Le Pen: QE e Svalutazione Dell’Euro

Marine Le Pen parla dell’inutilità del QE di Draghi per l’economia reale e della svalutazione dell’euro che farà male ai Tedeschi.

 

svalutazione euro_marine le pen_fronte popolare

di Vittorio Boschelli

Dell’ultima cartuccia di Draghi, il famoso e “miracoloso” (per le banche) QE, abbiamo già parlato, come abbiamo parlato degli effetti della svalutazione dell’euro, che aiuta un po noi (non nella misura che vi dicono) ma penalizza i Tedeschi che già si lamentavano, figuriamoci tra qualche mese.

Prima di pubblicarvi una conferenza stampa di Marine Le Pen in merito…che poi è la spiegazione del perchè Marine ha successo (mica siamo in italia…), semplicemente perchè afferma quello che affermano ormai tutti i nobel dell’economia del mondo, sulla crisi dell’euro e dell’unione europea, tutto il resto della ciurma politica e non solo, hanno preferito mentire, semplice no?

Quindi chi ha detto la verità viene premiato (tranne che in italia), chi ha mentito viene punito, non fa una piega…il buonsenso non è in dono a tutti…tenetevi chi vi mente, forse è quello che meritate e forse hanno ragione loro quando affermano che la colpa del disastro italiano è vostra che non valete una…bip…fiumi di parole per Tosi e Landini i due EURISTI DOC, quelli “…a noi dell’euro non frega nulla…anzi sono a favore è solo che oggi è di moda essere contro…” spero di essermi spiegato con qualche amico “de destra” e “de sinistra”, quindi non rompetemi più le scatole con discorsi inutili che dimostrano quello che avete capito…cioè…NULLA, NULLA, NULLA…

Preferisco consolarmi con i Francesi, in fondo sono loro che capiscono sempre prima di noi e ci regalano storicamente certe soddisfazioni, in quando le teste di chi affama deliberatamente il popolo le hanno sempre tagliate, noi in italia continuiamo a parlarne, continuando a fare le stesse scelte, ignorando il significato della parola CAMBIARE, prima la testa e a quello ci penseranno i Francesi…e poi noi stessi, se realmente siamo diversi… ma i fatti non dicono questo, altrimenti raccontavamo altre cose e non quelle che siamo costretti a ripetere ogni giorno, da anni, senza essere capiti in buona o cattiva fede.

Noi del Fronte abbiamo le idee chiare e sono sempre le stesse da anni, (altri hanno cambiato) perchè il problema è lo stesso e non perchè dobbiamo entrare nelle grazie altrui, che poi sono le stesse di quelle del FN, se voi ancora non avete capito nonostante anni di crisi dell’euro e un vostro problema e non dite che Vittorio Boschelli vuole imporre le sue idee, perchè non sono le mie e mi attribuite meriti che non ho, (sarei contento se mi venissero attribuiti un terzo di quelli che ho), ma della storia politica ed economica, basta solo LEGGERE e AVER VISSUTO in modo consapevole e non come pecore in caccia di notorietà, un posto al sole o peggio, un tozzo di pane.

Quindi prima di contattarmi o di propormi qualsiasi cosa leggete il nostro programma e quello che abbiamo scritto in questi anni NON CAMBIEREMO UNA SOLA VIRGOLA specialmente sulla lotta AL PROBLEMA PRINCIPALE CHIAMATO EURO e alla DITTATURA LIBERISTA, per nessuna ragione al mondo…per nessuna ragione al mondo…per nessuna ragione al mondo…anche questo non entra, dovuta alla vecchia abitudine di fare politica, quella delle campagne elettorali e non quella che dovrebbe essere.

Ecco il video di Marine e la relativa traduzione in italiano, altrimenti chi ha capito mi sgrida perchè non sa il francese, ma approva ugualmente sulla fiducia…bella parola antica che era alla base di una società sana…dimenticata…

 

 

Marine Le Pen, conferenza a Bruxelles, 22 gennaio 2015,

Il sipario si apre sul 2015 in un clima in cui si combinano insieme rischi terroristici, rischi geopolitici e soprattutto grandi trasformazioni macroeconomiche per l’area dell’euro, delle quali vorrei parlare con voi.

Vi ringrazio quindi per la vostra presenza a questa conferenza stampa in risposta alla significativa riunione di politica monetaria della Banca centrale europea tenutasi oggi, giorno in cui il presidente Mario Draghi ha annunciato un evento senza precedenti e di notevole significato politico per il futuro dell’euro, ossia l’operazione di “quantitative easing” (QE).

Per la cronaca, questo gergo finanziario sta a significare un programma di massiccio riacquisto di titoli del debito pubblico dei paesi dell’area dell’euro.

Ciò corrisponde semplicemente alla creazione di moneta ex nihilo della BCE, che dovrebbe stimolare l’economia attraverso iniezioni di liquidità da parte della banca centrale.

Questo è il nome moderno per la stampa di moneta, con la differenza che non si tratta di un intervento direttamente produttivo per l’economia reale.

Il QE dovrebbe essere l’ultima ratio per promuovere la crescita economica nell’area dell’euro e invertire la serie allarmante di statistiche negative sull’occupazione, gli investimenti e soprattutto l’inflazione.

Il mio scopo non è quello di fare qui una rassegna esaustiva degli argomenti tecnici sostenuti dalla BCE, che Draghi del resto non ha pienamente rivelato, ma di mettere in prospettiva da un punto di vista politico le conseguenze pratiche di questo intervento di politica monetaria non convenzionale, per l’interesse economico della Francia.

Si deve anzitutto rilevare che questo QE sovrano è l’ultima cartuccia di un arsenale di misure analoghe.

Negli ultimi anni, la BCE ha gradualmente abbassato i suoi tassi di riferimento a livelli storicamente bassi. Senza raggiungere il suo obiettivo: stimolare l’economia attraverso il credito bancario.

Ha lanciato in parallelo diverse operazioni di politica monetaria non convenzionale, come il SMP e l’OMT, riacquisti di attività cartolarizzate, o l’ABS, i “covered bond”, prestiti a lungo termine alle banche a tassi preferenziali, il tutto per delle somme colossali: rispettivamente 1.000 miliardi di € rimborsati nel 2012 e ancora 1000 € miliardi annunciati nel 2014 solo per le operazioni LTRO e TLTRO. L’obiettivo non dichiarato della BCE è quello di allentare la crisi interbancaria nata nel 2008 e legata al rischio dei debiti sovrani.

Il QE annunciato oggi è il risultato di questo insieme di misure, il cui obiettivo è sempre lo stesso: cercare di rilanciare una crescita economica che sta morendo ed evitare l’esplosione dell’eurozona a causa della crisi dei debiti pubblici.

Per giustificare tali misure, Draghi ci ha venduto l’idea che le aspettative di inflazione, in relazione al target del 2%, sarebbero preoccupanti, con un rischio di un ciclo deflazionistico, vale a dire un calo generale dei prezzi nell’area dell’euro, cioè dei salari e della crescita.

Le famiglie hanno potuto constatare un calo dei prezzi nel loro carrello al supermercato?

Sicuramente no. E il prezzo del barile di petrolio è dovuto scendere di più della metà in 6 mesi, per vedere una diminuzione del prezzo alla pompa di pochi centesimi.

In realtà, Draghi sta cercando di far passare ai nostri occhi un rischio di recessione economica strutturale come un fenomeno esclusivamente monetario, la deflazione, per venderci la necessità che la BCE intervenga con un QE su larga scala.

Circa gli elementi del programma annunciato questo pomeriggio da Mario Draghi, rilevo alcuni punti importanti:

– In primo luogo, l’ammontare del QE, cioè 60 miliardi di € al mese, il che equivale a 1.100 miliardi di € fino a settembre 2016, sarà distribuito in proporzione al capitale degli Stati nella BCE, per la Francia circa 200 miliardi di euro

– In secondo luogo, riguarderà sia i debiti pubblici che quelli privati

– Infine, il rischio sarà ben poco condiviso. L’80% sarà a carico delle banche centrali nazionali, il 20% della BCE. In altre parole, solo il 20% dei titoli acquistati potranno generare delle perdite assunte collettivamente dagli Stati membri della zona euro.

In definitiva, si tratta di una doppia vittoria per la Germania. In primo luogo per il criterio della distribuzione in base alla quota del capitale della BCE, che ha chiaramente scelto di privilegiare solo la prima classe della zona euro invece di salvare i paesi membri in difficoltà, come i greci.

In particolare, la Germania con la sua Bundesbank beneficerà del 25% della dotazione del QE, circa 270 miliardi di €, mentre è il paese che ne avrebbe meno bisogno. Simbolicamente, del resto, Angela Merkel ha annunciato le misure della BCE contemporaneamente a Mario Draghi da Davos!

In attesa delle modalità pratiche di attuazione, ricordo che si pone la questione di legittimità in relazione all’articolo 123 del Trattato di Lisbona, che vieta alla BCE di acquistare direttamente dagli Stati membri i loro titoli di debito.

La scorsa settimana, l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea ha approvato la tecnica dell’OMT, lanciata dalla BCE nel settembre 2012 con un meccanismo simile.

Ma con un limite: il QE è accettabile solo se si tratta di uno strumento eccezionale che consente alla BCE di raggiungere il suo obiettivo del 2% di inflazione o di salvare l’euro, ma non per far girare la stampante e finanziare in maniera permanente i disavanzi pubblici.

Il QE è già stato sperimentato all’estero, soprattutto negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, ma senza il vincolo dell’art. 123, in quanto queste due potenze economiche mondiali hanno la loro moneta nazionale e la loro banca centrale per monetizzare il deficit, senza alcun limite reale.

Al costo di un aumento colossale del suo bilancio, la Federal Reserve è riuscita a rilanciare l’economia degli Stati Uniti dopo la crisi del 2008. Che cosa succederà al bilancio della BCE, se implementerà davvero il suo QE fino a 1.100 miliardi €, come annunciato? Intenderà aumentare il proprio capitale? E quale sarà il contributo della Francia?

In attesa di una risposta, esaminiamo ora la portata e il significato di questa operazione di QE, per vedere quali lezioni se ne possono trarre.

Se il QE funziona, tenderà a far crescere i mercati finanziari e abbassare il valore dell’euro. Ma il vero obiettivo, la ripresa della domanda interna, quindi dell’attività economica, della crescita e dell’inflazione, dipende dall’impiego della liquidità nell’economia reale.

Ebbene, non c’è niente di meno sicuro. L’afflusso di denaro va spesso a beneficio dei mercati dei capitali e favorisce le bolle.

Nello specifico, c’è da temere che il QE incoraggi i banchieri ad intensificare la loro attività sul mercato e la speculazione sulle attività ad alto rischio con la cartolarizzazione, i CDS o altri strumenti alla base della crisi dei “subprime”, piuttosto che a fare prestiti a imprese e famiglie.

Si noti che questi prodotti sono ancora più redditizi in quanto è la BCE, in ultima analisi, a sopportarne il rischio. Questo è il principio della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite!

Per quanto riguarda i cambi, i mercati hanno già gradualmente scontato nei prezzi questa operazione di QE sin dal giugno 2014. Infatti, l’euro ha perso oltre il 18% rispetto al dollaro.

Questo deprezzamento è di primo acchito una buona notizia per la nostra competitività, ma di gran lunga insufficiente per raddrizzare la nostra economia reale e la nostra occupazione, perché il credito non riparte.

L’euro sopravvalutato è un ostacolo per le nostre esportazioni, in quanto i prodotti o servizi che vendiamo al di fuori della zona euro sono relativamente troppo costosi. La nostra bilancia commerciale ne è la prova, estremamente deficitaria da 12 anni, per un ammontare di 70 miliardi di € / anno in media per 3 anni, e 55 previsti nel 2014, nonostante il calo del greggio.

Quando il tasso di cambio scende, questo ci rende relativamente più competitivi nel prezzo. Le nostre imprese possono vendere di più, aumentare i loro margini e quindi in teoria assumere e aumentare i salari. Ciò vale in particolare per il lusso, l’aerospaziale, la chimica e il settore automobilistico.

Dobbiamo essere consapevoli del fatto che il calo dell’euro del 18% di oggi rappresenta un guadagno di competitività pari a 4 volte quello previsto dal Patto di responsabilità per la Francia (stimata al 4%) e senza svalutazione dei salari francesi.

Questo dimostra che la svalutazione competitiva di una moneta è l’arma principale del protezionismo intelligente, del resto ampiamente utilizzata dalle potenze economiche mondiali (Stati Uniti, Cina, Giappone, Regno Unito …).

Ma c’è ancora molta strada da fare, che noi del Fronte Nazionale valutiamo all’incirca dal 5 al 10% in più, per rilanciare davvero la nostra economia nazionale.

Ma ancora, questo guadagno di competitività di prezzo gioca solo nei confronti dei paesi non appartenenti all’area dell’euro.

Tuttavia, il 50% del commercio estero francese avviene proprio con il resto della zona euro. Oltre alla Cina, i nostri principali concorrenti e partner sono la Germania (da sola equivale al 17% dei nostri scambi), il Belgio, i Paesi Bassi e infine l’Italia.

Ciò significa che il calo dell’euro non ha alcun impatto su tutti gli scambi della Francia con i paesi che hanno la stessa moneta. Solo l’uscita dall’euro permetterebbe di far valere in pieno l’effetto di una svalutazione.

Per la Germania, un euro più debole è un problema perché il loro modello economico si basa interamente su un Euromarco forte che consenta alla loro previdenza e ai loro fondi pensione di acquistare a buon mercato del debito pubblico turco, cinese o indiano i cui interessi finanzino in modo conveniente i loro pensionati grazie al differenziale dei tassi di cambio.

Questo punto è molto importante da comprendere, perché dopo un anno di QE, rischiano di apparire i primi deficit, e dopo due anni potrebbero essere proprio i tedeschi a chiedere di uscire dall’euro.

Sul piano puramente economico e politico, è importante notare che il lancio di questo programma di QE segna soprattutto il fallimento dell’unione economica e monetaria, delle politiche economiche ultra-liberiste dell’Unione, e dell’euro, che non sono stati in grado di creare quell’occupazione e quella prosperità cui avrebbero dovuto portare dopo il trattato di Maastricht.

Sull’analisi della situazione, siamo almeno d’accordo con Draghi nel dire che l’Europa è l’area del mondo che stenta di più a riprendersi dalla crisi del 2008:

  • Il PIL della zona euro nel 2013 ha mostrato, per il secondo anno consecutivo, una crescita negativa. Nel 2014, ci si accontenterebbe di una crescita dello 0,8%.
  • La disoccupazione si attesta all’11,3% di fine 2012 e all’ 11,9% di fine 2013, e rimarrà ad un livello paragonabile o addirittura superiore nel 2014.
  • La disoccupazione di lunga durata e la disoccupazione giovanile rimangono estremamente preoccupanti, con picchi del 25% sino addirittura al 40% in Spagna o in Grecia.

La crescita lenta e la disoccupazione di massa, sono un fatto che le nostre commissioni al Parlamento europeo constatano tutte le settimane. E’ anche la constatazione dolorosa e impotente dei leader politici francesi dell’UMP, mentre l’economia degli Stati Uniti, per esempio, a fine 2014 è tornata a generare occupazione e un tasso di crescita del PIL vicino al 5%, e l’economia britannica è quasi al 3%.

La propaganda dei partiti di sistema ci ammannisce ancora continuamente la stessa favola: più Europa federale ci sarà, più saremo forti e avremo prosperità!

La realtà è esattamente il contrario …

Inoltre, l’area dell’euro è sottoposta ad una situazione di stress, con due nuove prove da superare in questo mese di gennaio:

– L’abbandono improvviso la scorsa settimana dell’aggancio all’Euro da parte del franco svizzero, deciso dalla Banca nazionale svizzera

– E le elezioni parlamentari in Grecia di domenica prossima, che dovrebbero vedere la vittoria del partito di “Syriza”.

Queste sono ulteriori prove che per gli operatori del mercato la credibilità della moneta unica è notevolmente compromessa e che non dovremmo escludere un’esplosione della zona euro, tenuto conto delle differenze strutturali tra le nazioni dei tassi di crescita economica, dei tassi di interesse nominali, del tasso di disoccupazione e del tasso di inflazione.

Che rapporto c’è oggi tra la Germania, il cui bilancio pubblico è in equilibrio e la bilancia commerciale molto in avanzo, e paesi come l’Italia o la Francia?

Qual è il rapporto tra il Lussemburgo col suo 25% di debito pubblico e la Grecia col suo 175%?

Il processo del “semestre europeo”, che dovrebbe organizzare la convergenza delle economie, è un fallimento: solo il 9% delle raccomandazioni sono attuate e per il 45% di esse non vi è nemmeno un principio di esecuzione.

Questa operazione di QE è dunque una ammissione di totale fallimento dell’unione monetaria che del resto non è mai stata un’area valutaria ottimale, fin dall’inizio. Se così fosse, i tedeschi, in nome della solidarietà europea, avrebbero effettuato dei trasferimenti finanziari dei loro surplus commerciali verso i paesi in disavanzo. Non è così!

Oltre agli indicatori macroeconomici, la migliore prova della eterogeneità dell’unione monetaria è la messa in atto dal 2011 in ogni Stato della zona di molteplici politiche monetarie, tramite iniezioni di liquidità finanziaria permanenti (tipo ELA, LTRO, TLTRO, ecc ..), da parte delle banche centrali nazionali e non della BCE.

Questa trasformazione fondamentale della zona euro, non prevista dal trattato di Lisbona, è un abbandono de facto di una politica monetaria unica da parte della BCE e la messa in discussione dei cosiddetti principi di Tinbergen, compreso il fatto che non ci potrebbe essere un’utilizzazione della politica monetaria per uno scopo diverso da quello della stabilità dei prezzi.

Inoltre, non dimentichiamo che Cipro è già tecnicamente fuori dalla zona euro (secondo la definizione del premio Nobel per l’economia Robert Mundell) dal momento in cui è stata costretta a istituire un controllo dei cambi e dei capitali dopo la crisi bancaria di aprile 2013.

Tutte queste ragioni confermano ancora una volta che su questo argomento economico, come su molti altri, la diagnosi del Fronte Nazionale era corretta.

La conclusione è chiara: le condizioni per una moneta unica non sono soddisfatte.

Quali soluzioni alternative possiamo quindi considerare?

Di fronte a questi fallimenti e al costo di queste misure inefficaci, non dobbiamo cambiare lo strumento, ma il modello economico, e confidare di nuovo sulle nazioni.

La Francia dovrebbe disporre, come le altre grandi potenze, della sua moneta, della sua banca centrale, dei suoi confini, della sua sovranità di bilancio, bancaria e legislativa. Dovrebbe quindi uscire dal torpore in cui l’ha sprofondata l’Unione europea, prendere le distanze, e rinegoziare le condizioni della sua partecipazione.

Dal 1973, lo Stato francese si finanzia sui mercati finanziari e, per questo, deve pagare degli interessi sul debito, che nel 2014 ammontavano a circa 45 miliardi di euro.

Non solo, se si cumulano gli interessi finanziari che la Francia ha pagato per 40 anni ai suoi creditori privati, dal momento che non si finanzia più dalla Banca di Francia, si arriverebbe a quasi 1.600 miliardi, circa l’80% dello stock di debito pubblico attuale

In qualche modo, questa operazione di QE decentrata presso le banche centrali nazionali è la fase finale dei piani di smantellamento dell’euro, che precede il nostro piano di transizione alle nuove monete nazionali, per essere finalmente padroni del nostro destino.

Pertanto, dato che c’è più una valuta unica, allora io propongo a Hollande di risparmiare tempo e sofferenza sociale, negoziando l’attuazione di un piano B: il passaggio al nuovo franco francese , in parità ( 1 FF = 1 ECU o 1 €) con l’euro, moneta comune, che avrebbe corso legale nella zona monetaria europea per il commercio internazionale;

Il passaggio al nuovo franco francese chiuderebbe la parentesi dell’euro e ci ridarebbe due vantaggi decisivi:

  1. La capacità di autofinanziamento diretto, senza passare per i mercati finanziari, per le esigenze dello Stato e delle pubbliche amministrazioni
  2. E un certo controllo sul livello di cambio della nostra moneta con i nostri partner commerciali, per dare alle nostre imprese la competitività di prezzo che l’euro forte nega loro.

Il finanziamento dello Stato direttamente dalla Banca di Francia riporterebbe in vigore il meccanismo che ha permesso la ricostruzione e l’espansione economica dei Trenta Gloriosi.

Questa politica monetaria e del cambio patriottica permetterà alla Francia di porre fine alla spirale di austerità grazie al ritorno naturale della sua competitività.

La monetizzazione ragionevole del debito a livello nazionale permetterà di fare ciò che non è più stato fatto da 40 anni: finanziare l’economia produttiva nazionale, la transizione energetica, avviare la reindustrializzazione del debito e anche la riduzione del debito pubblico in maniera graduale.

Questa riconquista della nostra sovranità monetaria dovrà essere accompagnata da una razionalizzazione della nostra spesa pubblica, al fine di porre fine agli infiniti deficit che accumulano il nostro debito e dare allo stato un certo margine di manovra per le sue vere priorità.

Priorità nazionale per alcune politiche sociali, semplificando l’organizzazione amministrativa dello Stato e delle comunità locali, caccia alle duplicazioni, alla spesa clientelare, alla frode sociale, all’evasione fiscale ecc. Il cantiere è enorme.

Infine, la riconquista della sovranità deve essere accompagnata da uno sforzo particolare nella redistribuzione della ricchezza. Non attraverso una tassazione di confisca, ma attraverso una legittima distribuzione dei frutti della crescita ai salari, alla classe media e ai più poveri, non a beneficio esclusivo dei capitali e di una superclasse sempre più ricca.

Voi conoscete le soluzioni del mio modello di “patriottismo economico”, e voglio ricordare i miei due obiettivi politici: la piena occupazione e la prosperità nazionale per i francesi. È possibile!

Grazie. Il mio collega Bernard Monot e io siamo a disposizione per rispondere alle vostre domande.

 

 

 

 

Ultima Fase Dell’Euro…Gioielli Di Famiglia

Come ampiamente previsto siamo nell’ultima fase dell’euro, la svendita dei gioielli di famiglia.

 

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di Vittorio Boschelli

Il perchè un capitalista alla Berlusconi non vi ha portati fuori dall’euro e non poteva salvarvi, come abbiamo sempre sostenuto noi, credo che oggi vi sia più chiaro, almeno lo speriamo, semplicemente perchè gli conveniva l’euro, come conveniva ai De Benedetti, Colaninno, Marchionne, Della Valle, ecc.

Mentre ci avviamo verso gli ultimi SALDI DI FINE STAGIONE, dei gioielli di famiglia, non a caso hanno fatto l’euro che doveva difendervi, in italia c’è chi fa shopping con la liquidità accumulata in questi anni e chi chiude, c’è chi beve campagne e chi si toglie la vita a causa della disperazione per una crisi creata e della solitudine a cui si viene condannati.

Dal 2008 al 2014 hanno chiuso in italia circa 600.000 imprese, con la conseguente perdita di milioni di posti di lavoro, cioè famiglie piombate nel baratro e sole, giovani che neppure lo cercano un lavoro, tanto è inutile.

Vi hanno narcotizzati con complotti, costi più o meno veri e irrisori, ma si trattava solo di un escamotage per guadagnare tempo prezioso, prima che qualche illuso riusciva ad accentrare il dibattito sull’euro e le sue conseguenze, con il pericolo che si capisse per tempo da mandare a puttane i loro piani anti democratici e criminali, volti a demolire lo stato, cioè noi.

Le nostre critiche alla Lega di Salvini, dopo l’annunciato apparentamento con l’eurista Berlusconi per le regionali, sembra che abbiano prodotto per bocca dello stesso Salvini un risultato nella direzione da noi indicata, (sottolineo il SEMBRA perchè cambiare idea in poche ore non ci convince), come la coerenza impone per chi si ritiene nuovo e dalla parte del popolo, qua non si tratta di vincere un elezione, con chi venera lo stesso dio della sinistra, ma di vincere una guerra in contrapposizione, che non puoi combattere al fianco di chi è dall’altra parte della barricata, altrimenti le cose necessarie che si dovranno fare (scelte politiche di uscita dall’euro e altre correlate) affinchè si risolva il problema principale che hanno tutti i popoli europei, non si possono affrontare con la giusta decisione per risorgere dalle ceneri e poi il popolo si arrabbia, per usare un eufemismo, che poi un popolo tradito da tutti non ha più scelta e sfocia in questo:

 

 

Non me ne vogliano i piddini di destra, ma la realtà purtroppo e con rammarico è questa, prima si fa autocritica e prima salviamo questo paese, ma ancora questo dalla mia parte politica più vicina, non lo si capisce, dopo anni che affermo le stesse cose, vorrà dire che si assumeranno tutte le responsabilità del caso compresa la nostra avversione, come abbiamo sempre fatto, risparmiando nessuno, “amici” e avversari.

Siamo nell’ultima fase, quella della svendita dei gioielli di famiglia, quindi bisogna prepararsi, la nostra lotta per riconquistare la libertà perduta e la sovranità nazionale entra nel vivo, abbiamo bisogno del sostegno di tutti voi. 

Se Il Buonsenso è a Destra

Se il Buonsenso è a Destra la colpa non è nostra, ma è della Sinistra che ha Mentito.

 

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di Vittorio Boschelli

Ho trovato a proposito di Grecia un intervento di Fassina dove dice la verità sul vero problema che ha la Grecia e che abbiamo NOI, nonostante la Killer dell’informazione, con i soliti luoghi comuni, le solite menzogne, pagata per propinarle al Popolo.

Da queste pagine avevamo anticipato nei tempi che furono, “che le spillette euriste sarebbero saltate prima o poi”, infatti quella del piddino Fassina è già in mano pronta per essere lanciata, dicendovi che “LA COLPA NON E’ LORO MA DELLA CATTIVA GERMANIA MERCANTILISTA”, anche questo avevamo indicato come l’unica cosa da dirvi dopo la menzogna dell’euro e il suo fallimento annunciato.

Fassina e la sinistra stanno iniziando a capire che il popolo ha capito, certamente non grazie a loro, allora meglio iniziare a dire le cose come stanno, altrimenti LA DESTRA ci surclasserà con la verità, se va bene, se va male facendo la fine di Tsypras tra un anno, appeso in piazza.

 

La giornalista gli dice “ma questo lo dicono a destra”, come se la verità non si può dire solo perchè noi a Destra l’abbiamo detta prima e per non avvantaggiarci, anche se fa morire il popolo, secondo la giornalista si deve sostenere il contrario a prescindere, cioè la MENZOGNA a Sinistra, solo perchè lo dice la Destra.

Questo è il livello di chi fa informazione e di chi fa politica in italia, non si dice o si fa quello che è dettato dal buonsenso e che serve al popolo, ma quello che serve per mantenere le poltrone o la parrocchia d’appartenenza, almeno così credono data la loro idiozia, non capendo che l’odio prolungato di un popolo ingannato da una menzogna, porterà solo disastri anche per loro, infatti Fassina è già corso ai ripari, nel tentativo di salvarsi.

Lo dicevamo noi Anti Euro che eravamo gli unici ad voler bene all’europa, ma nessuno ci ha creduto, se la verità era stata detta PRIMA il popolo greco come quello italiano, poteva uscire dall’euro senza accumulare ulteriori debiti privati, che dovranno essere pagati, senza subire la moria delle piccole e medie aziende e la conseguente disoccupazione, salvando il progetto europeo in prospettiva di una vera unione cooperativa quando ci sarebbero state le condizioni politiche necessarie.

Mentire sui VERI problemi ai popoli europei (una moneta sbagliata), praticare la svalutazione del lavoro e la lotta fraticida attraverso la competizione, avrebbe portato inevitabilmente alla distruzione della coesione sociale, della democrazia e dello stesso sogno europeo. Questo abbiamo detto per anni e questo è già in atto oggi, infatti l’unico modo per salvare il sedere che ha Fassina e dare la colpa alla Germania, come se i nostri politicanti sono stati eletti per fare gli interessi della Germania e non quelli del Popolo italiano e in questi anni abbiano giocato a mini golf in parlamento al posto di occuparsi del disastro dell’euro e del liberismo.

Hanno permesso lo smantellamento sociale, partito da lontano, dove tutti sapevano, come dimostra oggi Fassina e come dimostrano i fatti, con una precisione chirurgica, facendo ben precise SCELTE POLITICHE di “svalutazione competitiva”, volta a penalizzare i lavoratori e le piccole e medie imprese, tutelando i CAPITALI DAL RISCHIO DEL CAMBIO e non i POPOLI:

1979 Entrata nello SME -> 1984 decreti di S. Valentino

1987 Entrata nello SME credibile -> 1992 abolizione scala mobile; 1993 accordi di luglio

2010 crisi debiti sovrani -> 2015 Jobs Act

Naturalmente se la mannaia in piena crisi l’affidi alla Sinistra (dove il sangue stona meno) e la Destra (almeno una parte), dice la Verità, il risultato alla lunga è scontato, ma questo non è colpa della Destra (come tentavo di far capire inutilmente a qualche idiota a destra qualche anno fa), ma è colpa della Sinistra che ha Mentito.

Naturalmente Fassina ne è consapevole come ne erano consapevoli tutti in Parlamento (scluso Grillo che non sa), ma il popolo non doveva sapere e non deve sapere ancora, “meglio il caos di una fine decisa da altri (Germania) alla quale potremmo dare la colpa che prepararsi per tempo in modo ordinato informando il popolo”, questa è la logica in parlamento, tra gli industriali e tra i media che ancora oggi è predominante, da veri CRIMINALI, poi un giorno saranno i primi a lamentarsi del caos creato da loro incoscienti.

La nostra corsa contro il tempo è determinante, prima si capisce la verità e più possibilità abbiamo  di impedire il caos e le imprevedibili conseguenze.

Come dimostra Fassina e tutti quelli che vi hanno mentito, promettendovi programmi irrealizzabili senza l’uscita dall’euro, come Tsypras, Grillo, Hollande, Renzi, ecc, il tempo e la storia sono sempre dalla parte della verità e noi del Fronte siamo soddisfatti di aver lottato per essa e di continuare fino a quando non sarà maggioranza tra la gente.

 

Adesso Tocca Agli Statali

Dopo il massacro sociale nel settore privato il prossimo obiettivo sono gli statali.

 

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di Vittorio Boschelli

Dopo il completamento dell’opera di massacro sociale nel settore privato in nome dell’euro, iniziato dalla Fornero (Monti) e finito da Renzi, adesso la prossima tappa è il licenziamento di almeno un milione di dipendenti pubblici, come avevamo anticipato qualche anno fa e che i servi del sistema hanno iniziato a confessare da qualche mese.

Ci saranno italiani che godranno per questo, il dipendente pubblico anche se precario è un privilegiato perchè sta meglio di noi, quindi da “buoni italiani” vogliamo che stiano come noi, questo ci fa sentire meglio e non i soli a soffrire, come se questo sacrificio, risolva i problemi dell’italia e nostri.

Siamo un popolo strano “noi italiani”, al posto di pretendere diritti e lavoro per tutti con la giusta dignità e serenità, facciamo il tifo divisi in due curve, LAVORATORI PRIVATI o DISOCCUPATI contro LAVORATORI PUBBLICI, ho più volte parlato di questo argomento, perchè lo ritengo cruciale, per un cambio di mentalità, se si riesce a capire che sempre di lavoratori si tratta, FACENTE PARTE DI UNO STESSO DISEGNO e che pagheranno allo stesso modo, abbiamo fatto enormi passi in avanti e forse il “privilegiato” statale si unirà a chi soffre già da tempo mettendo da parte l’egoismo che hanno seminato nei decenni (io sto bene che mi frega di te) UNITI contro il “nemico” COMUNE.

Potremmo stare tutti bene, questa è la verità, lavoratori privati e pubblici con pari dignità, senza una disoccupazione allarmante (quella giovanile al 45%, al sud 70%), e se c’è da recriminare, DOBBIAMO RECRIMINARE PERCHE’ NOI NON ABBIAMO UN LAVORO E UNA DIGNITA’, ma non lamentarci perchè altri nostri connazionali ne hanno uno.

Questo è assurdo, e dovrebbe far riflettere molti, in quale trappola mentale hanno ingabbiato il nostro cervello, chi ha un lavoro è un privilegiato al posto di pretendere che sia la normalità e un diritto sacrosanto per tutti. 

In una civiltà normale, un lavoratore dovrebbe mettersi al fianco di chi un lavoro non lo ha e pretendere che gli venga dato, oppure pretendere che un precario sia assunto e che il precariato venga cancellato dal nostro vocabolario, invece nulla di tutto questo, si vota Renzi che precarizza a vita, e si manifesta contro i propri simili “privilegiati” solo perchè hanno un lavoro ancora, domani forse no.

L’incertezza per il futuro e l’impossibilità di programmarlo, non ha MAI PORTATO EFFICIENZA, PRODUTTIVITA’ E RICCHEZZA, per il popolo e la propria nazione.

Ma da decenni ormai vi hanno convinti del contrario, un giorno tutti capiranno il danno fatto, e purtroppo a pagare saremo sempre tutti noi senza nessuna distinzione o tifoserie inutili e deleterie.

Se per capire i DANNI DELL’EURO e superare i NOSTRI EGOISMI c’è bisogno del sacrificio di un milione di licenziamenti nel settore pubblico (comprese le pensioni), cioè un milione (che si aggiungono ad altri milioni) di famiglie italiane nella merda, significa che abbiamo fallito come essere umani e questa società va rivoltata come un calzino, mettendo fine a così tanta mediocrità.

Capisco che l’argomento è impopolare, sono consapevole del sentimento della gente che soffre nelle piazze, ma come ho sempre fatto, ritengo che il compito del politico o aspirante tale, non sia quello di dire ciò che la gente vuole sentirsi dire (sono capaci tutti), ma quello che alla gente serve o servirà, per stare meglio e progredire.

Solo recuperando valori, principi e identità possiamo aspirare ad un reale cambiamento, non del nome del politico di turno, ma della nostra mentalità e della nostra nuova società.

Non dite che non vi avevano detto nulla…o che noi facevamo “terrorismo”.

Ecco l’articolo che avevo già postato a suo tempo di Giorgio Ponzano apparso su Formiche.net  l’11-04-2013

Si devono licenziare un milione di statali. I consigli del prof. prodiano Zamagni

Per Stefano Zamagni, 70 anni, già preside della facoltà di Economia dell’università di Bologna, «un milione di dipendenti pubblici sono in esubero».

Grazie all’autorizzazione dell’editore e dell’autore, pubblichiamo l’articolo di Giorgio Ponziano sul numero odierno del quotidiano Italia Oggi del gruppo Class Editori.

Sul banco degli imputati ci sono le rendite di posizione («che nessun partito finora è riuscito a scalfire»), l’elefantiaco apparato burocratico («un milione di dipendenti pubblici sono in esubero»), la politica del piccolo cabotaggio («si guarda all’immediato, dove sono finiti gli ideali e le grandi scelte strategiche?»), la scuola avulsa dal sistema produttivo («gli studenti escono dalla scuola e dall’università senza sapere cos’è un’azienda»), la difficoltà di cambiare le categorie del pensiero economico («siamo ancorati al taylorismo e alla difesa di un welfare che non si regge più»).

Stefano Zamagni, 70 anni, è stato preside della facoltà di Economia dell’università di Bologna, è presidente dell’Agenzia (governativa) per il terzo settore. È considerato un economista controcorrente, e lo conferma: «John Maynard Keynes disse che la ragione per cui non si risolvono i problemi economici non è la mancanza di risorse ma liberarsi dalle vecchie idee.
Un concetto più che mai attuale, non vedo uscita dalla crisi se la mente di chi si occupa di cose pubbliche non si libera della vecchia concezione della politica economica, gli economisti brancolano nel buio perché continuano a ragionare con le vecchie categorie mentre la situazione è del tutto nuova e non accetta soluzioni tradizionali».

Domanda. Da dove si dovrebbe incominciare per fare riprendere la marcia all’economia italiana ?

Risposta. Vi è un enorme problema di rendite di posizione che frenano l’economia. Vi sono rendite finanziarie, burocratiche, immobiliari che non sono mai state realmente toccate perché si tratta di bacini elettorali che fanno gola ai partiti. La rendita più invasiva è quella burocratica, finora impermeabile a ogni cambiamento. Ma il mercato non può modificarsi, e diventare globale, mentre le rendite rimangono ferme al palo: finiscono per frenare inesorabilmente la crescita. L’area della rendita è in Italia di gran lunga la più vasta tra i grandi Paesi occidentali.

D. In che modo vincere le rendite ?

R. Mandando al governo forze che non siano elettoralmente legate alle rendite. C’erano le baby pensioni, uno scambio di favori tra la politica e chi operava nella pubblica amministrazione. Questa è una battaglia che è stata vinta. Nel pubblico impiego vi sono un milione di dipendenti in esubero, anche qui si è trattato di uno scambio: io ti assumo e tu mi voti. Con la spending review si è incominciato a mettere mano al problema, lo Stato dovrà dimagrire di un milione di dipendenti pubblici che occupano falsi posti di lavoro. Il cammino per liberarsi dalle rendite sarà lungo.

D. Deve cambiare anche il concetto di welfare ?

R. Certamente, lo Stato non è più in grado di farvi fronte, quindi o si ritira con gravi ripercussioni sulla società oppure avvia la sussidiarietà circolare, cioè l’alleanza strategica tra ente pubblico e soggetti privati. Attenzione, la sussidiarietà circolare non è quella orizzontale, quest’ultima eroga servizi pagati dallo Stato ma realizzati dai privati e quindi ci si ritrova da capo in mancanza di risorse, la seconda invece mette insieme risorse pubbliche e risorse private per raggiungere determinati obiettivi e consente al pubblico di risparmiare. Faccio un esempio. Un bambino a scuola costa allo Stato dieci, può esserci una scuola privata che chiede allo stato 5 e si autofinanzia, col risultato che lo Stato ha risparmiato fornendo lo stesso servizio.

D. Lei è nel consiglio d’amministrazione di una cassa di risparmio. Si sente sotto accusa quando gli imprenditori lamentano la mancanza di credito?

R. Le banche sono imprese e il guadagno arriva dalla fornitura di servizi. Quindi dal presidente all’ad al cda tutti vorrebbero erogare credito e guadagnare. Il problema sono le regole imposte dalla Bce e da Banca d’Italia che in molti casi lo impediscono. Lo stesso problema vi era negli Stati Uniti ma è intervenuto il presidente Obama e la Federal Reserve ha allentato la stretta del credito. In Europa la Germania non sente ragioni e di conseguenza la Bce non modifica la strategia di stretta del credito. Bisogna aggiungere che molte imprese scaricano sul fronte del credito i mancati pagamenti da parte della pubblica amministrazione. Speriamo che coi recenti provvedimenti del governo la tensione si allenti.

D. Poi c’è l’allarme-disoccupazione?

R. Bisogna chiedersi, ma nessuno lo fa, perché in Italia vi è una disoccupazione all’11 % e una disoccupazione giovanile al 37 %. Sì, c’è la crisi ma perché in nessun Paese europeo la disoccupazione giovanile è così alta come in Italia? La risposta è che le aziende non assumono i giovani perchè essi non sono preparati ad entrare nel mondo produttivo e con la crisi di risorse non investono più in quella formazione, chiamiamola privata, che suppliva alle mancanze della scuola. Ci portiamo dietro l’eredità di Benedetto Croce, che proponeva la scuola come luogo di cultura. Oggi non basta più, i giovani debbono uscire dalla scuola preparati ad entrare nel sistema produttivo, i miei studenti di economia si laureano conoscendo perfettamente le teorie e i grandi concetti economici ma quando entrano nell’ufficio di un’azienda non sanno da che parte incominciare.

D. L’empasse politica sta danneggiando l’economia?

R. Sì, ancora una volta i tempi della politica non coincidono con quelli dell’economia. D’altra parte negli ultimi decenni è stata enfatizzata una politica priva di valori e ideali, tutta concentrata sui piccoli interessi anche personali ma un siffatto modo di concepire la politica finisce per indebolire pure la forza economica di un Paese. Quindi o si ritorna a una politica di grande respiro e di grande prospettiva oppure l’Italia è destinata al declino.

D. Cosa ne pensa del voto grillino ?

R. È un fenomeno di rottura, di reazione, è come la febbre che colpisce un organismo per denunciare che qualcosa non va. In realtà il movimento 5stelle non ha una proposta politica, quegli 8 milioni di voti appartengono a mondi diversi, con visioni, esigenze, aspettative difformi. Non a caso Grillo continua a dire che il suo non è un partito ma un movimento. Contribuirà al rinnovamento della politica ma attenzione perché negli ultimi vent’anni si è abbandonata la politica forte a favore del pensiero debole e anche per questo ci troviamo così malconci. Quindi Grillo può essere positivo se aiuta a chiudere con la politica degli interessi degli uni e degli altri, recuperando valori, idealità e quindi una direzione di marcia strategica.