCSE (vedi l’Esame della politica scolastica italiana, pubblicato da Armando Editore nel 1997). L’autonomia scolastica non è, infatti, un motore propulsivo della libertà d’insegnamento, ma una trasformazione del sistema di istruzione in sistema di formazione professionale piegato alle diverse esigenze delle imprese nei vari territori. Autonomia scolastica vuol dire dipendenza dalle imprese e dai dettami dell’economia di mercato.
– La legge Bassanini introduce l’Autonomia scolastica (Legge 59/97, integrata successivamente con il D.P.R. 233/8 ed il D.I. 44/01), con la quale si estende il regime di diritto privato del rapporto di lavoro anche ai dirigenti generali ed equiparati delle amministrazioni pubbliche. Nella scuola i salari diventano variabili, si introducono criteri di flessibilità, sistemi di valutazione legati all’elaborazione di specifici indicatori di efficacia, efficienza ed economicità ed alla valutazione comparativa dei costi, rendimenti e risultati. «L’autonomia organizzativa è finalizzata alla realizzazione della flessibilità, della diversificazione, dell’efficienza e dell’efficacia del servizio scolastico, alla integrazione ed al miglior utilizzo delle risorse e delle strutture, all’introduzione di tecnologie innovative e al coordinamento con il contesto territoriale». Per la sua completa realizzazione sarà possibile superare i «vincoli di unità oraria della lezione, dell’unitarietà della classe e delle modalità di impiego e di organizzazione dei docenti, secondo finalità di ottimizzazione delle risorse umane, finanziarie, tecnologiche, materiali e temporali».
– Berlinguer, DM 765/97; CM 766/97 ( Sperimentazione dell’autonomia organizzativa e didattica delle istituzioni scolastiche).

1998 – Berlinguer, CM 239/98 (Sperimentazione piani offerta formativa); Dir.238/98 (Finanziamento piani offerta formativa). Il POF, vero e proprio depliant commerciale diretto alle famiglie sulla base delle esigenze delle imprese del territorio, strumento strettamente legato all’autonomia delle istituzioni scolastiche, trasforma operativamente la scuola in un’azienda, gli utenti in clienti, cancellando una delle conquiste più importanti della nostra storia, ovvero la nascita e lo sviluppo di un apparato di educazione e di istruzione separato dalla famiglia e dai luoghi di lavoro, e quindi l’autonomizzazione dei differenti ordini della religione, della politica, dell’economia e del pensiero.
– Mentre si sta varando la Riforma Berlinguer, esce “Verso la scuola del 2000”, documento di Confindustria nel quale si denunciano le troppe nozioni, i troppi insegnanti, le troppe scuole, e il loro costo esagerato. Al momento del varo della Riforma Berlinguer la stessa Confindustria darà il suo parere molto favorevole, anche se si poteva fare di più…

1999 – Berlinguer, DPR 275/99 (Regolamento sull’autonomia); DM 179/99 (Sperimentazione dell’Autonomia Scolastica – A.S. 1999-2000); Lett. Cir. 194/99 (Finanziamento realizzazione della sperimentazione del POF).
– Esce “Scuola libera! Appunti per la nascita di un movimento”, documento firmato da Ferdinando Adornato, Dario Antiseri, Dino Boffo, Emma Marcegaglia, Letizia Moratti, Angelo Panebianco, Sergio Romano, Marco Tronchetti Provera, ecc., in cui si sostiene che la scuola non deve più essere un monopolio dello Stato ma una entità in cui gli istituti siano indotti a una emulazione per proporre la migliore offerta formativa possibile. Il documento immagina una scuola nella quale si affermi una pluralità di offerte e istituti formativi, statali e non, si giunga all’abolizione del valore legale del titolo di studio, e soprattutto l’impresa possa trovare proficuo e vantaggioso investire.

2000 – Confindustria si coordina con altre 6 organizzazioni europee simili – VOI (Austria), DA (Danimarca), MEDEF (Francia), BDA (Germania), VNO-NCW (Paesi Bassi), CBI (Regno Unito) per varare il documento, “Per una scuola di qualità”, che compendia tutto ciò che l’impresa vuole dalla scuola: autonomia organizzativa, didattica e gestionale (nella Riforma Berlinguer i pochi soldi arrivavano dal MIUR, sostenere l’autonomia gestionale vuol dire sostenere la privatizzazione della scuola pubblica); standard nazionali di conoscenze e competenze; un ente indipendente per la valutazione di ogni singola scuola e del complesso; finanziamento pubblico guidato dalla domanda; competizione; tecnologie informatiche e multimediali; “saper fare”; flessibilità del lavoro docente; docenti in continua formazione; maggior ruolo per il dirigente; integrazione scuola-impresa (con l’impresa che indirizza gli studenti, con stage aziendali per studenti e per insegnanti).
– Il Consiglio Europeo si riunisce a Lisbona nei giorni 23-24 Marzo: dal dibattito emergono alcune improrogabili priorità, come quella di conciliare occupazione, riforme economiche, giustizia e coesione sociale. Nell’agenda di Lisbona vengono indicati alcuni obiettivi tra cui quello di dimezzare entro il 2010 il numero dei giovani (tra 18 e 24 anni) che avessero conseguito un livello base di formazione senza proseguire gli studi; trasformare le scuole in centri di formazione collegati in rete; elaborare un quadro di competenze lungo tutto l’arco della vita, promuovere la mobilità degli studenti; elaborare un modello europeo di curriculum vitae. La “strategia di Lisbona” si basa sull’obiettivo dichiarato di fare dell’Unione «la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010». A questo scopo le conclusioni della Presidenza introducono anche un “Metodo aperto di coordinamento” (MAC) con cui gli Stati membri di impegnano a definire «orientamenti dell’Unione in combinazione con calendari specifici per il conseguimento degli obiettivi da essi fissati a breve, medio e lungo termine», a stabilire «indicatori quantitativi e qualitativi» e «parametri di riferimento ai massimi livelli mondiali», a tradurre «detti orientamenti europei nelle politiche nazionali e regionali fissando obiettivi specifici e adottando misure che tengano conto delle diversità nazionali e regionali» e, infine, al «periodico svolgimento di attività di monitoraggio, verifica e valutazione inter pares, organizzate con funzione di processi di apprendimento reciproco». La struttura del MAC ricalca le fasi fondamentali della «valutazione comparativa» (benchmarking) applicate al settore pubblico secondo la teoria del New Public Management.

2001 La Commissione Europea emana nel 2001 una Comunicazione a proposito dello “Spazio europeo dell’apprendimento permanente”. Il documento individua 4 fasi di lavoro, utili a fare rete tra i poli territoriali per la formazione: l’istituzione di partenariati; l’individuazione dei bisogni dei discenti e del mercato del lavoro; la formulazione di soluzioni adeguate per rendere le esigenze del soggetto compatibili con le necessità del mondo lavorativo; l’articolazione di strumenti per il monitoraggio e la valutazione dei risultati.

2002 Il “Programma dettagliato di lavoro sugli sviluppi degli obiettivi dei sistemi di istruzione e di formazione in Europa 2010” affianca al discorso sull’«apprendimento durante tutta la vita» una ridefinizione dell’«occupazione» come problema sostanzialmente legato all’inadeguatezza dei processi di formazione. In accordo con le teorie neoliberali sul “capitale umano”, i singoli individui sono chiamati a «aggiornare costantemente la loro conoscenza» per implementare la propria «occupabilità». “Competitività” e sviluppo dello “spirito di impresa” (entrepreneurship) vengono assunti come principi fondamentali della formazione permanente.
Secondo il Memorandum della UE esistono tre tipi di educazione: «quella formale che fornisce diplomi alla fine di un ciclo di studi; quella non formale fuori dagli istituti d’istruzione che non porta a diplomi; quella informale che è un corollario della vita quotidiana». Secondo l’UE occorre puntare sull’educazione informale, riserva considerevole di sapere e possibile sorgente d’innovazione per metodi e contenuti: «bisognerà […] riorganizzare e ridistribuire le risorse esistenti al fine di creare dei centri appropriati di acquisizione delle conoscenze nei luoghi della vita quotidiana in cui si riuniscono i cittadini, non solo gli istituti scolastici, ma anche i centri municipali, i centri commerciali, le biblioteche i musei, i luoghi di culto, i parchi e le piazze pubbliche, le stazioni ferroviarie e autostradali, i centri medici e i luoghi di svago, le mense dei luoghi di lavoro».
G. Bertagna, in un documento-premessa alla Riforma Moratti, scrive: «In genere, si distingue tra sistema educativo informale, non formale e formale. […] L’ipotesi di riforma che si presenta vuole essere attenta all’integrazione tra questi diversi sistemi (…). L’attenzione si sposta, dunque, dai luoghi di istruzione e della formazione alla certificazione delle competenze finali che si possono e si debbono maturare in un ambiente piuttosto che in un altro (…) Le tradizionali alternative tra scuola (statale) e centri della formazione professionale, tra scuola e impresa, tra scuola ed extra scuola perdono, perciò, la loro drammaticità (…) Si aprono, al contrario, le prospettive di una solidarietà cooperativa tra tutte le esperienze e i luoghi formativi (…) indipendentemente dal fatto che siano statali, regionali o di enti e privati».

2003 – Nasce il progetto “Buonsenso per la scuola” di cui fanno parte Bertagna e Maragliano, in cui si riaffermano tutti i desiderata dell’impresa: «Di fronte all’irrompere del computer e di internet sulla scena dei processi di apprendimento […] la scuola sarà interamente soppiantata dalle nuove modalità di auto-apprendimento in rete, un apprendimento non più insegnato ma semmai tutorato e prevalentemente on line (…). In una logica di «integrazione» l’intreccio e l’alternanza di esperienze di aula, di laboratorio e di vera e propria attività lavorativa condotta in situazione di apprendistato o di tirocinio diventano requisiti fondamentali del curricolo scolastico, come lo diventa lo sforzo di non fermarsi alle conoscenze (…) Le scuole non statali devono essere considerate come una risorsa per la riqualificazione e il rilancio dell’intero sistema formativo pubblico (…)» Si parla, inoltre, di «abolizione del valore legale del titolo di studio» e di «sistema di valutazione reale dei processi e dei prodotti».
– La legge 53/2003 (Riforma Moratti) muove passi significativi per costituire un unico sistema educativo articolato in licei ed istituti di istruzione e formazione professionale di pari dignità, ovvero per sminuire il ruolo della conoscenza all’interno del sistema di istruzione e procedere verso l’abbassamento del livello educativo iniziato da Berlinguer con l’introduzione delle “competenze di base”. Il sistema prevede percorsi differenti per “curricoli e metodi”, ma convergenti nei fini che tendono ad assicurare al cittadino «l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita». Si tratta del già citato “imparare ad imparare”, che esclude la conoscenza e la fissazione di contenuti utili per la crescita culturale di una persona. Le regioni, mediante l’istituto dell’alternanza scuola-lavoro – che mira ad un approccio diretto con il mondo del lavoro, un sistema di formazione e reclutamento per le aziende o peggio ancora un utilizzo di manovalanza non pagata – devono rendere disponibili risorse per il completamento degli anni di formazione, obbligatoria fino ai 18 anni. La riforma riduce, infatti, di un anno l’obbligo scolastico (da nove a otto), e trasforma l’obbligo scolastico stesso in diritto-dovere “legislativamente sanzionato”, in linea col principio di sussidiarietà, finendo per deresponsabilizzare lo stato dall’essere il soggetto principale e più titolato per assicurarne la fruizione e l’assolvimento da parte dei cittadini. A partire dai 15 anni l’alunno può, infatti, conseguire un titolo di qualifica sia seguendo un iter scolastico a tempo pieno, sia optando per l’alternanza scuola-lavoro, presso strutture regionali o centri debitamente accreditati che conformino i piani di studio ai livelli essenziali di formazione ed agli standard formativi. L’esame di Stato che chiude i cicli “considera e valuta le competenze” acquisite dagli alunni nel corso degli studi, e costituisce anche la sede per la somministrazione delle prove predisposte dall’INVALSI, che diventa uno strumento per il monitoraggio continuo sia degli apprendimenti che della qualità del servizio scolastico. La norma più significativa e strategica riguarda la garanzia di qualità e l’accreditamento a livello europeo degli apprendimenti scolastici e di alta formazione, che deve avvenire con l’utilizzo di modelli di valutazione diffusi in Europa, l’European Credit Tranfert System (ECTS), un sistema europeo dei livelli professionali, articolato in 5 profili di prestazione che, attraverso la descrizione analitica dei suoi indicatori, possa certificare la qualità delle competenze e favorire la mobilità degli studenti, soprattutto nello spazio comunitario. La priorità che emerge dai provvedimenti riguarda la risoluzione delle cause dell’ “insuccesso scolastico”, individuate nell’omogeneizzazione delle formule culturali e relazionali che provocherebbero rapido disinteresse ed abbandono. Per superare il paradigma scompositivo della tradizione didattica non bisognerebbe quindi “insegnare a tutti le stesse cose nello stesso modo”, ma potrebbe essere più efficace trovare linguaggi ed unità di significato adatte alla persona, al discente, badando però ad evitare che personalizzare l’insegnamento significhi ridurlo ad atomizzazione individualistica – si tratta di una sfida persa in partenza: come evitare l’inevitabile.

2004 La Commissione Europea, per il periodo 2007-2013 ha redatto dei programmi che raccolgono quelli già avviati in precedenza (“Comenius”, “Erasmus”, “Leonardo”, e “Grundtvig” per gli adulti) in un programma di sintesi “Tempus Plus”, pensato per l’apprendimento permanente. A livello nazionale l’Italia, con la Riforma Moratti, accoglie questi intendimenti (art. 2, c. 1.a della legge n. 53/2003).

2005 – Entra in vigore dal primo gennaio, con decisione del Parlamento Europeo e del Consiglio n. 2241/2004/CE del 15 dicembre 2004, l’Europass, il nuovo strumento ha lo scopo di fornire strumenti affinché i cittadini europei possano meglio accedere alla certificazione. Vengono definiti il “Supplemento al diploma”, un allegato che descrive cosa esso significhi, il “Portfolio” europeo delle lingue; l’Europass-Mobility che certifica i periodi di mobilità per meglio comunicare le competenze e le qualifiche professionali – in altri termini, per iniziare a monitorare i flussi europei di prossima manodopera gratuita o quasi. Viene, inoltre, istituzionalizzato il curriculum vitae europeo.
– Viene emanato il D.Lgs. n. 226 (Moratti) che di fatto ridisegna l’intero sistema della secondaria di secondo grado e il sistema della formazione professionale di competenza esclusiva delle Regioni e non più dello Stato come sancito dal titolo V della Costituzione. L’istruzione tecnica e professionale, insieme con la formazione professionale passano di fatto alle Regioni, mentre il sistema dei licei rimaneva di competenze dello Stato.

2006 Il ministro Fioroni (nuovo governo di centrosinistra) si limita ad apportare una serie di correttivi alla precedente riforma Moratti: innalza l’obbligo di istruzione a 16 anni; punta un impianto culturale incentrato su una didattica allineata alle direttive dell’Unione Europea basata sulle competenze chiave di cittadinanza; smonta in larga parte il decreto L.gs n. 226/05 rilanciando e ripristinando con la legge n. 40 2007 l’istruzione tecnica e l’istruzione professionale, distinguendo chiaramente che allo Stato compete il rilascio dei diplomi, mentre le Regioni devono garantire le qualifiche triennali della formazione professionale; vara nuove indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo con gli impianti culturali organizzati sulla continuità e incentrati su “traguardi di competenze”. Tre mosse che il successivo ministro di centro-destra Gelmini confermerà inserendole nel progetto di riordino della secondaria di secondo grado.

2007 Nel documento della Commissione Europea “Towards more knoledge-based policy and pratice in education and training” si richiama la necessità per le istituzioni europee di dotarsi di «robusti strumenti di valutazione per identificare quali riforme e pratiche sono le più efficaci , e implementarle con successo».

2008 Il ministro dell’economia Tremonti, con la legge n.133, avvia una vasta operazione di razionalizzazione del sistema di istruzione tagliando soprattutto sul personale scolastico, riducendo il numero delle cattedre e ridimensionando il tempo scuola, eliminando le sperimentazioni.

2010 Il D.M. n.9 del 27 gennaio, composto di soli 2 articoli, istituzionalizza “il modello dei livelli di competenza”, compilato dai consigli di classe al termine dei 10 anni di frequenza scolastica, e ne decreta l’uso da parte delle strutture formative regionali. Il principio che la scuola deve aiutare a costruire le competenze dell’alunno si incardina nelle linee di indirizzo della riforma della scuola superiore, traendo investitura giuridica dai Regolamenti per il riordino dei licei, degli istituti professionali e degli istituti tecnici. Il documento presenta la possibilità di attivare percorsi di alternanza scuola-lavoro anche nei licei, a dimostrazione della volontà di trascendere il dualismo tra lavoro intellettuale e lavoro manuale: in pratica, «il superamento dell’istruzione attraverso un raccordo con le linee guida dell’istruzione tecnica e professionale». Nell’Allegato A, al paragrafo “Le Indicazioni nazionali e l’assolvimento dell’obbligo di istruzione” si legge: «la possibilità di costruire uno “zoccolo comune” di conoscenze tra percorsi liceali e percorsi professionali è data dai nuclei comuni di alcune discipline fondanti come la lingua e letteratura italiana, lingua e letteratura straniera, la matematica, la storia, le scienze». Tradotte nella pratica, tali indicazioni non rappresentano una più alta considerazione delle suddette discipline negli istituti tecnici e professionali, ma piuttosto l’intenzione di introdurre la didattica laboratoriale al posto dello studio teorico dei contenuti, in linea con le curvature professionali fondate sul conseguimento delle competenze di base. La riforma dei licei ospita esplicito riferimento alle Raccomandazioni di Lisbona: a livello di sistema formativo occorre ragionare in termini di “apprendimento permanente”, sia da parte dei docenti e naturalmente da parte dei discenti. Le capacità che l’alunno riesce a sviluppare nell’educazione formale ed in quella non formale appartengono al bagaglio della persona che la scuola “riconosce” nell’adeguata valorizzazione del portfolio, che si qualifica per i risultati di apprendimento e l’enfasi data all’acquisizione delle competenze.
– In un contesto di crisi economica e di sostanziale fallimento degli obiettivi indicati a Lisbona (ma senza metterne in discussione i presupposti fondamentali), la Commissione Europea sviluppa la strategia “Europa 2020”, per una «crescita intelligente, sostenibile e inclusiva». Tra le “iniziative faro” il programma “Youth on the move” prevede, oltre a «investimenti efficienti nei sistemi di istruzione e formazione a tutti i livelli (dalla scuola materna all’insegnamento superiore)», il rafforzamento di «apprendistati, tirocini e altre esperienze lavorative» volti a ridurre i tassi di disoccupazione giovanile.
2012 In linea con la strategia “Europa 2020” il documento della Commissione Europea “Ripensare l’istruzione. Investire nelle abilità in vista di migliori risultati socio-economici” si pone come obiettivo fondamentale la promozione delle «abilità adeguate per l’occupabilità», in particolare le «abilità trasversali necessarie affinché i giovani possano esprimere uno spirito di impresa e riescano ad adattarsi ai cambiamenti del mercato del lavoro». Gli Stati membri «dovrebbero promuovere le abilità imprenditoriali attraverso metodi insegnamento e di apprendimento nuovi e creativi fin dalla scuola elementare, mentre dall’istruzione secondaria fino a quella superiore l’attenzione dovrebbe concentrarsi sull’opportunità di fare impresa come possibile sbocco professionale». Il documento individua alcune aree di intervento cruciali: «lo sviluppo di un’istruzione e formazione professionale di eccellenza per innalzare la qualità delle abilità professionali»; «la promozione dell’apprendimento sul lavoro, anche con tirocini di qualità, periodi di apprendistato e modelli di apprendimento duale per agevolare il passaggio dallo studio al lavoro»; la «promozione di partenariati fra istituzioni pubbliche e private». La Commissione invita gli Stati membri a «stimolare dibattiti nazionali su come istituire meccanismi di finanziamento sostenibili volti ad una maggiore per stabilità ed efficienza», con particolare attenzione allo sviluppo «di meccanismi di finanziamento dell’istruzione e formazione professionale e dell’educazione degli adulti finanziati attraverso la responsabilità condivisa delle autorità pubbliche, delle imprese e l’opportuna partecipazione dei singoli (ad esempio fondi settoriali per la formazione, gli oneri per la formazione professionale, ecc.) e destinati ad attrarre le grandi imprese e le piccole medie imprese coinvolgendole nell’offerta di formazione professionale basata sul lavoro».
La Commissione sottolinea come, se «è opportuno mantenere gli investimenti pubblici nell’istruzione scolastica», «i governi devono adoperarsi per conseguire maggiori risultati con le risorse impiegate». Naturalmente anche il ruolo dell’insegnante deve rispondere a queste nuove sfide. Si tratta, quindi, di «elaborare un quadro di riferimento delle competenze o un profilo professionale degli insegnanti», «da realizzare sia a livello di formazione iniziale degli insegnanti sia a livello disviluppo professionale nell’arco della carriera». «Altrettanto importante è reclutare, preparare e trattenere personale idoneo per le posizioni dirigenziali a ogni livello dell’istruzione e questo richiede altri investimenti». Si richiama, quindi, la necessità di superare le difficoltà connesse al «crescente carico di lavoro amministrativo”, assumendo i «modelli di buone pratiche» forniti da scuole di formazione e specializzazione e programmi di sviluppo professionale.
A queste linee generali la Commissione fa seguire l’avvio di una serie di reports sull’evoluzione dei sistemi educativi e formativi nei diversi Stati membri come «nuovo strumento analitico che fornisce evidenza empirica per garantire questa agenda di riforme», permettendo ai politici di «comparare e tenere conto dei progressi recenti, così come di identificare le sfide immediate per gli Stati Membri. Nel caso dell’Italia tali sfide sono individuate nel rafforzamento dell’istruzione professionale, nel miglioramento della qualità dell’istruzione della prima infanzia e nella riforma dei sistemi di sviluppo professionale dei docenti».

2015 Il 27 marzo viene presentato alla Camera dei Deputati il Disegno Di Legge noto come “La buona scuola” del Governo Renzi. Ciò che era stato iniziato con la Riforma Berlinguer, viene portato a termine. Seguono alcuni dei punti determinanti concernenti l’autonomia scolastica: si «rafforza l’autonomia scolastica […] la personalità giuridica e l’autonomia gestionale e finanziaria delle istituzioni scolastiche […] anche attraverso il potenziamento e la valorizzazione delle funzioni del dirigente scolastico», il quale «assume un ruolo centrale per la determinazione del fabbisogno e della migliore offerta formativa dell’istituzione scolastica e la sua funzione è rafforzata, al fine di garantire una gestione immediata ed efficiente delle risorse umane, finanziarie, tecnologiche e materiali a disposizione […]». Per migliorare «l’interazione con le famiglie e il territorio», si prevede «l’apertura pomeridiana delle scuole, l’incremento delle ore di alternanza scuola-lavoro nel secondo ciclo di istruzione». Si prevedono insegnanti senza cattedra, assegnati all’organico funzionale dei singoli istituti e l’istituzione di «albi territoriali» di durata triennale nei quali poter precarizzare i neoassunti e col tempo tutti i docenti (si tratta del Job act della scuola!) ad arbitrio del dirigente scolastico, il quale «sceglie il personale da assegnare ai posti dell’organico dell’autonomia e propone incarichi di docenza ai docenti iscritti negli albi territoriali […]».

Viene pensato uno «specifico profilo di flessibilità dell’offerta formativa volto a valorizzare le attitudini e gli interessi dello studente». A tal fine le scuole «introducono insegnamenti opzionali a scelta dello studente, ulteriori rispetto a quelli già previsti dai quadri orari per lo specifico grado, ordine e opzione di istruzione». Si tratta di insegnamenti «attivati dalle singole istituzioni scolastiche nell’ambito delle risorse finanziarie disponibili e dei posti di organico assegnati all’istruzione scolastica sulla base dei piani triennali e sono parte del percorso dello studente e inseriti nel suo curriculum». È istituito «il curriculum dello studente che individua il profilo dello studente associandolo a una identità digitale […]». Il curriculum «documenta tutte le attività scolastiche, di lavoro, sportive, culturali e di volontariato sociale che lo studente svolge nell’ambito del suo percorso e che sono utili ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro». Al fine di «valorizzare e sostenere il merito scolastico e i talenti individuali, il dirigente scolastico individua percorsi e iniziative che coinvolgano gli studenti anche utilizzando finanziamenti esterni, ivi compresi quelli derivanti da contratti di sponsorizzazione».
Si prevede «il rafforzamento e la messa a sistema della didattica basata sull’alternanza scuola-lavoro […] sulla base di apposite convenzioni di rappresentanza […] con gli enti pubblici e privati, ivi inclusi quelli del terzo settore, disponibili ad accogliere gli studenti per periodi di apprendimento in situazione lavorativa, che non costituiscono rapporto individuale di lavoro […]». Si dispone che «i percorsi di alternanza scuola-lavoro, nel secondo biennio e nell’ultimo anno degli istituti tecnici e professionali, abbiano una durata di almeno 400 ore», e che «l’alternanza scuola-lavoro sia svolta anche nel secondo biennio e nell’ultimo anno dei percorsi liceali con una durata complessiva di almeno 200 ore». La norma dispone che «l’alternanza può essere svolta nel periodo di sospensione delle attività didattiche e anche nella modalità dell’impresa formativa simulata». «Il dirigente scolastico individua le imprese, gli enti pubblici e privati disponibili ad attivare i percorsi di alternanza e stipula apposite convenzioni […]».
È prevista inoltre la «creazione di laboratori territoriali per l’occupabilità, ad uso di reti di scuole, inseriti all’interno di reti costituite tra istituzioni educative e territorio, come i poli tecnico-professionali o tra scuole e università, centri di ricerca ed enti locali. Tali laboratori sono intesi come luoghi condivisi, fortemente collegati al tessuto produttivo, sociale e culturale di ciascun territorio e alle vocazioni produttive locali». La scuola diventa agenzia interinale per le imprese, alle quali fornisce manodopera a costo zero. Viene inoltre esplicitato che il «rafforzamento della didattica laboratoriale in dialogo con il mondo del lavoro è una richiesta espressa anche nelle Country specific recommendations della Commissione europea all’Italia, essendo considerato uno degli strumenti più efficaci per la riduzione della dispersione scolastica (obiettivo della Strategia Europa 2020)». Il documento rappresenta un’ulteriore conferma del ruolo ideologico assegnato al linguaggio pseudo-progressista con cui si è giustificata e legittimata la professionalizzazione delle conoscenze in competenze e la trasformazione/dissoluzione del sistema di istruzione in agenzia di formazione a partire dalla Riforma Berlinguer.
Il percorso di asservimento della scuola pubblica, iniziato vent’anni fa e portato avanti con la formula dell’Autonomia scolastica si avvicina inesorabilmente alla sua fine. Gli insegnanti vengono “proletarizzati”, sono cioè privati del significato e del contenuto del loro lavoro. Gli studenti vengono gettati in pasto a un sistema di sfruttamento sempre più generalizzato e, soprattutto, privati degli strumenti per reagire ed essere protagonisti di un’azione di cambiamento.

Fonte cronistoria: contropiano.org

Chi Ha Creato L’Euro Ha Creato Il M5S

Chi ha creato l’euro ha creato il M5S per tenere buone le masse e impedire ai veri oppositori del sistema di prendere piede.

 

euro è m5s_fronte popolare

 

di Vittorio Boschelli

Gli amici pentastellati si arrabbieranno ancora una volta e mi diranno “ma tu al posto di attaccare i corrotti attacchi gli “onesti” chi non ha mai esercitato il potere…aspetta e poi giudicheremo? Allora sei come loro.

Non siamo per nulla come loro, e abbiamo già visto da anni i fatti oggettivi, non c’è bisogno del potere, ma dobbiamo spronarvi affinchè capiate, loro sono il passato già morto e sepolto, voi dovreste essere il futuro assieme a tanta gente che lotta come noi, quindi ci interessa far capire voi e non loro….chiaro?

Cari militanti del M5S che avete capito come ho capito io e so per certo che siete in tanti, se volete il bene del vostro paese, non continuate con il M5S, sarebbe la stessa cosa come chi si ostina a cambiare l’europa, semplicemente è impossibile, perchè i vostri interessi non collimano con i loro…molto semplice, altrimenti avrebbero fatto altro già da tempo.

Quindi non vi ostinate a rimettere proposte ai voti dopo che sono già state cancellate in passato dal movimento, (come è successo al sottoscritto nel 2009) giusto perchè la “democrazia è diretta”, voi non deciderete mai nulla, il M5S ha una missione ben precisa come abbiamo scritto per anni sin dalla nascita, noi del Fronte e oggi lo scrivono anche altri facendo le stesse nostre considerazioni che poi sono quelle oggettive e evidenti per chi tiene al paese e non al proprio orgoglio da tifoso.

Sbagliare in buona fede è cosa che capita ad ognuno di noi comuni mortali, non dovete ostinarvi per orgoglio a continuare nell’errore, perchè la massa critica vostra è fondamentale per dare forza ad un reale cambiamento assieme ad altri movimenti che lottano realmente contro euro e il sistema liberista e mondialista, questo è il mio appello a tutti i pentastellati di buona volontà e onesti intellettualmente che hanno capito a cosa serve il M5S, altro che attacco il movimento e difendo il sistema partitico vecchio, loro non possono cambiare nulla, voi avete dimostrato di saper cambiare, allora fatelo ancora una volta, ma come affermo da una vita, il nostro nemico è il tempo, quindi non sprecate tempo prezioso e energie in qualche cosa che è impossibile cambiare che ha come obiettivo, far guadagnare tempo al sistema eurista e mondialista per portare a compimento l’opera di distruzione di massa e degli stati nazionali.

Ho trovato un articolo fatto molto bene che esplica e racchiude tutte le critiche fatte da noi al M5S in maniera magistrale, vi consiglio di leggerlo con attenzione, per chi ci segue da anni sono tutte cose che sa già, per chi ci legge per la prima volta è utilissimo leggere e riflettere con il cervello libero da altri pensieri.

Buona lettura…

 

Chi ha creato l’€uro ha creato anche il Movimento 5 Stelle

di Elia Mercanzin

Il movimento 5 stelle è uno strumento di gatekeeping, creato per consegnare milioni di voti e migliaia di attivisti all’irrilevanza sostanziale sulle questioni “chiave”che affliggono il paese.


Avedno la possibilità di ottenere Profitto e Vantaggi da una qualsiasi situazione non dedichereste la massima attenzione alla sua pianificazione e a predisporre adeguate contromisure in caso di problemi?
Cerchereste di controllare tutto ciò che è possibile controllare, di piegare la realtà al massimo per raggiungere i vostri obiettivi.
Che si tratti di approntare un investimento, di mettere in piedi un’attività professionale, di organizzare un week-end a Londra o un appuntamento con la ragazza dei vostri sogni.
Io lo farei. Anche voi. Siate Sinceri.
Quindi se noi, esseri umani della strada, ci comportiamo con la massima perizia possibile, per quale strana ragione chi può controllare ricchezze finanziarie immense, chi ha i mezzi per condizionare la vita di intere nazioni, invece, dovrebbe comportarsi come un improvvisatore?

A mio parere il Movimento 5 Stelle è uno dei progetti di Gatekeeping più riusciti e sofisticati nella storia delle democrazie (o presunte tali) occidentali.

Generalizzando possiamo considerare gatekeepers tutti coloro che, pur parlando ad un pubblico ampio attraverso i media, si astengono dal dire alcune verità importanti. Si tratta, in parole semplici, di agire in modo tale da far rispettare i limiti informativi imposti dal sistema. Il gatekeeper dunque è colui che subisce pressioni e condizionamenti che lo inducono a comportarsi in un certo modo, facendo prevalere logiche diverse rispetto alla vera informazione. Oppure colui che sceglie di sostenere il sistema evitando di parlare di alcune verità che potrebbero demolirlo.*

Il termine “Gatekeeper” non si adatta perfettamente ad un movimento politico tuttavia è entrato nel gergo comune anche associato a fenomeni del genere e la sua la definizione, in ogni caso, rende in maniera sufficientemente chiara il concetto. Per sviluppare la mia opinione in merito ho bisogno di disegnare un contesto più ampio quindi è richiesta un po’ di pazienza (se non ne siete dotati bene, arrivederci! Significa che questo mio modo di procedere funziona ottimamente da filtro di qualità del lettore). Consiglio caldamente la lettura di questo mio post prima di proseguire: fornisce un quadro di riferimento concettuale indispensabile per collocare correttamente le riflessioni che seguono.

Per trovare una soluzione bisogna prima capire qual’è la causa del problema.

L’Unione Europea in generale e l’Unione Economica e Monetaria in particolare, per chiunque osservi la realtà con un minimo di obiettività è una creazione che sta portando il continente verso lidi opposti a quelli dichiarati nei trattati. Non c’è traccia di prosperità condivisa, ne di solidarietà. Non mi dilungo in considerazioni lapalissiane su questi aspetti che sono sotto agli occhi di tutti. La cosiddetta Eurozona è immersa in una situazione sociale drammatica (mai registrata in tempo di pace) che ha come causa fondante l’architettura economica e politica determinata dai trattati europei che ha generato le condizioni macroeconomiche tali da consentire alla crisi di assumere proporzioni devastanti e, cosa ancor più grave, impedendo oggi, per sua stessa natura, che siano messe in pratica azioni correttive che nel resto del mondo, al contrario, vengono comunemente adottate.

La moneta unica non è l’unico problema ma se non lo si risolve, risolvere gli altri non ha alcun senso. E’ una semplice, banale, questione di priorità.

Non risolvere le distorsioni e gli squilibri macro-economici, concentrandosi sulle questioni relative all’etica politica, alla buona amministrazione, all’onestà (temi ovviamente sacrosanti ma non “vitali”) equivale a preoccuparsi di lavare i piatti (anche qui cosa buona e giusta) mentre la casa è avvolta da un incendio ed è a rischio la vita degli abitanti.

Buon senso dice che la prima cosa da farsi è tentare di domare l’incendio o chiamare i vigili del fuoco mettendosi in salvo, corretto? I piatti che puzzano sono sgradevoli ma morire soffocati o carbonizzati è peggio.

Arrivare a comprendere la natura VERA del problema Euro equivale a svelare l’essenza stessa della realtà in cui ci dibattiamo. Cambia tutto. Tutte le altre questioni che oggi sembrano la causa di tutti i mali, fonte di preoccupazione e indignazione, scivolerebbero indietro nella scala dell’urgenza.

Ecco, oggi in Italia c’è qualcuno che vuol farci preoccupare dei piatti sporchi. Nel migliore dei casi ci dice che ci sono effettivamente delle fiamme ma che possiamo tranquillamente continuare a pulire le posate, poi al fuoco ci penseremo.

Qualcuno afferma che la crisi in cui mezza Europa si sta dibattendo è frutto di incidenti di percorso, di fenomeni di difficile gestione a cui si sta ponendo rimedio magari commettendo errori in buona fede, di prezzi da pagare per ottenere grandi benefici in un futuro, etc.

Tuttavia con piglio molto pragmatico non si può non giungere a una amara considerazione: l’esperimento della moneta unica è un fallimento.

Attenzione però: è un fallimento se rapportato agli obiettivi dichiarati, quelli che l’opinione pubblica più o meno conosce e il buon senso vorrebbe. Se invece proviamo a rapportare lo stato delle cose ad obiettivi diversi, l’esperimento è stato un grande successo, con margini notevoli di miglioramento, ma di sicuro un successo.

Da ogni situazione c’è qualcuno che trae giovamento e qualcuno che ne trae meno, per qualcun altro la situazione si rivela una tragedia.

Dipende dal punto di osservazione, nella vita tutto è relativo.

Nella fattispecie ci sono diversi soggetti che da questo fallimento stanno traendo grande giovamento (un indizio: il sistema bancario-finanziario? Il modello di sviluppo export-oriented della Germania? I delocalizzatori italiani? Una classe politica, accademica e giornalistica servile?).
Anche qui non mi dilungo.

Teniamolo come dato assodato e proseguiamo.

L’UE / UEM, va da sè, è stata progettata con decenni di anticipo: non serve ripescare la storia personale (ufficiale e/oufficiosa) dei padri fondatori o ripercorrere il tragitto di queste istituzioni per intuire che organizzazioni così complesse, che coinvolgono quattro delle maggiori economie del mondo, non si improvvisano, ne si disegnano in un paio di anni (come molti affermano sia avvenuto per la moneta unica, figlia, secondo questi, della caduta del muro di Berlino: una narrazione abbastanza ridicola). Nello specifico, il trattato di Maastricht è stato firmato certamente nel 1992 cioè (solo) poco più di due anni dopo il crollo simbolico del comunismo.

Ma non fu affatto un fulmine a ciel sereno e chi lo pensa è un grande ingenuo.
L’unione monetaria è sempre stata in agenda dei “padri fondatori”, evidenziata come obiettivo chiave che avrebbe consentito di accelerare verso l’unione politica, a tappe forzate.

Tutta questa premessa per dire cosa?
Per dire che la situazione in cui siamo immersi a livello di istituzioni e meccanismi politico-economici è stata ampiamente pianificata, certamente non nei minimi dettagli ma sicuramente nella sua architettura di base e nelle sue regole di funzionamento.
Nulla è casuale.

Architettura di base e regole che si sapeva (almeno dagli anni 60) avrebbero creato squilibri, distorsioni, asimmetrie soprattutto in coincidenza con shock esterni; l’UEM è una avventura senza precedenti storici (“una moneta senza stato”) che la letteratura economica neutrale più volte sconsigliò di intraprendere proprio per la sua struttura intrinsecamente fallace. Allora, se le cose stanno così, perchè si è proceduto con la sua creazione, implementazione e mantenimento nonostante si fosse a conoscenza di tutto ciò a monte e nonostante le evidenze empiriche degli ultimi anni di crisi?
La risposta è molto semplice, quasi banale: perchè per “qualcuno”…

…gli effetti che riscontriamo corrispondono esattamente a ciò che si desiderava ottenere.

L’alternativa è pensare che per decenni statisti, economisti, funzionari siano stati preda di una follia endemica, di una ipnosi collettiva con tendenze masochiste al limite del criminale e che quindi, oggi, siamo nella mani di volenterosi incompetenti che stanno tentando di rimediare a danni fatti dai loro predecessori. Se pensate questo chiudete questa pagina con serenità e buona fortuna.
Bene, a questo punto abbiamo messo a fuoco che: – UE / UEM sono il frutto di decenni di pianificazione. – con estrema chiarezza tutto era destinato a ottenere risultati contrari a quelli ufficialmente dichiarati.
Ergo, la situazione di crisi, le tensioni sociali, l’austerità, la disoccupazione sono fenomeni ampiamente previsti.

…quindi è assai ragionevole ritenere che coloro hanno pianificato il tutto abbiano previsto e predisposto opportuni accorgimenti per “gestire” gli effetti collaterali legati al progetto.

Quali effetti collaterali? Appunto, le tensioni sociali, il dissenso, l’opposizione all’interno della società.

Come si fa a gestire questi fenomeni “sgraditi”?
Ci sono sostanzialmente due modi:
– la repressione
Oppure
– la prevenzione e il controllo attraverso la manipolazione

La repressione, soprattutto quando diventa armata, è uno strumento rapido, relativamente costoso che si utilizza, però, quando la tensione ha già superato i limiti di guardia.
Quando la gente arriva in piazza determinata a tutto significa che ha poco da perdere e diventa estremamente pericolosa per il sistema.

Manganellare o arrestare persone è efficace ma serve a contenere nell’immediato, la tensione resta, la società diventa una pentola a pressione e, prima o poi, esplode.
Senza contare che chi vuole reprimere in questo modo si elegge senza equivoci possibili a nemico pubblico n°1.

Questo tipo di strumento poteva funzionare (per un po’ almeno) fino agli anni 70: Argentina e Cile hanno dimostrato che alla lunga è una strategia che non paga.
Figuriamoci se oggi a Roma o Milano comparissero carri armati o squadroni di militari per le strade: il “cattivo” sarebbe smascherato immediatamente.
Siamo una società cresciuta bene o male a pane e democrazia: chi comanda, se veste la divisa militare, viene associato immediatamente al “cattivo”.

Questo è ovviamente funzionale a inserire nella testa delle persone una visione semplificata della realtà, quasi cinematografica: il nemico, il cattivo si riconosce facilmente, è brutto e aggressivo, è normalmente un militare e dichiara apertamente il suo odio per quello che noi siamo.

È Saddam Hussein, Gheddafi, Mussolini, Hitler.

Questo è un altro aspetto che sconsiglia la repressione militare come strumento.
La strategia del controllo attraverso la manipolazione richiede uno sforzo sicuramente maggiore, neppure paragonabile: una accurata pianificazione e attuazione di una molteplicità di attività servendosi di una molteplicità di soggetti e organizzazioni con la relativa molteplicità di strumenti.

Senza dimenticare un costante monitoraggio delle dinamiche sociali, esplicite e implicite, per intervenire tempestivamente se necessario.

Questa strategia porta risultati solo a medio-lungo termine ma questi sono incredibilmente migliori rispetto a quelli prodotti dalla repressione, all’uso della forza.
Elemento fondamentale è il controllo dell’opinione pubblica e degli ambiti in cui si forma (o non forma).

Per essere più precisi è bene parlare di controllo della consapevolezza pubblica.
La manipolazione della consapevolezza pubblica è un’opera gigantesca che richiede anni di lavoro ma rappresenta, per chi ha tempo e mezzi adatti, semplicemente ciò che è, uno strumento appunto.
(Il tempo e i mezzi sono elementi relativi… tutto è relativo nella vita, lo ricordo, dipende dal punto di osservazione con cui si guarda alla realtà).
Possiamo dire che l’obiettivo di creare una società in gran parte “addomesticata” è stato raggiunto in maniera egregia, basta guardarsi attorno.
Tuttavia, il potere, il sistema è a sua volta consapevole dell’esistenza di una percentuale di individui che, per varie ragioni, vengono colpite con minore efficacia da questo condizionamento costante.

Questa eterogenea fascia di persone, per quanto minoritaria nel contesto della società, rappresenta una grave minaccia perché il dissenso che loro incarnano non è quello che va in piazza rabbioso bensì è una forma di pensiero indipendente e di autonomia informativa, un dissenso “ragionato” e quindi devastante, incontrollabile per quanto spesso confuso e contraddittorio.

La più grande minaccia per qualsiasi tipo di potere è ovviamente l’individuo che pensa con la propria testa.

Tuttavia, quest’ultimo per sua natura tende a isolarsi, non necessita di aggregazione, diffida dei gruppi e quindi, numericamente e strategicamente, è praticamente innocuo.
Invece gli individui (numericamente ben più consistenti) che, in buona fede, tendono a seguire un “buon pastore” non controllato dal potere stesso, rappresentano il nemico mortale per chi aspira a controllare il gioco: se ben guidati potenzialmente possono far saltare il banco.
Insomma, va rafforzato l’isolamento dei primi mentre i secondi vanno indirizzati verso pascoli lussureggianti ma ben recintati, sotto l’occhio affettuoso di un falso “buon pastore”.

Come si può rendere inoffensiva questa pericolosa minoranza?
Offrendo a queste persone dei recinti in cui auto-rinchiudersi.

Il presupposto chiave dietro a questa soluzione si basa sulla conoscenza approfondita della natura umana: tutti, anche ovviamente la minoranza di cui stiamo parlando, hanno bisogni, hanno un ego da soddisfare più o meno preponderante. Abbiamo soprattutto paure, di varia natura e dimensione, ma tutti ne possediamo e ne siamo, chi più, chi meno, condizionati. Il potere utilizza queste caratteristiche per costruire i recinti di cui sopra.

Che tipo di recinto è necessario?

Il linea generale è necessario attivare o infiltrare organizzazioni pre-esistenti in modo da attrarre queste persone offrendo loroapparenti risposte definitive, attività coerenti con le loro convinzioni ma del tutto innocue e, di conseguenza, un ambienteapparentemente strutturato che soddisfi il loro bisogno di sentirsi utili, di sentirsi diversi, di far parte di un gruppo di eletti rispetto alla massa “addomesticata”.
Senza dare loro la possibilità di diventare realmente pericolosi perché affidati, appunto, ad un “falso” buon pastore.
Il punto cruciale è riempire queste “scatole sociali” (nella realtà fisica e/o nel web) con contenuti istintivamente corretti ma sostanzialmente non cruciali, inserendole in confezioni apparentemente alternative, fuori dal sistema o, meglio ancora, anti-sistema.

Si tratta quindi, in parole povere, di attirare queste persone verso riserve, verso acquari confortevoli mascherati da mare tropicale. Brutalmente, si tratta di costruire DISTRAZIONI raffinate.

Siamo arrivati al punto: questo appena descritto è GATEKEEPING nella declinazione che mi interessa illustrare in questo post.
All’interno di queste riserve controllate le persone si danno un gran da fare, si impegnano, stringono rapporti e non si sentono SOLE, pianificano, si sentono NEL POSTO GIUSTO e questa sensazione soddisfa uno dei loro bisogni fondamentali, quello di AVERE UN SENSO come essere vivente e allo stesso tempo placa le loro PAURE in quanto hanno la verosimile convinzione di star operando per UN MONDO MIGLIORE, di essere DIVERSI, appunto, dalla massa.

Chi confeziona le scatole, il guardiano del recinto o dell’acquario, deve semplicemente vigilare al fine di mantenere la copertura e al contempo, di tenere costantemente impegnati gli individui all’interno, alimentandone PAURE e BISOGNI, miscelando sapientemente l’introduzione di VERITA’, MEZZE VERITA’, IMPRECISIONI e MENZOGNE in base all’evoluzione degli eventi. Verità piccole e innocue assieme a mezze verità servono a far sembrare corrette le imprecisioni e invisibili le OMISSIONI.

Le OMISSIONI informative sono allo stesso tempo punto di forza e tallone di Achille del sistema in quanto ciò che occultano, se in possesso di questa minoranza di persone, significherebbe la fine del sistema stesso.

Il Movimento 5 Stelle è un’organizzazione del genere sopra descritto fondata, quindi, sull’utilizzo sapiente di verità, mezze verità, imprecisioni e, soprattuto, sull’omissione.

M5S ovvero occuparsi di tutto tranne di ciò che è di vitale importanza.

Un movimento per controllare e de-potenziare il dissenso

A differenza del precedente, cronologicamente più vicino, caso di “Gatekeeping” politico-sociale italiano cioè La Lega Nord negli anni 90 del secolo scorso, il progetto di contenimento, de-potenziamento e deviazione del dissenso messo in atto attraverso la creazione del M5S è decisamente più articolato e strutturato.
Analizziamolo alla luce delle considerazioni fin qui esposte.

La creazione dell’acquario confortevole

Il movimento si è coagulato attorno alla figura di Beppe Grillo che nel corso della sua carriera si è costruito una solida reputazione di artista “scomodo”, anti-sistema.
Attività sicuramente meritoria perché ha acceso i riflettori su questioni indubbiamente rilevanti attirando l’interesse soprattutto di una particolare fetta di pubblico, quella dotata di una naturale sensibilità per quegli argomenti (vedi sopra…).

Il varo del suo personale blog ha attivato la creazione di una community virtuale sempre più rilevante in termini numerici consentendo di porre le basi di un consenso condiviso su tematiche di forte presa, ribadisco, su quella porzione di target che ha nella media le caratteristiche di curiosità, impegno, sensibilità potenzialmente pericolose per il sistema.
Con l’andar del tempo il Blog è diventato un megafono di critica politica e di tematiche ecologiche, arrivando a costituire un polo di riferimento di pensiero critico alternativo.
Un pensiero critico, tuttavia, nella sostanza superficiale, dedicato alla fustigazione di una classe politica già di per sé indifendibile e alla promozione di filosofie vagamente descresciste.

Insomma, Beppe Grillo ed il suo blog con il deteriorarsi della situazione politica e in concomitanza dello scoppio della crisi economica si sono trasformati nell’unica vera alternativa mainstream prima a livello informativo e successivamente, dopo la costituzione del movimento, a livello politico, per una determinata tipologia di pubblico.

Basta politica mangiasoldi, basta corrotti, onestà!

Chi non sarebbe d’accordo con parole d’ordine del genere?
Infatti il movimento ha raccolto grazie ad esse un consenso sempre più vasto, tradottosi in significative percentuali di voti a favore.
Mi sarei stupito del contrario in un paese ammorbato dal Berlusconismo e dalla partitocrazia.

Il problema sorge quando l’intera costruzione ideologica e programmatica di un movimento di opinione/partito si basa esclusivamente su di esse.

Dal 2010 in poi, nonostante la crisi economica fosse già in atto e parecchie voci realmente alternative fossero da anni impegnate nel denunciare la trappola mortale costituita dalla moneta unica, il movimento 5 stelle ha continuato la sua opera di aggregazione del dissenso esclusivamente sui suoi cavalli di battaglia, senza minimamente toccare le questioni “chiave” come quelle macro-economiche, semplicemente non parlandone, omettendo la presenza dell’incendio e soprattutto rifiutando qualsiasi collaborazione con chi gridava “al fuoco, al fuoco!”.

Il nemico, il male assoluto, secondo il M5S, è la casta, la corruzione, lo stipendio del politico, le auto blu, gli affaristi, i furbetti del quartierino.
Certo, sono mali gravi, cronici ma in Italia ci son sempre stati (anche quando si era la 5° potenza economica del mondo).
Nessun paese ne è immune, ognuno a modo proprio, in primis la tanto virtuosa Germania.

In sostanza…

le fiamme stavano divorando le fondamenta della casa ma la testa del movimento continuava a tenere occupati i propri militanti e simpatizzanti con il detersivo e i piatti sporchi.

Tuttavia, tra il 2012 e 2013, man mano che il fumo si faceva più denso e nascondere la realtà (Euro = crisi) diventava sempre più problematico, come da manuale, fù necessario…

…intervenire per disorientare.

L’intervento consistette nel parlare del problema tenendo tuttavia un profilo ambiguo, usando le famose MEZZE VERITA’, dicendo il bianco ma anche il nero, dando così l’impressione a militanti, simpatizzanti e potenziali tali, l’impressione che il movimento se ne stesse occupando senza però esporsi troppo, per poter sempre riposizionarsi in caso di necessità.Soprattutto senza fare realmente nulla per annullare l’omissione informativa, ovviamente.

Quindi si è tollerata anche l’autonoma azione di isolati attivisti o meet-up nell’affrontare il tema ben sapendo che la natura stessa dell’organizzazione, un arcipelago di gruppi sparsi sul territorio senza un reale coordinamento tra loro (casuale?), avrebbe sabotato la diffusione di iniziative non controllate.

Questo video rappresenta in maniera emblematica l’equilibrismo dialettico e politico di cui parlo… e l’opinione di Beppe Grillo vale, come autorevolezza presso la base dei militanti, molto più di quella dello sconosciuto attivista o del gruppo di Sesto San Giovanni, siamo d’accordo su questo?

E la logica della “democrazia dal basso”? Fumo negli occhi, nella sostanza non esiste.
Le decisione politiche fondamentali a livello nazionale ed europeo non vengono decise dalla base ma scendono dall’alto, da Grillo-Casaleggio o dal “direttorio”.
Nel piccolo è emblematico il sabotaggio compiuto ai danni di una iniziativa (che sollevava il problema della sovranità monetaria all’attenzione del movimento) nata tra gli stessi attivisti che pur essendo stata la più votata, finì prima totalmente ignorata e poi, poche settimane fa, rimossa dal sito ufficiale.

In questo post la cronistoria del fatto.
Di fronte a questi episodi (e altri che non documento qui per brevità) so per certo che molte persone (bene informate sulla realtà) hanno abbandonato il movimento, disgustati da questa opacità e contraddittorietà.
Questo articolo offre un altro interessante motivo di riflessione sulle reali convinzioni della leadership del movimento sul tema.

casaleggio
Ma i fatti e le affermazioni che ho riportato sono nulla rispetto all’evidenza più eclatante:

La totale assenza di iniziative sistematiche e organizzate di divulgazione sulle tematiche macro-economiche a livello territoriale, associate all’iniziativa della raccolta firme per il fantomatico “Referendum sull’€uro”.
Un (apparente) suicidio.

Cioè, in pratica, pur essendo consapevole del bassissimo livello di conoscenze sul tema tra le persone, pur sapendo che la gente è bombardata da 5 anni di terrorismo mediatico innestato su un substrato di disinformazione e lavaggio del cervello che prosegue da decenni, ecco, nonostante questo cosa ci si inventa?

Un referendum su un tema per il quale il movimento stesso NON E’ IN GRADO DI ESPRIMERE UNA POSIZIONE NETTA.

Da che mondo è mondo chi promuove un referendum (per l’aborto, per il divorzio, per il nucleare, per l’acqua pubblica, ecc.) ha una sua posizione, altrimenti che senso ha?
Ma c’è di più… … che senso ha promuovere una iniziativa senza informare le persone su un tema che ha una certa complessità tecnica, mandandole allo sbaraglio di fronte al fuoco massiccio dei mass media sostenitori della tesi “SI EURO”?

Che senso ha promuovere una iniziativa che per arrivare in porto deve percorrere un iter lunghissimo e condizionato dal consenso maggioritario all’interno del parlamento?
NESSUN SENSO… per le persone informate.
Per chi ha voluto l’€uro e intende proteggerlo invece ne ha molto di senso.
Infatti…

Il Referendum sull’Euro è una patetica ma efficace pantomima per distrarre, per, di nuovo, dare l’impressione che il movimento “sta facendo qualcosa” mentre in realtà non sta facendo nulla.
Serve al sistema per guadagnare tempo.

Gli stessi attivisti impegnati nella raccolta firme non sono in grado di spiegare alle persone in modo corretto le motivazioni per un eventuale NO o un eventuale SI.
Quel che è peggio, non sono in grado di reggere alcun tipo di contraddittorio con qualcuno che la pensa in maniera opposta.

La mancanza di informazione, l’ignoranza, colpisce in primis gli attivisti e questa è la seconda più grave evidenza a supporto della teoria M5S=Gatekeeping

Devo ammettere che chi ha progettato e sta gestendo questo fenomeno è veramente in gamba, non c’è che dire.

La cosa più impressionante è constatare la padronanza dei meccanismi della psicologia di gruppo e individuale: i militanti del movimento, anche persone di notevole intelligenza, sono così immersi nel paradigma del “NOI SIAMO DIVERSI” da non riuscire a emanciparsene.

La sensazione di far parte di un gruppo di “migliori” e “onesti” è inebriante e chi critica il movimento è automaticamente un nemico.

Pur messi di fronte a dati di fatto, non sono in grado di ammettere a se stessi anche semplicemente che forse che c’è qualcosa che non va perchè farlo equivarrebbe a creare un varco, a contemplare la possibilità di aver sbagliato, di aver sprecato ore, giorni e mesi della propria vita dentro ad un acquario.

Criticare, prendere le distanze dal movimento o mettere in discussione le proprie convinzioni significherebbe annullare se stessi perché nel movimento essi hanno una identità e, soprattutto, LA SPERANZA.

La speranza che il M5S sia lo strumento per evitare il disastro a cui stiamo andando incontro, un strumento contro la PAURA. Speranza e paura che si auto-alimentano a vicenda e producono risposte auto-assolutorie di varia natura, dal “siamo disorganizzati ma siamo onesti, bisogna aver pazienza”, “Beppe Grillo è solo il portavoce, non è il nostro capo” al “siamo un movimento fatto da gente di varia estrazione, non è possibile avere un’idea comune”, finendo spesso con il classico “sempre meglio del PD, di Berlusconi o della Lega”.

In questo trovo perfetta corrispondenza con l’attitudine dei supporter o militanti di tutti gli altri partiti: identificazione totale e spirito critico azzerato.

In conclusione, il movimento 5 stelle ha rappresentato e ancora oggi rappresenta una formidabile valvola di sfogo del dissenso, un bacino di laminazione flessibile in grado di adattarsi tempestivamente al corso del fiume, alla sua portata d’acqua per evitare inondazioni in un momento storico in cui i ghiacciai, a monte, si stanno sciogliendo.
Tutto previsto.

E se tutto questo lungo e complesso ragionamento fosse soltanto una mia allucinazione?
Anche ipotizzando la remota possibilità che non ci sia nessun manovratore dietro e che il movimento sia semplicemente un’organizzazione gestita da ingenui dilettanti la prospettiva è ugualmente agghiacciante.

Alla fine il risultato è il medesimo.

Cari amici grillini, uscite dall’acquario prima che sia troppo tardi.